18 gennaio 2013 - 10:00
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9 gennaio 2013 - 9:00
Il tasso di disoccupazione al 37,1% tra i giovani di 15 e i 24 anni, secondo i dati diffusi ieri dall'Istat e accolti dall'abituale clamore, vuol dire che più di uno su tre dei giovani attivi, ovvero rientranti nelle forze di lavoro e in cerca di impiego a novembre 2012, è disoccupato. Rispetto alla popolazione complessiva dei giovanissimi, invece, siamo al 10,6%: quindi più di un ragazzo italiano su dieci è disoccupato, e non più di uno su tre, come si cura di avvertire l'istituto di statistica. Precisazione opportuna, ma attenzione lo stesso. In questa quota sono compresi gli studenti che, in quanto tali, non cercano una occupazione e sono considerati "inattivi", fuori dal calcolo delle forze lavoro, dalle statistiche. Ma ci rientrano anche , per esempio e per non parlare del pianeta sommerso, anche i Neet. Ovvero i giovani inattivi assoluti, quelli che non hanno un lavoro, non lo cercano, ma nemmeno studiano. Stanno lì, e aspettano. O forse neanche più.
In Spagna - ne abbiamo parlato sul blog- li chiamano Generaciòn Ni ni. In Italia la traduzione manca, come mancano le politiche efficaci per far fronte a un fenomeno allarmante che ci vede peraltro in alta classifica secondo i numeri Eurostat 2011 - peggio di noi fa solo il Belgio - con il 19,5% di "Non-Non" tra la popolazione 15-24enne.
Uno su dieci o uno su tre, una soluzione urge, oltre, o meglio, in alternativa, allo scandalizzato coro a commento dei dati freschi e ai rituali e partecipi sospiri e/o occhiate al cielo in tv. Il rimedio possibile é più in basso Una proposta in merito arriva dalla Commissione Europea che l'ha promossa nel 2011 (fa parte della strategia Europa 2020), dotata di risorse dal Fse e fatta oggetto di una Raccomandazione ai primi di dicembre dell'anno appena finito.
Sotto il titolo di Youth Guarantee, "Garanzia Giovani" c'è un percorso di "’accompagnamento guidato" ai primi passi dei debuttanti nel mondo del lavoro attraverso una strategia integrata di servizi di orientamento e inserimento , tirocini, formazione aggiuntiva diretta anche all'autoimpiego. L'obiettivo, garantire che tutti giovani fino a 25 anni ricevano un’offerta di lavoro - lavoro qualificato - o abbiano a disposizione una opportunità di formazione entro quattro mesi dalla fine del corso di studi o dell’inizio del periodo di disoccupazione. Si riempie il tempo vuoto tra studi e prime esperienze lavorative, si accorcia la fase di ricerca al buio e, in prospettiva, si riduce l'effetto scoraggiamento e frustrazione di chi accumula cv postati, colloqui su colloqui e contatti senza esito.
Nella solita citatissima Scandinavia, programmi di questo genere sono già stati sperimentati dagli efficienti Servizi per l'impiego locali a beneficio dei giovano freschi di studi o rimasti senza lavoro da meno di un anno. Ma ci sta provando anche l'Austria. In Italia, la Youth Guarantee ha trovato sponsorizzazione convinta dall' ex ministro del Lavoro Tiziano Treu - che realisticamente propone di avviare una sperimentazione a livello locale nelle realtà più attrezzate e coinvolgendo le associazioni imprenditoriali. Un esempio di intervento in linea con questa filosofia é il ponte generazionale appena lanciato in Lombardia per le Province di Milano, Lodi, Monza e
Brianza, ne abbiamo parlato in post di Jobtalk. Ma la Youth Guarantee é uno dei capitoli dell'Agenda Mondi "extended version" su cui lavora Pietro Ichino. E ieri, letti i dati Istat, l'ha sposata anche dalla Cgil, che chiede una adozione veloce anche in Italia della strategia europea e suggerisce un menu che comprende "apprendistato, tirocini di qualità, non lavoro gratuito come accade oggi, corsi formativi realmente qualificanti".
Nonostante le manifestazioni di entusiasmo bipartisan, l'obiezione puntuale e ricorrente che questi progetti incontrano sulla loro strada é che hanno costi elevati e non sostenibili dagli Enti con in tempi che corrono. A cominciare dalla riqualificazione e restyling del sistema dei Servizi pubblici per l'Impiego che, tranne eccezioni lodevoli ma sparse, sono ben lontani dallo standard nordeuropeo. Una risposta, però, é già nei dati di Eurostat: i sei milioni di Neet in Europa equivalgono a un deficit del Pil continentale di circa 100 miliardi di euro l'anno. Per l'Italia, il conto é di 26 miliardi. E parliamo solo dei "Non Non".
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7 gennaio 2013 - 16:05
Chissà se Olivia troverà un altro posto nel 2013? A questo pensavo questa mattina di lunedì, nel giorno canonico della ripresa, il vero primo dell'anno del lavoro.
Olivia ha perso il suo, di lavoro, all'anti-vigilia di Natale, ore 10 e 23. Non si può nemmeno dire che sia stata licenziata perché, come tanti under35 (e lei ne ha 33 più un tot di mesi) non é mai nemmeno stata assunta. Niente di strano. Come molti altri giovani nella sua stessa situazione, ma con l'aggravante psicologica delle Feste alle porte, ha vissuto le prime ore senza identità lavorativa a immaginarsene una nuova. Presa in un vortice confuso di emozioni e sentimenti alternati, si é nascosta in un bar tabacchi di periferia tipico milanese, sgarrupato e in stile "vorrei ma non posso": proprio come si sentiva lei in quel momento.
Seduta al tavolino anzicché alla sua scrivania, come sarebbe stato normale a quell'ora (fino al giornio prima almeno), la rabbia schiuma verso una direttrice delle risorse umane, l'"artefice della sua nuova vita" dal profilo plumbeo da cattivo dickensiano e l'acronimo improbabile "DRU", ma lascia presto il posto all'iperattività dello scrivere. Materializzare nero su bianco liste di cose da fare da lì in avanti (e poi le liste non sono la moda del momento?) che sfumano nella stesura di un curriculum che, come sempre succede e come dice la poesia della Szymborska , porta con sè il bilancio della tua vita, anche se regola vuole che tu la nasconda tra le righe. Tutta la vita, compresa quella fuori dal lavoro, di cui, senza volerlo, si fa l'inventario degli incontri e degli affetti e degli oggetti (magari una vecchia macchina polaroid?). Intanto il telefono lampeggia e sibila gli sms di quelle persone amiche che cominciano a chiedersi dove sei finita, ma con cui non vuoi parlare adesso, perché non sai più chi sei.
Meglio lasciarsi distrarre da quelli che passano dal bar; sconosciuti abbastanza insignificanti, però utili proprio perchè ti scivolano accanto senza farti domande inopportune, in questa parentesi di esistenza in modalità stand by.
Meno male che Olivia, in fondo, é una tosta, e prima che faccia sera nel bar tabacchi-rifugio, trova i giusti ancoraggi, ognuno ha i suoi personali: la saggezza di una nonna che le ha insegnato non a fare le torte ma ad abbracciare gli alberi, la storia di rigenerazione e seconda vita (sì, proprio una vita 2.0..) della Polaroid (marchio e stabilimento che rinasce, con lavoratori e piano industriale inclusi ). Nonchè l'ostinazione di una amica che la convince, addirittura, a mettersi in tiro e a presentarsi al peggiore dei riti stagionali, ovvero la festa natalizia di lavoro, quella finta dove tutti ti chiedono non chi sei e come stai, ma "di che cosa ti occupi". Perchè, soprattutto a Milano, si sa che se non "ti occupi", cioè non lavori, non esisti. Mica vero: eccome se esisti, se non esistessi non potrebbe capitare, e a Olivia capita, di trovare, se non un altro posto, almeno l'amore. Che l'aspetta proprio lì, spaesato quanto lei tra i forzati del social Christmas. Il networking professionale può anche attendere. Almeno fino al sette gennaio.
Olivia, si sarà capito, é la protagonista di un romanzo, l'ultimo di Paola Calvetti , amica e e complice di maratone di lettura, storia natalizia uscita in estate per Mondadori e intitolato proprio "Olivia".
L'ho presa in prestito per augurare buon anno e buona caccia a tutti coloro che hanno perso il lavoro o non l'hanno trovato nel 2012, e lo stanno (ancora o già) cercando nel 2013. Il sottotitolo recita "Ovvero la lista dei sogni possibili". Letto oggi, primo lunedì dell'anno nuovo, ha la forza di un programma. Fate liste. Elenchi di cose da fare, posti da vedere, di quello che vi piace e di quello che detestate, di obiettivi futuri e di conquiste raggiunte. E soprattutto fate sogni, ma di quelli possibili. Non sono finiti. Anzi. Finché tutti ne faremo, in giro ce ne saranno.
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12 dicembre 2012 - 17:49
Era molto sensata l'idea che Hollande aveva lanciato l'anno scorso per la (sua) campagna elettorale, quella del patto generazionale, o contratto di generazione (su Jobtalk l'avevamo chiamato il "contratto matrioska") : sgravi fiscali alle imprese che assumono un giovane fino a 25 anni. Con la condizione, però, di conservare il posto - sempre defiscalizzato - a un over 55. Che rimanesse in azienda a formare il nuovo arrivato.
Il progetto di legge dei contrats de génération, entrato poi nelle misure a favore dell'occupazione giovanile del "pacchetto Sapin" (Michel Sapin é il ministro del Lavoro d'Oltralpe, dove i piani per l'impiego hanno titoli fiduciosi come "emplois d'avenir") é stato presentato oggi al Consiglio dei ministri (sempre quello francese). Lo si legge , con tutti i dettagli, sul sito di Le Monde .
Ma proprio ieri qualcosa di molto simile é partito anche in Lombardia. Non una "matrioska", ma un "ponte generazionale", grazie a un accordo sperimentale per le aree di Milano, Lodi, Monza e
Brianza sottoscritto da Assolombarda e Cgil, Cisl e Uil (unite stavolta) e opportunamente dotato dalle risorse della Regione. Eccolo: i lavoratori a cui manchino non più di 36 mesi alla pensione, su base volontaria e in accordo con l'azienda, potranno passare al part-time beneficiando della copertura contributiva anche per le ore non lavorate. L'azienda, in cambio, si impegna ad assumere giovani tra i 18 e 29 anni con contratto di apprendistato o comunque a tempo indeterminato. Parte del tempo di questi professionisti senior sarà dedicata a trasmettere la loro professionalità ai giovani, ha spiegato il presidente di Assolombarda Alberto Meomartini che aveva proprosto per primo la cosa in giugno, giocando il ruolo dell' Hollande lombardo.
Il protocollo, siglato anche dall' Inps, prevede inoltre interventi formativi per i lavoratori maturi nell'ambito dei progetti di "invecchiamento attivo" che l'Europa non ci chiede, ma ci suggerisce. I numeri: tre anni di tempo per la sperimentazione, un massimo di 250 senior che potranno ridurre il proprio impegno lavorativo a favore di altrettanti junior, tre i milioni di euro messi a disposizione della Regione Lombardia per la copertura della "forbice" dei contributi mancanti.
È evidente, come hanno sottolineato i firmatari, che la staffetta generazionale non può avere l'ambizione di cancellare il problema della generazione no future. Però é una iniziativa che concorre a smuovere «la palude in cui si dibatte l'occupazione dei giovani « (e i termini "palude" e "dibattersi", quanto mai appropriati, sono quelli adoperati ieri). Contemporaneamente, si comincia ad agire in modo concreto per valorizzare le risorse umane mature in azienda anzicché parcheggiarle, visto che dismetterle non si può più. E' anche vero che non si tratta di una riforma di quelle cosiddette a costo zero: piuttosto, di quelle a saldo positivo per i benefici potenziali (ci sono già aziende interessate ad adottarla) sui due estremi deboli del mercato del lavoro. Deboli, ormai, anche in un contesto affluente come quello lombardo. Un tessuto lavorativo che non é stato risparmiato dalla crisi, ma che resta ricco di idee, sintonizzato sull'Europa e dove qualcosa ieri si é mosso, infatti. Bello, poi, che a muoversi, e senza troppi indugi, sull'emploi d'avenir come direbbero i francesi, siano stati i soggetti intermedi: associazione industriale, sindacati, Regione.
Sempre a proposito di stimulus all'occupazione, ma allargando la prospettiva all'Italia, online su Job24.it c'è un una videochiacchierata sulle norme più recenti a vantaggio di chi assume lavoratori svantaggiati, donne e giovani da stabilizzare che ho fatto, sempre ieri, con l'avvocata Anna Maria Corna, che é una dei nostri Dr Job dello studio Trifirò &Partners
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15 novembre 2012 - 15:41
Sono andata sul sito del Teatro della Cooperativa a Milano, volevo prenotare due biglietti per andare a vedere "Nudi e crudi" di Allan Bennet. Mentre consultavo la pagina "Prezzi &convenzioni" mi sono imbattuta nella riga: Ridotto under 27*. L'asterisco rimanda al distico che segue:
*Le statistiche dicono che l'età media di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro si é alzata a 26,9 anni. Per questo motivo il nostro ridotto è under 27.
Non é vero che nessuno pensa ai giovani, ho constatato. Ci pensa il mondo della cultura, e si adegua : alzando il limite per usufruire della riduzione, indicizzata all'età - realisticamente auspicabile - della prima busta paga. Si adegua come può e mettendoci del proprio nonostante i tempi non facili, in attesa di soluzioni, di progetti e di visioni sul tema dell'occupazione giovanile che dal mondo della politica e dell'economia latitano. Un teatro, invece, e un teatro di periferia molto coraggioso ed engagé , scommette sul suo pubblico futuro e, così facendo, investe oggi per non perderlo domani.
Questa mattina a Roma, in apertura degli Stati generali della Cultura , dove i ministri sul palco sono stati più volte interrotti dalla sala stracolma e tumultuante, il presidente Napolitano concordava con il ministro Barca sul fatto che il rilancio della cultura non é solo una questione di soldi, "ma che c'è anche il problema della capacità progettuale e gestionale". E sosteneva con energia che la politica "é saper dire dei sì e dei no, scegliendo le priorità. Dobbiamo dire più "sì" a quelle che sono le scelte per la cultura». I giovani sono l'altra priorità in lista d'attesa prolungata, proprio come la cultura . Sarà per questo che, intanto che aspettano (e non accade nulla come con Godot, per restare in tema di teatro), gli uni e l'altra hanno cominciato a darsi una mano.
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13 novembre 2012 - 16:20
Infuria ovunque da questa mattina "il gioco del Pantheon". Tutto nasce dalla domanda "Fate due nomi del vostro Pantheon di sinistra” che é stata rivolta ieri sera ai cinque candidati alle primarie del centrosinistra in conclusione del confronto stile talent show (analogia inevitabile anche per via dell'estetica: il teatro era lo stesso di X Factor...) in onda su Sky e Cielo.
Programma tv seguitissimo e ancor più discusso ex post, anche grazie, appunto, al quesito e alle risposte piuttosto spiazzanti fornite dai leader. Allora mi é venuta voglia di farlo anche qui su JobTalk, il giochetto. Con il lavoro al centro, naturalmente.
Così ho chiesto "Fate due nomi del vostro Pantheon del lavoro" agli esperti che vedete e ascoltate abitualmente su Job24.it. Personaggi ispirazionali già in proprio, ecco che cosa mi hanno risposto:
Roberto D'Incau, cacciatore di teste e life-executive coach, ha scelto Adriano Olivetti ed Enzo Ferrari. Motivazioni: il primo come il simbolo dell'imprenditore illuminato e aperto al sociale "la social responsability dell'impresa ante litteram" spiega Roberto D'Incau. Il secondo perchè incarna "la passione che diventa un business e un simbolo dell'eccellenza italiana nel mondo"
Vota Adriano Olivetti anche Enrico Bertolino e aggiunge, da lombardo, un nome local: quello di Giovanni Borghi, industriale degli elettrodomestici di Varese e dello sport , patron (negli anni 60 si diceva così) della Ignis, intesa come azienda e come squadra di basket. Celebre la sua frase "Sa'l custa?" (traduzione: "Quanto costa?").
Nomina Pier Luigi Celli e Frederick Winslow Taylor Leonardo Previ , docente di Storia Economica della Cultura alla Cattolica, formatore manageriale innovativo, anche adoperando il Lego (é Certificate Facilitator di Lego Serious Plays, cliccate la videointervista online oggi su Job24.it per capire che cosa vuol dire). Pier Luigi Celli, per il rigore intellettuale e l'amore per il rischio; Frederick Taylor "perché ha aiutato tutti noi a capire cosa NON fare quando si organizza il lavoro di qualcuno". Il lato B, quello più attuale, del taylorismo, praticamente...
Nel Pantheon lavorativo di Giovanna Giuffredi, l'altra coach preferita di Job24 e di La7, psicologa, ci sono l'indiano Deepak Chopra, maestro della meditazione, "che mi ha ispirato nel mio lavoro, e che incontrerò di nuovo tra breve", e il Mahatma Gandhi "perchè c'é bisogno di spiritualità in questo momento!". Una frase: "Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo".
Non se ne avrà Giovanna se qui aggiungo anche la mia citazione preferita del "suo" personaggio di riferimento: “First they ignore you, then they ridicule you, then they fight you, and then you win.” prima di aggiungere il mio Pantheon personale. Ovvero Daniel Goleman , padre della teoria d'intelligenza emotiva e Gino Giugni, padre dello Statuto dei Lavoratori.
Motivazioni: Goleman perchè il fatto che i primi della classe raramente sono i primi nella vita lo sapevamo tutti, ma nessuno ci aveva mai spiegato perchè. Adesso che finalmente lo sappiamo, possiamo rivedere tutta la scala dei valori che alla fine contano nel lavoro e nella vita. E meno male.
Il prof Giugni perchè, come ho scritto in un post nel 2009 quando lo salutammo, le immagini sue che circolano in Rete sono in bianco e nero, le idee però sono luminosissime.
Se ricevo altre risposte, aggiorno...
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2 novembre 2012 - 13:31
Paradossi del lavoro in tempi di crisi: c'è una categoria di lavoratori che non ha perso l'ottimismo e il buon umore. Sono, come apprendo da questo video girato in una fabbrica francese, gli artigiani che costruiscono le bare. Pare che, per alleggerire la tensione, si prendano l'un l'altro le misure come nelle vecchie strisce di Lucky Luke. Che dire: l'ìronia é la salvezza degli esseri pensanti, indipendentemente dal contesto. Impariamo tutti dagli ebanisti funebri. Mestiere artigianale, e settore che tira lo stesso, anche se non punta sull'export, essendo come nota lo speaker, "orgogliosamente nazionale, anzi , quasi nazionalista, in Francia come in Italia".
Ma i costruttori di casse da morto non sono i soli a essere allegri oggi: ieri, secondo Coldiretti che ha messo sul suo sito un sondaggio in merito , per la festa di Ognissanti si sono spesi 400 milioni in fiori. Sommando il giro d'affari della festività dei defunti , il bilancio finale dei fioristi e vivaisti nella due giorni di novembre supera quello di S.Valentino. Realistico, se é vero che, sempre secondo Coldiretti, 8 italiani su 10 vanno al cimitero e metà di loro porta fiori.
Dei profili al servizio del caro estinto ci eravamo occupati l'anno scorso qui su JobTalk, con i numeri del business forniti dalla Camera di Commercio di Monza e qualche considerazione di prima mano sul recruiting nelle imprese funebri con le sue peculiari difficoltà. Raccontate dall'imprenditore con un certo sense of humor, di nuovo. Ecco il post del 2011. Qui il video 2012 invece.
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25 ottobre 2012 - 17:24
E così é il trader bancario Francesco Menegazzo il vincitore di " The Apprentice", il concorrente che lavorerà per un anno con Flavio Briatore, assunto con un contratto "a sei zeri". Dopo aver fatto polpette di tutte le teorie sulla leadership partecipativa di questi anni (ed aver dimostrato che un programma sul lavoro in prima serata ci può stare, se é fatto con competenza e il giusto pathos: complimenti a Cielo) il "boss" (per chi non ha visto il reality: questa é una citazione ) tra i due finalisti ha scelto il profilo del killer. Di quello col cv molto a posto ma disposto a tutto per riuscire, che non si fa mai avanti per primo, anzi, sta acquattato e silenzioso come un cobra in attesa che gli altri facciano un passo falso, che lavora per rivalsa prima di tutto, non certo per passione. Quello che trova le sue risorse in una frustrazione vissuta, quindi dal passato, anzicchè cercarla nei sogni , che abitano nel futuro. Uno stratega, ma con molte lacune (empatiche: il ninja in azienda di solito ha vita breve, e i tempi della trance adrenalinica non sono la realtà nel lavoro, al contrario: la quotidianità é un brodo tiepido).
Lo ha preferito, il Briatore anti-Goleman della tv, all'altro sfidante, che di Francesco é l'esatta antitesi umana e professionale. Perchè lo sconfitto Matteo Gatti, sales & self made man, é il modello-base del giovane di buona volontà e formidabili energie, quello che vende i ghiaccioli agli esquimesi e fa il complimentoso con le vecchie signore, che non si tira mai indietro, quello che "chiudere una trattativa é meglio del sesso", che "la squadra è tutto". Un automotivato motivatore, ma con molte lacune (culturali: Hong Kong non é in Giappone, e un po' di inglese ahimè serve a tutti).
A tv spenta, la riflessione curiosa da fare é che i due finalisti , i superstiti di una rosa di 16 concorrenti piuttosto mediocri e imbottiti di teorie manageriali orecchiate alla rinfusa , messi insieme diventano la sintesi di tanta Italia che popola, in questo momento, il mondo del lavoro. Lo ha detto anche Briatore: a me servirebbe un Frankenstein, un misto di tutti e due. Il fatto é che Francesco e Matteo sono speculari e parecchio contemporanei, ma non sono tutta l'Italia occupata: dal casting di "The apprentice" ne manca un bel po'. Per fortuna: il panorama é più variegato, oltre agli yes man di ghiaccio e ai commerciali garruli che si contendono la prima fila anche in azienda, sono in tanti i nostri colleghi o capi che non somigliano né a Francesco il Gelido, né a Matteo il Simpatico. Purtroppo sono poco rappresentati, a ogni livello, e poco apprezzati.
Come mancano, allo stesso modo modo, un tot di giovani all'appello della improvvida ultima uscita di Elsa Fornero. Oltre agli schizzinosi (i "choosy"additati dalla ministra, che per carità esistono, eccome se esistono...) e i disposti a tutto pur di lavorare (tendenza in notevole e veloce aumento) , sollevatisi in massa contro le sue parole, indignati per l'ennesima volta, ci sono almeno altri due altri tipi di venti-trentenne in circolazione. Sono quelli che realizzano di abitare in un Paese triste che spreca il talento e, con sacrosanta immodestia, si spazientiscono e se ne vanno. Oppure quelli che sono anche disposti ad aspettare, adattandosi sì, però in attesa di qualcosa che arriverà prima o poi . Qualcosa di minimamente gratificante, di coerente con gli studi fatti e i sogni fattibili, con il tempo e con i soldi investiti, ma non spesi a perdere. Questo qualcosa nessuno - reality show a parte - oggi é in grado di farglielo vedere.
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15 ottobre 2012 - 11:28
Avrei voluto scrivere di altro stamattina, su un tema di ecologia del luogo di lavoro, consono al lunedì e alla pioggia che ci bagna ma non ci sorprende. Poi su Twitter mi sono imbattura in questo post, asciutto nella sua essenzialità, e ho cambiato idea. Si intitola Pensieri sparsi sul contratto di lavoro , ed é pubblicato sul blog Rue de Mirabelles di @saramaternini che, in poche righe, racconta una esperienza di lavoro, anzi, di collaborazione (tenere un corso di italiano) in Francia. E, riferendosi alla formalizzazione del rapporto di lavoro (anzi, di collaborazione,) conclude così:
"Il “poi vediamo” é un problema tutto italiano.
Firmare contratti retrodatati è un problema tutto italiano.
Non rispettare i contratti o pensare che se nessuno parla di rinnovo é scontato che tu continui a lavorare senza contratto è un problema tutto italiano."
Chiarissimo. Molto più di una geremiade sul precariato di quelle che piacciono ai media generalisti-generici, e che nei salotti tv si liquidano con un sospiro e una partecipe scrollata di testa. Il posto fisso qui non c'entra. C'entrano la correttezza della relazione e il valore del lavoro richiesto, e quello individuale di chi é chiamato a svolgerlo. Parlare di retribuzione e di impegni non sta bene, constata Sara e in tanti, i ragazzi ma non solo loro ormai, potrebbero sottoscrivere. Nella non-cultura del nuovo lavoro, discutere del quanto e del come é diventato un tabu, il "poi vediamo.." il mantra da interiorizzare, se vuoi lavorare. Non c'è niente di esotico, però, visto che il problema pare sia solo nostro.
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1 ottobre 2012 - 17:15
Curioso titolo quello che le donne di Confartigianato di Milano e Monza-Brianza hanno scelto per la loro ricerca. Ll'hanno chiamata"E' lei il titolare?", dove il "lei" si legge con la elle maiuscola del"Lei" di cortesia, ma si intende con la minuscola, ovvero "lei" pronome personale femminile.
Si scopre infatti che, persino nella Regione dell' "eccellenza" europea e dell'innovazione, trovare una signora a capo di una attività o seduta al tavolo del disegno tecnico (più volte evocato stamattina alla presentazione dello studio) può suscitare questa stupita reazione in fornitori e clienti un po' passatisti. E pare che la scenetta, che sembra uscita da un Carosello in bianco e nero, si ripeta piuttosto di frequente, anche.
Questa mancanza di contesto di legittimazione sociale, per riprendere le parole usate dalla ricercatrice Ivana Pais, é la questione che disturba di più le donne alla guida di un'attività artigiana, che non è necessariamente di coiffeur o abbigliamento, cose da femmine insomma, piuttosto di costruzioni, meccanica, software.
Non essere riconosciute nel ruolo pesa persino di più del problema di far quadrare lavoro e famiglia. Difficoltà che, è emerso oggi, in questa categoria di donne che lavorano si vive - o forse si percepisce - con meno affanno.
Motivazione e possibilità di gestire il puzzle della giornata-tipo funzionano da antidoto al panico da conciliazione tra queste imprenditrici che , con una scelta metodologica "di genere" inconsueta e interessante, la ricerca ha messo a confronto con imprenditori uomini e anche con il punto di vista dei loro dipendenti. I quali, si è appreso, riconoscono le doti di problem solving e di delega efficace della leader anche di più e meglio di quanto lei non creda, se richiesta di giudicare se stessa e le proprie attitudini manageriali. Infine, la ricerca di Confartigianato spiega che le donne sono più brave a motivare e coinvolgere chi lavora con loro, gli uomini a usare le relazioni sociali esterne - anche le più semplici, tipo una partita di calcetto - per il bene del business.
Link introvabile nel Web almeno per ora, la ricerca è pubblicata da Ecra, Edizioni del Credito Cooperativo.
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