28 gennaio 2010 - 18:19
Diari / "Italiani di frontiera”: quelli immuni dalla “sindrome del Palio di Siena”, vivono all'estero e hanno successo
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di Fabrizio Buratto.- “Incapaci di fare squadra, affetti dalla sindrome del Palio di Siena, sempre impegnati a dover smussare attriti e conflitti sul lavoro”. Queste le principali caratteristiche negative individuate dagli “italiani di frontiera” – quelli che vivono all’estero – rispetto al modo di lavorare e pensare in patria. La “sindrome del Palio di Siena”, secondo l’anziano genetista Luca Cavalli Sforza, professore all’università di Stanford in California, è la forma mentis italiana per colpa della quale non siamo abituati ad avere fiducia negli altri, a collaborare, “cosa in cui gli inglesi sono molto bravi, e infatti hanno inventato giochi di squadra come il calcio”. Nel Palio di Siena, invece, non si gode tanto del proprio successo, quanto dell’insuccesso della contrada altrui. Il giornalista Roberto Bonzio ha raccolto questa e altre testimonianze di “italiani di frontiera” durante i sei mesi trascorsi nella Silicon Valley nel 2008. In collaborazione con il Cfmt (Centro Formazione Management del Terziario), Bonzio sta tenendo una serie di incontri per far conoscere ai manager queste “Storie di innovazione e spirito di impresa”, come recitava il titolo della conferenza tenuta a Milano alla fine di gennaio.
Tra gli italiani di frontiera ci sono Marcello Forconi, ricercatore chimico a Stanford, che racconta incredulo di avere contattato il professore di cui è diventato collaboratore via email ed essere stato chiamato al telefono da lui in persona, c’è Roberto Crea, il primo ad aver creato insulina sintetica, presentatosi al centro di ricerca in giacca e cravatta mentre tutti gli altri erano in jeans e maglietta, c’è Marco Marinucci di Google, la cui scoperta più grande è stata che “quello che apprendi ha tanto più senso quanto più riesci a condividerlo nei tuoi spazi di pertinenza.” Il cammino per un manager o un ricercatore col sogno della California pare tutto in discesa: il “think out the box”, il pensare fuori dagli schemi che contraddistingue gli italiani, abituati ad arrangiarsi in qualsiasi situazione, non è un luogo comune.
Come non lo sono le difficoltà, culturali e strutturali, di casa nostra denunciate dagli imprenditori presenti all’incontro. Giovanni Aliboni, manager nel settore dell’energia, fa presente che in Italia non è sufficiente avere spirito d’impresa perché “quando si vuole costruire sul suolo italiano un qualsiasi impianto che generi energia elettrica, anche fotovoltaico o eolico, il 20% del valore dell’impianto se lo prende chi porta l’autorizzazione e i passaggi burocratici sono lenti. Bisogna aspettare anni prima di avere l’autorizzazione che in Germania, Svizzera o Stati Uniti arriva in sei mesi”. Si capisce perché, a queste condizioni, energie rinnovabili e green job corrono il rischio di rimanere solo belle parole.
Rilevante anche l’intervento di Guido Zerbi, che ha lavorato 17 anni in Ibm e si occupa di proprietà intellettuale e brevetti: “non basta fare invenzioni, bisogna difenderle, proteggerle e farle fruttare. Il numero di invenzioni che raggiunge la brevettazione in Italia è molto inferiore rispetto a quello degli altri paesi europei perché in Italia brevettare risulta molto più complicato e costoso. Anche per questo la ricerca in Italia è sconveniente.”
Ciò che bisognerebbe fare per cambiare la situazione italiana emerge in maniera chiara da dibattiti, saggi, inchieste e testimonianze. Come fare è uno dei tanti misteri italiani. Ma questo non lo si può archiviare.
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Categorie: Diari
