Lavori in corso /"La trappola del talento" di Geoff Colvin: e se il talento non esistesse?
Le prestazioni eccezionali richiedono tempo allenamento fatica. E anche passione: è la tesi di questo libro. E spazi di libertà aggiunge Fabrizio. Anche Richard Sennet, quello dell'"Uomo flessibile", che ho intervistatoin merito, è scettico sull'enfasi data al talento dei pochi sprecando le buone qualità dei tanti, su cui non si investe abbastanza, dice lui...
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di Fabrizio Buratto.- Che cos’è il talento? A questa domanda cerca di trovare risposta, smontando alcuni luoghi comuni, “La trappola del talento – da Mozart a Tiger Woods, è il duro lavoro a fare di te un genio” di Geoff Colvin, (talentuoso?) giornalista americano della rivista “Fortune”. Nel saggio in Italia edito da Rizzoli, Colvin nota come la nostra concezione del talento sia rimasta la medesima di Omero nell’Iliade: un dono divino che rende alcune persone straordinariamente brave nel fare ciò che fanno, anzi, che sono venute al mondo per fare una particolare cosa.
“Il problema di questa spiegazione è che è sbagliata. La grande performance è molto più alla nostra portata di quanto la maggior parte di noi abbia mai sospettato.” Stando agli esempi citati nel sottotitolo, sia Mozart che Tiger Woods sono arrivati ai massimi livelli dopo quasi vent’anni di esercizi quotidiani. Entrambi figli di un padre insegnante nelle rispettive discipline, Mozart a tre anni faceva i primi esercizi al pianoforte, mentre Tiger, a due anni, si allenava insieme al genitore sul campo da golf con un piccolo bastone metallico adatto all’età.
Varie ricerche ed esperimenti condotti nelle scuole di musica, nella disciplina degli scacchi, nel football americano, hanno evidenziato che il raggiungimento della grande performance, quella che fa gridare al talento, sta nell’esercizio quotidiano e nelle ore di esercizio accumulate nel corso degli anni.
Azzardo due esempi nostrani: Roberto Baggio e Christian Vieri.
Baggio, nonostante i noti problemi fisici derivanti non solo dagli infortuni, è rimasto ai vertici del calcio fino a 37 anni. Vieri ha dato l’annuncio del ritiro in questi giorni, a 36 anni, senza aver più lasciato il segno dopo l’addio all’Inter nel 2005. Il QI non c’entra, e nel dna non sono stati scoperti, per ora, geni che identifichino talenti particolari. Neppure l’esperienza pare un fattore determinante, anzi i ricercatori dell’INSEAD francese e della Naval Postgraduate School americana concordano nella “trappola dell’esperienza”.
Si attribuisce, ad esempio, maggior valore ai manager esperti, mentre uno studio dimostra che “in media i manager con esperienza non producono risultati di alto livello”. Non solo: pur facendo spesso per tutta la vita la medesima cosa sul lavoro, le performance dei lavoratori in media non crescono negli anni, anzi, a volte decadono per poi risalire improvvisamente perché “non siamo stati assunti per passare il tempo a migliorare le nostre capacità, bensì per produrre risultati”, e poche sono le aziende che lasciano liberi i dipendenti di seguire le proprie passioni.
Come si è detto, ciò che fa la differenza, è l’allenamento nello sport e l’esercizio nel lavoro, attività per nulla divertenti, che richiedono tempo e fatica. Geoff Colvin le definisce “esercizio intenzionale”, e rispetto alla domanda iniziale “che cos’è il talento”, pone un’altra questione: da dove viene la passione grazie alla quale solo pochissime persone sono disposte ad una dura vita di sacrifici quotidiani per raggiungere un obiettivo? Il giornalista di “Fortune” non è riuscito a trovare una risposta scientifica, ma ha individuato un minimo comune denominatore nelle persone di talento: saper rispondere alle domande “che cosa volete davvero? E che cosa credete davvero?”



caro doctor eko, alla fortuna intesa come colpo di fondoschiena credo poco. Certo, si tratta di fortuna nascere in una certa famiglia, paese o periodo storico. Se Tiger Woods non fosse stato il figlio di un fissato del golf o se Giovanni Allevi non fosse stato figlio di un insegnante di pianoforte, avrebbero fatto altri mestieri, e magari non avrebbero raggiunto l'eccellenza. Però la fortuna che ci conduce per la nostra strada è piuttosto un tenue filo rosso non distinguibile razionalmente, ma che il nostro istinto vede benissimo e se abbiamo il coraggio di seguirlo ecco capitarci quelle cose che i più attribuiscono alla fortuna.
Scritto da: Fabrizio Buratto | 12/11/09 a 14:58
Dimenticavo: oltre a talento, esercizio e applicazione, rimane fondamentale la fortuna. Fortuna nel scoprire i propri talenti, e fortuna nel poter raggiungere un livello di eccellenza quando serve veramente.
Scritto da: doctor eko | 11/11/09 a 21:57
Se si vuole evidenziare il ruolo dell'allenamento, dell'applicazione e dell'esercizio nel raggiungere il successo, penso che non ci siano dubbi.
Ma è altrettanto vero che senza una certa dose di talento, non si potrebbero mai raggiungere risultati di rilievo (anche impegnandosi quotidianamente).
Scritto da: doctor eko | 11/11/09 a 21:49
Gentile Cristina, credo che la domanda "cosa volete davvero" sia da intendere nell'accezione "cosa vi piacerebbe davvero fare" poichè di solito ciascuno di noi trova piacere nel fare le cose che gli danno gratificazione perchè gli riescono bene, fin da piccolo, e per le quali viene ricompensato con bei voti e complimenti.
Quanto all'eccellenza che non sarebbe per tutti, un esperimento condotto negli anni Sessanta da Laszlo Polgar, uno psicopedagogista ungherese, pone forti dubbi sulla credenza dalla quale nasce la tua obiezione. Polgar ebbe tre figlie: Susan, Sophia e Judit, alle quali insegnò fin dall'età di 4 anni il gioco degli scacchi. Ebbene, tutte raggiunsero l'eccellenza, su diverse scale. A 17 anni Susan fu la prima donna a qualificarsi per quello che era chiamato Campionato Mondiale Maschile, me non potè partecipare in quanto donna. Quando le tre figlie avevano 19, 14 e 12 anni parteciparono in squadra alle Olimpiadi femminili, dove riportarono la prima vittoria dell'Ungheria contro le scacchiste sovietiche e diventarono eroine nazionali. Judit è attulamente la migliore scacchista al mondo.
http://it.wikipedia.org/wiki/Judit_Polg%C3%A1r
Scritto da: Fabrizio Buratto | 10/11/09 a 22:05
Ma il problema dell'eccellenza non è solo il crederci o no, il volere fortemente una cosa, il lavoro duro ed il sacrificio, ma sopratutto il sapere cosa si vuole. Il sapere quali sono i propri talenti, quelle naturali propensioni che permettono di svolgere bene una attività invece di un altra. Talento dunque per tutti, ecellenza pero solo per chi sa prima IDENTIFICARE i propri talenti e dopo li sa SVILUPPARE con il duro lavoro. Volere da solo non e' potere
Scritto da: Cristina | 10/11/09 a 17:49