E' il lavoro chè è drogato; il lavoro "senza nobiltà, quello "del tirar via, del non imprendere cose nuove, del tirare avanti, del non piegare le spalle". Bello l'articolo di ieri, Ferragosto, di Davide Rondoni, lo scrittore e poeta che, prima pagina sul Sole 24 Ore di carta, si chiede se l'emergenza droga non dovrebbe essere materia del ministero del Lavoro. Il ragionamento parte da una evidenza largamente nota, ovvero che, nel downsizing generale di cui tutti parlano, la cocaina è diventata uno sballo popolare, alla portata di chi vive di stipendio. Il popolo della notte va a lavorare la mattina dopo. A Milano, la scoperta di un giro di tranvieri sniffatori, qualche mese fa, ha fatto ben più scalpore in città delle ultime prevedibili storie dei privè delle discoteche della movida. La cocaina, scrive Rondoni, è il premio autosomministrato dei lavoratori occupati ma in stato di maloccupazione, surrogato di tutto quello che il lavoro non dà più: identità, soddisfazione, motivazione, impegno, dove il metterci del proprio, energia, progettualità e desideri, diventa inutile "perchè tanto non si conquista nessuna vera beatitudine".
I lavoratori senza premio e senza senso ma con un posto, magari pagato bene, sono "disoccupati interiori", difficilmente ricollocabili perchè per loro non esistono sportelli, nè politiche di riduzione del danno. Ma se è il lavoro a essere tossico - o malato, come scriveva sempre ieri Ferragosto anche Ilvo Diamanti su Repubblica - è il futuro che sballa. E allora ha ragione Davide Rondoni, la cura non è al pronto soccorso.
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Commenti
rosanna santonocito 23/ago/2010 15:12:21
zak fett 23/ago/2010 13:58:41
Anto 17/ago/2010 10:53:21
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