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JobFiction / "Adesso basta": lasciare il lavoro e cambiare vita si può. Come? Lo racconta un ex manager 40enne

Adesso_basta Che cosa ti piacerebbe fare? Domanda banale, ma alla quale i più non sanno rispondere su due piedi, scrive Fabrizio. E' una domanda difficilissima in effetti , perchè nasconde cautamente una parola : davvero. "Che cosa  ti piacererebbe fare davvero?". Aggiungo un'altra porzione di dubbio: "Che cosa ti piace davvero in quello che stai facendo? E perchè lo fai?". Davvero. Oggi, giovedì 22 ottobre 2009, io non sarei così sicura sulla risposta da dare..Leggete il post sul libro di Simone Perotti!
di Fabrizio Buratto.- “Adesso basta – Lasciare il lavoro e cambiare vita”, non è il proclama di un manovale costretto a lavorare sotto il sole, ma il titolo di un libro scritto dall’ex manager della Boston Consulting Simone Perotti. Fra le sue ultime occupazioni: capo delle relazioni esterne Sisal e direttore della comunicazione di Rcs; incarichi prestigiosi e ben pagati. Che cosa non andava nella vita – apparentemente di successo – del quarantenne Perotti, che ora abita nelle vicinanze di La Spezia e si guadagna da vivere spostando barche o dipingendo le facciate delle case? 
“A me piace navigare e scrivere. E allora mi sono detto: ma perché non diventare uno davvero bravo a navigare che tutti lo chiamano e lo pagano più degli altri? E a voi, cosa vi piacerebbe fare?” Queste la domande poste dall’autore del libro, edito da Chiarelettere, nel corso della presentazione   a Milano, città dalla quale Perotti è fuggito. Ora  naviga e scrive, ma gli ci sono voluti dodici anni, da quando ha cominciato a pensare di cambiare vita, prima di mettere in pratica i suoi sogni facendo “downshifting”, termine reso noto da una già ricca bibliografia internazionale sullo “scalare marcia”. Qualcosa di ancor più radicale rispetto al “vivere con lentezza”  di Bruno Contigiani, che affiancava Perotti nella presentazione.
Che cosa ti piacerebbe fare? Domanda banale, ma alla quale i più non sanno rispondere su due piedi: “la nostra sfera dell’immaginazione è atrofizzata perché ci hanno detto che dobbiamo fare qualcosa attinente al dovere e non al piacere.” E qui entra in gioco il paradigma culturale, la filosofia, discorsi apparentemente alti ma che ci riguardano eccome poichè tracciano le linee della nostra esistenza. Fatta di riunioni, appuntamenti, pranzi di lavoro, reperibilità; tutte cose che sottraggono tempo agli affetti, agli amici, ai propri interessi. A se stessi. Chiaro, per smettere di lavorare occorre aver messo da parte un certo gruzzolo, e poi saperlo amministrare, senza timore di “erodere il capitale” ma dovendo comunque rinunciare alle scarpe firmate e al ristorante. Rinunce per qualcuno impossibili.


A costoro Perotti consiglia di provare ad erigere un muretto con cemento e mattoni, per scoprire quanto sia bello usare le mani e soprattutto vedere “che il muretto sta in piedi. Tutti noi sappiamo fare molte più cose rispetto a quel che crediamo, e le nostre passioni molto spesso sono monetizzabili. Ma ci hanno convinti che dobbiamo fare per tutta la vita una sola cosa, perché nel curriculum c’è scritto che sappiamo fare quella.”
Per Simone Perotti rinunciare al ristorante non è una rinuncia, anzi, da quando si è trasferito coltiva l’orto perciò non compra neppure gran parte della  verdura, e riscalda la sua casa solo con la legna, che va a raccogliere e spacca da solo per risparmiare. Un simile stile di vita, ovviamente, ha un impatto sul mercato, tanto che Perotti intende porre con  il libro un obiettivo politico: “mettere in discussione la certezza assiomatica che esista un solo modo di vivere nell’attuale sistema economico, e cioè partendo dalla costruzione indefessa del Pil, sgobbando per consumare.”
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Commenti

E' pensiero comune che la carriera, una volta definita all'inizio degli studi, debba essere perseguita in maniera fedele e lineare per il resto della propria vita professionale.
A questo filosofia monogama si potrebbe contrapporre il concetto di portfolio career, maggiormente adatto all'economia di oggi e all'evoluzione del contratto fra azienda e lavoratore, che sta progressivamente eliminando le vecchie nozioni di lavoro per la vita e di avanzamento di carriera verticale.
Il concetto di portfolio career è costruito attorno ad una raccolta di competenze ed interessi: non si tratta più di avere un lavoro ma di un percorso professionale multidisciplinare, alla ricerca di differenti fonti di reddito e di diversi stimoli attraverso l'affiancamento di lavori free-lance al tradizionale impiego in azienda.
Potrebbe essere un primo passo verso il "downshifting" descritto da Simone Perotti.

“La nostra sfera dell’immaginazione è atrofizzata perché ci hanno detto che dobbiamo fare qualcosa attinente al dovere e non al piacere”

Niente di più vero: in questa società abbiamo perso talmente il contatto con noi stessi che una domanda come "Cosa ti piace fare?" può spiazzare. Che cosa ci piace fare? Che cosa, in base alle norme e alle consuetudini sociali, ci è permesso di amare? Quali ruoli ci è concesso di assumere, senza essere etichettati come "strani", "perdenti", "rinunciatari" in un contesto che valuta vincente chi si aliena di più?

Libro molto intrigante che per motivi personali non mancherò di leggere a breve. Grazie della segnalazione e anche della bella testimonianza di Barbara, in bocca al lupo a te e a tuo marito! :-)

Caro Luigi, hai detto bene: cambiare significa trovare il tempo per un'elaborazione che, una volta pensata, richiede altro tempo. "Non si nasce liberi, lo si diventa. Non basta sperare, è necessario osservare una certa disciplina per realizzare i propri sogni". E' un pensiero dello scrittore Bjorn Larsson, riportato da Perotti, che sintentizza l'aneddoto di Barbara Barbieri. Idea, elaborazione, disciplina. E' un percorso arduo; certo è più facile rimanere dove ci si trova e lamentarsi, piuttosto che avere il coraggio di intraprenderlo.

Bella la distinzione tra la sfera attinente al dovere e quella attinente al piacere e il ragionarci sopra per cambiare la nostra visione del lavoro e metterle insieme. Ho un ricordo nitido di un pomeriggio di ventanni fa, quando ancora fidanzati mio marito ragioniere mi dice che a lui piacerebbe lavorare con e per gli animali che da sempre adora e quindi sta pensando di aprire un'attività commerciale in questo settore ma è preoccupato per il rischio economico e mi guarda negli occhi e mi dice "Cosa ne pensi?". "Fallo se è quello che ti piace fare e lo vuoi fare fallo, rischia. Fatti due conti valuta quello che ti serve per far partire l'attività, come puoi reperirlo, ma fallo. Chi se ne importa se dovessi perdere del tempo. Chi se ne importa se allungheremo i tempi del nostro progetto di vita insieme" alla mia risposta diretta gli ho visto illuminarsi lo sguardo ed è lo stesso sguardo di soddisfazione che gli leggo sul viso ogni giorno quando segue la sua attività e quando mi parla del suo lavoro. Ho visto anche sguardi di preoccupazione, non lo nego ma è una grande soddisfazione potersi alzare la mattina e dire vado a fare un lavoro che mi piace proprio tanto!

Cambiare. C'è chi cambia tutto e in continuazione, chi non cambia mai niente. Attorno a questo verbo ruota qualcosa di significativo per tutti noi. Già il Gattopardo avvisava che si può cambiare tutto per non cambiare niente. Rosanna in poche parole, anzi in una parola sola ha riassunto tutto. Davvero. Perché la voglia di cambiare arriva in qualche misura dall'insoddisfazione, sennò si cresce, non si cambia. Sta tutto nel davvero, cosa ti piace davvero fare. O cosa ti piace davvero in quello che stai facendo? Meglio chiederselo prima di lasciare quello che si ha. Fabrizio ce l'ha scritto: a Perotti sono serviti dodici anni per decidere. Non è stato tempo perso. E'il tempo di un'elaborazione. L'importante è avere il coraggio di porsi delle domande.

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