.. una foto, di qualcuno che amiamo o di una bella vacanza, non serve perchè la vedano i colleghi. Serve a ricordarci che esiste la vita, scrive il saggio Ballerini nel suo post sulla psicologia ambientale ispirato dalla Harvard Business Review che questa settimana incrocia ancora una volta i temi di JobTalk. Di salute e felicità al lavoro parliamo anche su Job24.it con il test U come ulcera: Rischi di ammalarti di stress? In ufficio, più sorrisi, meno gossip e con il secondo video della serie del life coach Roberto D'Incau Cambiare vita, cambiare lavoro 2 - Farsi l'autoanalisi
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di Luigi Ballerini.- Via il rosso dai nostri uffici. Lo dice la psicologia ambientale, quella scienza che studia come le persone vivono nell’ambiente, e soprattutto gli effetti che quest’ultimo esercita su di loro. Sally Augustin, esperta della materia, nel suo blog su Harward Business Review
si occupa in particolare di come l’ambiente lavorativo riesca ad influenzare il nostro stato psicofisico. Con lei scopriamo quali accorgimenti sono necessari per migliorare il nostro benessere. Alcuni risultano molto semplici da realizzare e richiedono solo qualche piccolo aggiustamento nelle nostre abitudini.
Ad esempio, proprio evitare il rosso intorno a noi. Secondo gli studi condotti all’Università di Rochester dal Prof. Andrew Elliott nel dipartimento di Psicologia e Scienze Sociali
l’uso del colore rosso andrebbe bandito dagli ambienti in cui si devono ottenere prestazioni e performance: esso si associa infatti al pericolo di fallimento. Viene addirittura ipotizzato che l’uso della penna rossa dei nostri insegnanti per indicare gli errori più gravi a scuola sia stato in grado di stabilire in noi un nesso permanente nell’associare l’idea di fallimento al colore stesso. Quindi via anche la graffettatrice dalla scrivania, se rossa.
Le piante, possibilmente con le foglie arrotondate e non a punta, sembrano invece farci star bene, in particolare sono capaci di far aumentare la nostra capacità di attenzione e concentrazione.
Anche la disposizione del mobilio conta: è importante soprattutto non dare le spalle a una zona di passaggio, per non sentirci vulnerabili. Ma a questo potevamo forse arrivarci anche da soli.
Un suggerimento particolarmente efficace è che il posto di lavoro parli di noi. Lo si può ottenere facilmente con qualcosa che riteniamo davvero nostro. Per personalizzarlo basta davvero poco, una piccola foto ad esempio può avere un valore grandissimo; sa raccontare agli altri chi siamo, cosa ci piace e ci interessa. Ma non solo, aggiungiamo noi. La foto, più che ai colleghi, in realtà serve a noi. Serve a ricordarci che esiste la vita.
Lungi da tentazioni nostalgiche che ci porterebbero a fissare le immagini di una vecchia vacanza con insofferenza per la situazione attuale, le foto delle ultime ferie o di un bel weekend o di un attimo di tranquillità insistono nel dirci che la vita è più del lavoro, che esiste un tempo per tutto. Lo stesso vale per le immagini di chi amiamo. Appese in un angolo del computer o sulla bacheca o, più tecnologiche, usate come screensaver ci aiutano a ricordare che non esistiamo solo noi, che il tempo è da condividere con chi ci fa stare bene, che non possiamo rischiare di perdere quei rapporti significativi dentro la furia workaholica.
Si dice sia buona norma non contaminare casa e lavoro, non permettere che i problemi di un ambito si riversino nell’altro. Potremmo però provare un nuovo genere di contaminazione, una finalmente positiva: che il bello della vita personale investa la vita lavorativa e viceversa. Potremmo sperimentare una sorprendente e forse inattesa unità, con la soddisfazione come fattor comune in entrambi gli ambiti. Poi lo racconteremo agli esperti dell’ambiente.
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