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JobFiction / La love story tra americani e capitalismo è finita? Michael Moore indaga

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Capitalism: a love story,  regia di Michael Moore
Parola chiave: finanza
Professione: finanzieri/banchieri/politici/operai
Ambientazione: New York e Stati Uniti
Genere: documentario
Trailer:
http://www.youtube.com/watch?v=bYQBhNsfn-0
di Fabrizio Buratto.- “
Qual è il ricordo più bello che hai del lavoro?” “Il ricordo più bello? Le persone. Eravamo davvero un bel gruppo.” Michael Moore pone la domanda a suo padre, davanti a ciò che rimane della fabbrica dove l’anziano genitore ha lavorato per trentatre anni e mezzo. “Era un buon posto dove lavorare, mi piaceva. E mi dispiace vederlo scomparire.” Lo smantellamento industriale degli Stati Uniti lascia dietro di sé rovine e città fantasma. Si era letto in qualche saggio, vederlo sul grande schermo è impressionante. L’ultimo documentario di Michael Moore “Capitalism: a love story”, non mostra i numeri della crisi, ma alcune persone che quei numeri vanno a comporre. Un buon modo per leggere alcuni dati recenti in apparente contrasto: perché il Pil degli Stati Unitiè cresciuto del 3,5%  nel terzo trimestre del 2009, ma le spese della gente a settembre sono diminuite dello 0,5%?.
Basta numeri, stiamo parlando delle molte famiglie americane che non se la passano bene, come racconta Moore, quindi spendono meno. Il Pil, del resto, non misura il benessere delle persone, e sono le persone – non le banche o le multinazionali – che fanno la spesa da Wal-Mart, che vanno al cinema e alla partita di baseball.  Il documentario  inizia con uno sfratto: lo sceriffo e alcuni poliziotti sfondano la porta di una famiglia che si è rinchiusa nella casa pignorata. I pignoramenti sono ormai migliaia di migliaia in tutti gli Stati Uniti.
Di nuovo, non si tratta di numeri, ma di individui. Prima senza lavoro, ora anche senza casa. Per colpa di chi? Derivati, subprime. La finanza creativa si è rivelata distruttiva però nessuno degli intervistati sa spiegare a Moore cosa sia un derivato, cioè un prodotto finanziario che si basa su equazioni complicate, una scommessa sui risparmi altrui. I protagonisti della vicenda, a cominciare da Moore, portano nella loro stessa fisicità le conseguenze del consumismo americano: quasi tutti obesi, dunque malati, poiché si cibano male e troppo.

Ma c’è chi alle disuguaglianze e agli eccessi del capitalismo comincia ad opporsi. Famiglie che occupano abusivamente le case pignorate, sceriffi che bloccano i pignoramenti imposti dalle banche e lasciano le persone nelle loro case, fabbriche che si organizzano in cooperative. Accade in uno stabilimento di pane della California, dove l’amministratore delegato prende la stessa quota dei dipendenti, dove gli operai alla catena di montaggio guadagnano 65.000 dollari l’anno, tre volte tanto rispetto ad un pilota d’aereo appena assunto dall’American Eagle, che per studiare si è dovuto indebitare fino a 100.000 dollari. Moore, nel voler per forza addebitare tutti i mali al capitalismo, allunga la narrazione con esempi a volte senza un nesso. Asciugando il brodo avrebbe raggiunto più efficacemente il medesimo scopo: dimostrare che la crisi non è piovuta dal cielo, e che Wall Street non può prescindere dall’economia reale, ovvero dal lavoro e dalla spesa delle persone.

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