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di Fabrizio Buratto.- “La portineria, le stanze del potere, l’espulsione, l’imprenditore che cavalca la Grande Crisi: traiettoria di un uomo di successo” è il lungo sottotitolo che prova a sintetizzare la mirabolante storia professionale di Riccardo Ruggeri, ex operaio e top manager Fiat, autore dell’autobiografico “Una storia operaia” per Brioschi Editore.
Ruggeri, ora imprenditore, non ha dubbi nell’indicare i responsabili della crisi – “che dovrebbero stare in galera” – in quei manager usciti negli ultimi trent’anni dalle grandi business school occidentali “sì colti ed eleganti, ma avidi di denaro e di visibilità e ciechi, perché carenti di cultura d’impresa. Avevamo bisogno di ragionieri, ci hanno dato super laureati-masterizzati che via via che salivano nella scala gerarchica delle aziende rendevano sempre più complessi e lenti i processi decisionali, si inventavano strategie e acquisizioni improbabili, operavano e comunicavano in modo opaco.”
Sta scritto nelle ultime pagine del libro, e Riccardo Ruggeri lo ripete nel corso della presentazione al Caffè Letterario di Bergamo, rivolgendosi ad una platea composta da piccoli imprenditori, frequentatori della libreria e ragazzi che, alla fine dell’incontro, si sono fatti autografare il libro. Incredibile? No, dopo aver incrociato lo sguardo scintillante di Ruggeri e letto la storia dell’amministratore delegato divenuto famoso per aver salvato la New Holland, dell’uomo che ha fatto dell’osservazione delle persone il suo punto di forza manageriale perché, racconta: “da bambino vivevo in portineria, ero timido, balbuziente e povero. L’unica cosa che mi era permessa era quella di osservare il perfetto spaccato sociale del palazzo, dove c’erano tutte le classi sociali, e noi eravamo l’ultima.”
Persone sono i capitoli del libro, che hanno per titolo un nome e un cognome, a partire da quello del nonno materno detto Stalin, passando per Otto Hahan, l’SS che salvò la vita a Ruggeri bambino, fino ai più altisonanti: Gianni e Umberto Agnelli, Cesare Romiti – con cui Ruggeri lavorò per anni a stretto contatto “senza mai andare in barca con lui” – Enzo Ferrari, il principe Carlo e Saddam Hussein, incontrati per lavoro. Non personaggi ma persone, come tali descritte dal manager figlio di operai, che attraverso i vari incontri traccia il suo percorso di vita, cominciato a Torino settantacinque anni fa nella portineria dove nacque, al civico 9 di Piazza Vittorio Veneto. Dove c’era una volta un bambino tifoso del Toro, che quando strinse la mano a Valentino Mazzola gli sembrò di impazzire dalla felicità, che rimase ferito sotto un bombardamento e perse la parola, e quando ricominciò a parlare, balbettava.
C’era una volta un bambino che, si vede nel risvolto di copertina, in una foto della prima comunione spingeva una grande carriola di legno perché, gli disse suo padre dopo averlo immortalato, bisogna “spingere la carriola, con energia, con determinazione, guardando sempre avanti, ma mai e poi mai tirarla”.
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