...che è una concezione della vita e del lavoro in equilibrio, uno stile easy che è la caratteristica della città canadese, non a caso plurimedagliata nelle classifiche della qualità della vita nordamericane come la non lontana gemella statunitense Seattle, ma che l'arrivo dei Giochi ha rivoluzionato e sparigliato. Anche Richard Florida, il guru delle "città creative", è appena arrivato a
Vancouver e ha scritto su Twitter: "Everyone is so polite at Vancouver Olympics esp the police- just spent 30 minutes talking about cities, sports and condo prices": tutti sono cortesi qui, specialmente i poliziotti con cui ho passato mezz'ora a parlare della città, di sport e di quanto costano gli affitti"...Unbelivable Mr Florida ! E non è che noi italiani sempre affannati sul lavoro e in debito di tempo per noi stessi siamo questi campioni di efficienza e di organizzazione, quando messi alla prova...
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di Arturo Keller – “Io per oggi ho finito, vado a fare jogging al parco”, dice la collega canadese al vicino di scrivania italiano alle 5 di pomeriggio. “Hai finito?”, dice l’italiano sospreso, stentando a credere a quello che vede. In risposta, la collega canadese si alza, chiude la borsa e se ne va. A correre, per l’appunto. “Ne ho bisogno, non posso mica stare seduta qui tutto il giorno”, spiega. Infatti, ogni tanto durante il giorno si sdraia per terra e fa un paio di addominali, oppure si mette a pancia in giù e infila una breve serie di flessioni.
Chiaro, non tutti i canadesi sono così strani o così eccentrici. Ma su una cosa, almeno quelli che lavorano alle Olimpiadi di Vancouver, sembrano essere tutti piuttosto simili: scappare via dal lavoro il più presto possibile è uno degli obiettivi principali della loro giornata.
Non è un caso che la qualità della vita, in questa città momentaneamente impazzita a causa dei Giochi, sia altissima, a detta di tutti: posto ideale per crescere dei bambini, per fare una vita sana e sportiva, per lavorare ma anche avere tempo da dedicare a se stessi. Tanto tempo.
E non ci sarebbe proprio nulla da eccepire rispetto a questo modo di vivere, anzi l’Italia avrebbe molto da imparare: promuovere una cultura che punti al rispetto e non allo sfruttamento dei lavoratori, che assicuri a tutti tempo libero per la famiglia e lo svago, che non permetta mai di diventare schiavi del lavoro.
Però, quando si parla di Olimpiadi, un po’ ci si deve dimenticare il principio delle otto ore al giorno, il riposo settimanale, la pausa pranzo di un’ora e gli straordinari da contare. Le Olimpiadi sono un mondo a sé, un treno che corre a grande velocità e per stare a bordo e per farlo funzionare servono persone con prontezza di riflessi, flessibilità e disponibilità a mettere tutto, ma proprio tutto il proprio tempo e impegno a disposizione del progetto.
“Mi aspettavo che i canadesi fossero entusiasti, interessati a fare del loro meglio per rendere le Olimpiadi un successo – dice un marchigiano che lavora per il comitato organizzatore (e che, per ovvi motivi, dovrà restare anonimo) -. Invece qui non vedono l’ora di andarsene a casa, neanche stessero lavorando a una catena di montaggio”.
Una sua collega piemontese, dislocata in un altro ufficio, rincara: “Noi, noi italiani che lavoriamo qui, pensiamo: sono le Olimpiadi, dobbiamo dare tutti noi stessi. Nessuno di noi si aspetta di lavorare con orari normali, otto ore al giorno e poi a casa. Sappiamo, anche perché in molti abbiamo lavorato anche alle Olimpiadi di Torino, che prima e durante i Giochi è meglio dimenticarsi la propria vita normale”. Quando le gare cominciano non si sentono più gli amici, non si parla più con la famiglia, si lavora e basta. “Come in una bolla. Invece i canadesi che lavorano con noi continuano a credere che sia giusto, per queste tre settimane, pretendere di fare una vita normale. E’ come se non capissero quanta energia sia necessario spendere per far funzionare una macchina complicata come quella delle Olimpiadi. E’ come se non fossero interessati a rendere i ‘loro’ Giochi perfetti o quasi”.
Dipenderà dalle garanzie ormai date per scontate, dipenderà dall’abitudine a vivere bene. E dall’estrema correttezza politica che, facilmente, può sconfinare nella rigidità mentale. Per gli italiani che stanno dando sangue, lacrime e passione per far funzionare Vancouver 2010, comunque, la placidità dei colleghi canadesi rimane un mistero.
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Commenti
rosanna santonocito 23/feb/2010 18:21:25
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