24 dicembre 2009 - 14:05
JobArt / JobTalk é in vacanza, ma prima...un'altra vignetta di Natale: questa è di Andrea Pedrazzini
SEGUI JOBTALK E JOB24.IT ANCHE SU TWITTER CON 24JOB
Buone Feste e tanti auguri per un 2010 di lavoro felice a tutti !
24 dicembre 2009 - 14:05
SEGUI JOBTALK E JOB24.IT ANCHE SU TWITTER CON 24JOB
Buone Feste e tanti auguri per un 2010 di lavoro felice a tutti !
24 dicembre 2009 - 8:00
“Io ce la farò, forse dovrò faticare ancora un po’, forse non c’è chi crede in me, ma ce la farò.” I lavori son desideri? E i principi ranocchi sono una metafora della precarietà?
La principessa e il ranocchio
Regia: Ron Clements e John Musker
Parola chiave: tenacia
Professione: ristoratore
Ambientazione: New Orleans, anni Venti
Genere: animazione
Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=fUcmjZIT8HI
di Fabrizio Buratto.-“Io ce la farò, forse dovrò faticare ancora un po’, forse non c’è chi crede in me, ma ce la farò.” Così canta Tiana in una della parti di musical, le più belle del cartone. “La principessa e il ranocchio”, la fiaba di Natale della Disney pare un’emanazione dell’era Obama: c’è la crisi? Ok, ma con il lavoro, la tenacia e il talento i sogni possono diventare realtà. Tratto dalla celeberrima fiaba dei fratelli Grimm,è ambientato nella New Orleans degli anni Venti, dove la piccola Tiana – una bimba di colore – vive con i suoi genitori. Mamma sarta al servizio del riccone della città, padre di una bambina viziatissima compagna di giochi di Tiana, e papà manovale con un sogno: aprire un ristorante tutto suo. A sera la famiglia si riunisce per la cena e Tiana aiuta a cucinare, sfoderando il suo talento per le zuppe. Questo il prologo, ma dopo il “c’era una volta un famigliola felice e contenta” gli anni passano e ritroviamo Tiana nei panni di cameriera. Suo padre è morto, e lei pensa solo al lavoro per mettere da parte i soldi necessari a realizzare il “loro” sogno: aprire il ristorante. Perciò Tiana non ha tempo per l’amore, un lusso che lascia alla sua amica d’infanzia mantenuta dal papà.
“Io ce la farò, forse dovrò faticare ancora un po’, forse non c’è chi crede in me, ma ce la farò.” Così canta Tiana in una della parti di musical, le più belle del cartone come spesso accade nei film Disney, ricche di trovate e citazioni per intrattenere anche genitori, nonni e baby sitter che accompagnano i bambini al cinema. Sono tante le persone a non credere in Tiana, tutti uomini. Dal cuoco del ristorante dove lavora come cameriera: “non ce la farai mai”, ai due imprenditori immobiliari che, ad affare fatto, alzano il prezzo del vecchio zuccherificio dove Tiana ha deciso di ricavare il suo ristorante: “è meglio che una donnetta del vostro ambiente stia dov’è, e non metta le mani in questo affare.”
La sera stessa in cui Tiana crede di dover abbandonare il suo sogno proprio quando l’aveva quasi raggiunto, viene scambiata per una principessa dal principe Naveen, trasformato in ranocchio, il quale le chiede di baciarlo. In questo modo lui ritornerà umano e la ricompenserà dandole i soldi che le mancano per aprire il ristorante. Ma. Nelle fiabe c’è sempre un ma e un cattivo.
Così Tiana si ritrova rana pure lei, e in questa nuova dimensione scopre l’amore, ovviamente per il principe Naveen, donnaiolo incallito e bamboccione dalle mani bucate ripudiato dai suoi ricchi genitori. Tiana capisce che non può realizzarsi solo nel lavoro, se le manca l’amore, e il principino che d’ora in poi dovrà lavorare, se vuole essere felice al fianco di Tiana.
La vita da rana è davvero una vita da precari: tutti gli altri animali sono più grossi e ti vogliono mangiare, eccetto le lucciole. Dopo tante avventure e peripezie nella palude, Tiana e il principe Naveen ritorneranno umani, giovani e belli, e convoleranno a giuste nozze. Se è vero che basta l’amore per vivere felici, avrebbero potuto rimanere rane e fare tanti girini, ma il sogno della giovane imprenditrice di colore non si sarebbe realizzato senza l’apertura del ristorante “Tiana’s”.
New Orleans, il jazz e gli anni successivi alla crisi del ’29 costituiscono un’ambientazione perfetta per il primo film Disney che ha per protagonista un personaggio di colore. “La principessa e il ranocchio” potrebbe apparire retorico, invece il sogno americano è ancora vivo, come dimostra il signore non white alla White House. Certo, non si può pretendere che tutti lavorino sodo e nello stesso tempo abbiano tenacia e talento, ma questo modello pare l’unica via per uscire dalla crisi e non rimanere delle rane precarie saltellanti da un lavoretto all’altro per tutta la vita.
SEGUI JOBTALK E JOB24.IT ANCHE SU TWITTER CON 24JOB
Permalink Commenti (1) TrackBack (0)
Categorie: JobFiction
23 dicembre 2009 - 14:57
SEGUI JOBTALK E JOB24.IT ANCHE SU TWITTER CON 24JOB
di Fabrizio Buratto.- “A tavola con gusto e fantasia”, “Gestire la casa con una marcia in più”, “Corso base di cucito” sono alcuni dei corsi che la Provincia Autonoma di Bolzano per la prima volta ha esteso agli adulti che intendono frequentarli. Ve lo immaginate un uomo italiano – operaio, manager o impiegato che sia – cucire l’orlo di un pantalone, acquistare un elettrodomestico piuttosto che un altro perché consuma di meno o leggere gli ingredienti dei prodotti al supermercato? L’ambito è quello dell’“Economia domestica”, “materia in cui la Provincia di Bolzano è attiva da cinquant’anni”, sottolinea Stefan Walder, Direttore della ripartizione Formazione professionale, agricola, forestale e di economia domestica. L’utilità? Ad esempio risparmiare tempo, denaro e scegliere gli alimenti o gli elettrodomestici più adatti per un’alimentazione sana e di un consumo sostenibile.
Ai corsi, della durata fra le due e le quattro serate, si aggiungono le conferenze “Acquistare con consapevolezza” e “Pulito e sicuro”. I corsi sono finanziati interamente dalla Provincia Autonoma di Bolzano, non essendo previsti Fondi dell’Unione Europea per questo tipo di attività. I costi dei corsi e delle conferenze per gli adulti variano dalle 20 alle 30 euro a seconda del numero di ore, più la spesa per i materiali usati, che vanno dagli alimenti ai tessuti. Si tratta di materie che ci possono far sorridere, non avendo mai ricevuto un’educazione in tal senso, ma che nella provincia di Bolzano sono seguite da 6.000 persone di lingua tedesca ogni anno, per l’80% donne. Eppure sarebbero utili anche in Italia, soprattutto ai maschietti che reputano la cura della persona, della casa, dei figli, lavori prettamente femminili nei focolari domestici del nostro paese.
“L’Economia domestica è un vecchio insegnamento delle scuole tedesche, austriache e svizzere, che nella Provincia di Bolzano riguarda 5.000 studenti ogni anno, e che da quest’anno abbiamo esteso agli studenti madrelingua italiana”, spiega Walder. “E’ da intendere come una tecnica, un approccio culturale per gestire la propria vita in maniera responsabile.” Dall’asilo fino alle superiori, ogni scuola può decidere quante ore dedicare a questi insegnamenti, gestendoli con il budget a disposizione per tutte le attività. Per gli studenti madrelingua italiana è partito il progetto di educazione alimentare “Cultura che gusto”, per il quale sono impiegati docenti della Provincia di Bolzano che vanno nelle scuole e svolgono il programma in due o tre giorni.
Un percorso educativo dove non ci sono “lavori da donna” e “lavori da uomo”, ma lavori e basta. Ai corsi per adulti, iniziati in novembre, si sono già iscritte 314 persone madrelingua italiana, di cui ben 68 uomini.
Ma siamo in Italia?
Permalink Commenti (0) TrackBack (0)
Categorie: Mille euro
21 dicembre 2009 - 11:00
Anche il DrJob di adegua al clima festivo con una sentenza consona alle usanze di stagione. Sempre in ottemperanza alle disposizioni legislative, eviterei di seguire alla lettera, in azienda, il consiglio finale dell'Avvocato Beretta, che è assolutamente ironico e non intende essere irrispettoso nè offendere la sensibilità di nessuno (premessa non d'obbligo, ma a titolo preventivo ...)
Dr Job è a cura di Anna Marino
di Stefano Beretta –Trifirò & Partners- TrifiroPartners on Twitter- L’altro ieri la Suprema Corte di Cassazione ha depositato una sentenza (Cassazione, Sezione Lavoro, sentenza n. 26372 del 16 dicembre 2009) che ha riconosciuto il diritto del lavoratore al risarcimento non solo dei danni fisici, ma anche di quelli morali per un infortunio subito a causa… dei mobili vecchi!
Il dipendente lavorava in un ufficio il cui arredamento da anni non veniva rinnovato e che risentiva dell’usura del tempo.
In particolare, la sedia assegnatagli era piuttosto sgangherata e un giorno non aveva più retto e, senza giochi di parole, si era rotta.
Il lavoratore era malamente caduto e si era fatto male; ha ritenuto che non fosse sufficiente il ristoro del danno fisico patito a seguito dell’infortunio, ed aveva preteso anche un risarcimento del danno morale.
La Suprema Corte ha giudicato che “il datore di lavoro è responsabile del danno subito dal lavoratore per infortunio derivato da vetustà dell’attrezzatura di lavoro” e, sancendo tale responsabilità, ha riconosciuto anche il risarcimento del danno morale, ritenendo che tale tipo di danno concerne “una lesione di un interesse della persona costituzionalmente garantito, come la salute” e, pertanto, deve ritenersi sempre “risarcibile a prescindere dal fatto che la condotta illecita che ha determinato l’infortunio costituisca un reato”.
Ed allora, avvicinandosi il Capodanno, forse è il caso di buttare i mobili vecchi dalla finestra!
la foto è tratta dal blog Indie-guest
DrJob / Il cenone di Capodanno può mettere a rischio il posto di lavoro
SEGUI JOBTALK E JOB24.IT ANCHE SU TWITTER CON 24JOB
Permalink Commenti (0) TrackBack (0)
Categorie: Dr Job
21 dicembre 2009 - 8:00
Permalink Commenti (0) TrackBack (0)
Categorie: JobArt
19 dicembre 2009 - 14:00
SEGUI JOBTALK E JOB24.IT ANCHE SU TWITTER CON 24JOB
Welcome: regia di Philippe Lioret
Parola chiave: immigrati
Professione: qualsiasi, pur di mangiare una volta al giorno
Ambientazione: Calais, Francia del nord
Genere: drammatico
Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=dvImtvPyVlc
di Fabrizio Buratto.- Febbraio 2008: Bilal, un curdo di diciassette anni, arriva a Calais dopo un lungo viaggio, convinto di imbarcarsi per Londra dove da qualche tempo si è trasferita Mina, la ragazza di cui è innamorato. Ma è un clandestino, sgradito al regno di sua maestà, quindi non può fare altro che tentare di passare come fanno le centinaia di clandestini bloccati a Calais: pagare cinquecento euro per nascondersi in un camion. Il mezzo viene ispezionato alla frontiera, Bilal e i suoi compagni di sventura scoperti. Ma sono rifugiati di guerra, dunque non possono essere oggetto di respingimenti – per usare un neologismo. La polizia di frontiera li scheda scrivendo un numero con il pennarello indelebile sul palmo della mano. Brutta storia quella dei numeri sulla pelle. L’avvocato difensore affidato d’ufficio a Bilal propone al giudice di mandarlo in un centro di accoglienza, in quanto minorenne. Richiesta respinta. Il giudice parla chiaro: “Faremo di tutto perché non si trattenga nel nostro paese”.
Bilal non si scoraggia: ha diciassette anni, di là dalla Manica lo aspetta il suo amore e poi laggiù, oltre quella bianca scogliera che nelle giornate limpide si vede da Calais, c’è il lavoro. Il fratello di Mina, ex compagno di calcio di Bilal in Kurdistan, fa il lavapiatti a Londra, mentre il padre di Mina lavora nel ristorante di un cugino. E poi in Inghilterra c’è il calcio che conta, e Bilal sogna di giocare nel Manchester come il suo idolo Cristiano Ronaldo. Perciò lo ritroviamo in piscina: “voglio imparare a nuotare bene a stile libero”, dice con il suo inglese stentato a Simon, l’istruttore interpretato dal bravissimo Vincent Lindon. Avanti e indietro, una vasca dopo l’altra, con incredibile determinazione. L’istruttore, che capisce cos’ha in mente il ragazzo, lo avverte: “per attraversare la Manica a nuoto bisogna essere molto allenati. Ci sono le correnti, navi enormi, e la temperatura dell’acqua è di dieci gradi.”
Permalink Commenti (3) TrackBack (0)
Categorie: Job Fiction&Film
18 dicembre 2009 - 12:24
SEGUI JOBTALK E JOB24.IT ANCHE SU TWITTER CON 24JOB
di Fabrizio Buratto.- “La portineria, le stanze del potere, l’espulsione, l’imprenditore che cavalca la Grande Crisi: traiettoria di un uomo di successo” è il lungo sottotitolo che prova a sintetizzare la mirabolante storia professionale di Riccardo Ruggeri, ex operaio e top manager Fiat, autore dell’autobiografico “Una storia operaia” per Brioschi Editore.
Ruggeri, ora imprenditore, non ha dubbi nell’indicare i responsabili della crisi – “che dovrebbero stare in galera” – in quei manager usciti negli ultimi trent’anni dalle grandi business school occidentali “sì colti ed eleganti, ma avidi di denaro e di visibilità e ciechi, perché carenti di cultura d’impresa. Avevamo bisogno di ragionieri, ci hanno dato super laureati-masterizzati che via via che salivano nella scala gerarchica delle aziende rendevano sempre più complessi e lenti i processi decisionali, si inventavano strategie e acquisizioni improbabili, operavano e comunicavano in modo opaco.”
Sta scritto nelle ultime pagine del libro, e Riccardo Ruggeri lo ripete nel corso della presentazione al Caffè Letterario di Bergamo, rivolgendosi ad una platea composta da piccoli imprenditori, frequentatori della libreria e ragazzi che, alla fine dell’incontro, si sono fatti autografare il libro. Incredibile? No, dopo aver incrociato lo sguardo scintillante di Ruggeri e letto la storia dell’amministratore delegato divenuto famoso per aver salvato la New Holland, dell’uomo che ha fatto dell’osservazione delle persone il suo punto di forza manageriale perché, racconta: “da bambino vivevo in portineria, ero timido, balbuziente e povero. L’unica cosa che mi era permessa era quella di osservare il perfetto spaccato sociale del palazzo, dove c’erano tutte le classi sociali, e noi eravamo l’ultima.”
Persone sono i capitoli del libro, che hanno per titolo un nome e un cognome, a partire da quello del nonno materno detto Stalin, passando per Otto Hahan, l’SS che salvò la vita a Ruggeri bambino, fino ai più altisonanti: Gianni e Umberto Agnelli, Cesare Romiti – con cui Ruggeri lavorò per anni a stretto contatto “senza mai andare in barca con lui” – Enzo Ferrari, il principe Carlo e Saddam Hussein, incontrati per lavoro. Non personaggi ma persone, come tali descritte dal manager figlio di operai, che attraverso i vari incontri traccia il suo percorso di vita, cominciato a Torino settantacinque anni fa nella portineria dove nacque, al civico 9 di Piazza Vittorio Veneto. Dove c’era una volta un bambino tifoso del Toro, che quando strinse la mano a Valentino Mazzola gli sembrò di impazzire dalla felicità, che rimase ferito sotto un bombardamento e perse la parola, e quando ricominciò a parlare, balbettava.
C’era una volta un bambino che, si vede nel risvolto di copertina, in una foto della prima comunione spingeva una grande carriola di legno perché, gli disse suo padre dopo averlo immortalato, bisogna “spingere la carriola, con energia, con determinazione, guardando sempre avanti, ma mai e poi mai tirarla”.
Permalink Commenti (0) TrackBack (0)
Categorie: Diari
TAGS: fiat, manager, operi, riccardo ruggeri
17 dicembre 2009 - 16:42
Ricevo e pubblico questo post di Umberto Rapetto, che di spazio forse non saprà molto, ma di 007 qualcosa sì...molto spassoso e pertinente l'intervento, aggiungo soltanto che la serie di Job24.it "Come diventare....in 5 semplici passi" è dichiaratamente semi-seria, nel senso che una parte seria c'è ed è quella che Umberto ha colto nella testimonianza dell'astronauta italiano Umberto Guidoni: ci sono sogni che diventano sfide, basta accettarle e attivarsi, intercettando i segnali che si incontrano sul cammino, come diceva Paulo Coelho nell'Alchimista. Ps. veramente io da bambina volevo fare proprio l'astronauta, tra le altre cose...per questo ho illustrato la pagina di Job24.it con una foto di gruppo comprensiva di ragazze in tuta arancione..
di Umberto Rapetto .- Da bambini i sogni prevalenti dei maschietti sono quelli di fare il pilota o lo sceriffo. Volare o salvare dai cattivi, due cose importanti. Ho scelto la seconda senza sapere che sarebbe stato più favorevole il rapporto di probabilità di riuscita (per il maggior numero di posti a concorso, ad esempio), forse covando diffidenza per opportunità eccessivamente aleatorie.
Sono cambiati i tempi e, nonostante la crisi (o forse questa complice), si sono modificate le ambizioni. Ho persino pensato che una prospettiva onirica di un futuro professionale straordinario – o addirittura unico – non la si debba negare a nessuno.
Mi spiego meglio. In questi giorni, girovagando sul sito e sfogliando il quotidiano, ho incrociato due possibilità di lavoro “meno tradizionali” di quelle consuete.
Ho scoperto che chi guardava con gli occhi lucidi di emozione un aeroplano solcare il cielo, oggi ha in mente di diventare Gagarin non sapendo che gli sarebbe già difficile ambire al ruolo di Laika. Chi, invece, si immaginava con la stella sul petto ripromettendosi di non essere solo “chiacchiere e distintivo”, adesso si vede già nei panni di 007: il pensiero di potersi candidare e di inviare il proprio CV ai Servizi Segreti ha innescato aspirazioni importanti.
Passando dinanzi alle edicole, mi capita sovente di notare “300 impiegati alle Poste” oppure “250 contratti di lavoro all’INPS” o ancora “180 Vigili del Fuoco”: gli “strilli” – spesso imprecisi e fuorvianti – non hanno mai fatto cenno a “1 posto per astronauta per il quinquennio 2009-2014” e chi viene titillato da una suggestiva posizione alla NASA o in altra Agenzia Spaziale mi auguro venga almeno incentivato ad affrontare studi e sacrifici impegnativi.
La testimonianza di Umberto Guidoni comprova che nulla è impossibile, basta aver voglia di accettare la sfida. Veniamo a chi pensa di avere sbocchi nell’intelligence. Un altro mestiere serio, dove forse non basta un titolo di studio o magari un Master, ma occorrono fiuto e capacità nel proprio DNA. E purtroppo, non solo da noi, una buona raccomandazione.
La novità è quella di una sorta di breccia nei bastioni di un mondo la cui cinta muraria culturale non ha mai lasciato grandi spazi a chi sentiva nel sangue una determinata vocazione. Ma davvero stiamo assistendo ad una rivoluzione copernicana? Chi è irrefrenabile nelle proprie determinazioni su questo fronte e già si intravede con la “barba finta”, sappia comunque che l’apertura di certi incarichi …al pubblico non è una brillante invenzione e che oltreoceano è quasi una tradizione come questi link possono dimostrare:
http://www.nsa.gov/careers/
https://www.cia.gov/careers/opportunities/cia-jobs/index.html
http://www.fbijobs.gov/
http://federaljobs.net/fbijobs.htm
E, visto il contesto, mi sembra doveroso chiudere questo post ricordando che “questo messaggio si autodistruggerà in cinque secondi”….
Permalink Commenti (0) TrackBack (0)
Categorie: Ma si può lavorare cosi?
17 dicembre 2009 - 10:34
La domanda è mia, ma il video è della Washington Post e il pensiero, ripreso da Luigi Ballerini , è di un professore della business school di Harvard, quella sempre alta nei ranking. Prossimità anche fisica (questo vuol dire intimacy) con i collaboratori e le palle e il cuore (vulnerability) per chiedere aiuto al gruppo o ai ranghi, quando è indispensabile, e dire la verità quale è...Spunti stimolanti per quanto scomodi, per chi ha voglia di parlarne. Anche qui sul blog...
SEGUI JOBTALK E JOB24.IT ANCHE SU TWITTER CON 24JOB
di Luigi Ballerini- Bill George insegna leadership presso la Harvard Business School, è stato CEO di Medtronics ed è considerato un guru sull’argomento. Nel video del Washington Post , con l’occasione di presentare il suo nuovo libro “7 lesson for leading in crisis” , ci parla di come essere capi con una saggezza rara nell’ambiente.
La sua prima raccomandazione è stabilire una “intimacy con i followers”. Basta con i capi lontani e distaccati, arroccati in un inaccessibile corner office. A questo proposito oggi vengono in aiuto le nuove tecnologie, sebbene anch’esse vadano usate con intelligenza e senza sovrastima. Direi quasi parsimonia.
Dure le parole di Bill: “per troppo tempo i CEO si sono nascosti dietro il dipartimento di public relation”. E’ finito il momento di nascondersi dietro i discorsi ufficiali e i comunicati stampa, non si è più credibili e si perde il contatto con la realtà. Allo stesso modo sarebbe un errore buttarsi tutto sull’invio di tweet ai follower o affidarsi esclusivamente alle pagine di Facebook. Bisogna invece stare con la gente, di persona, farsi vedere sebbene consumi tempo ed energie. Con Twitter semmai si farà il follow up successivo, garantendo continuità alla presenza dopo che la gente si sarà accorta che il leader esiste davvero, in carne e ossa, e non è un fantasma.
La seconda parte del video merita ancor più attenzione. In un periodo di crisi un CEO degno del suo titolo deve dimostrare… vulnerability! Anche in inglese il termine non lascia dubbi e un po’ ci sconcerta: ma come i leader non devono essere sempre dei duri, sicuri di sé in ogni circostanza e capaci di mostrarsi determinati e mai tormentati da dubbi o preoccupazioni? No e poi no, secondo Bill.
Permalink Commenti (2) TrackBack (0)
Categorie: JobManagement
16 dicembre 2009 - 11:56
Dedicato a quelli che...il lavoro se non c'è si inventa...brrrrr
SEGUI JOBTALK E JOB24.IT ANCHE SU TWITTER CON 24JOB