Successivo » « Precedente

GlobTalk / "Murad Murad" di Suad Amiry , il lavoro è desiderio anche in Cisgiordania

Murad ll lavoro in una regione vicina a noi, la Cisgiordania. di cui si parla nelle pagine di Esteri,ma rararamente focalizzando sulla vita quotidiana, è il tema centrale del nuovo libro reportage della scrittrice palestinese Suad Amiry, insegnante di architettura alla Birzet University di Ramallah. 
Il titolo,“Murad Murad che significa “Il desiderio di Murad, Antonella, studentessa fuori target esperta del mondo arabo l'ha letto e ci dice...
di Antonella Appiano-  Qual è il desiderio di Murad? In un’area in cui - secondo le statistiche Onu- la disoccupazione riguarda il 35-40 per cento della popolazione e le persone che vivono sotto la soglia della povertà sono fra il 50 e il 60 per cento, il desiderio di Murad, un giovane palestinese, è semplicemente quello di poter lavorare.  Nella Cisgiordania occupata e disseminata di posti di blocco e insediamenti, isolata dal Muro costruito da Israele, i fortunati possessori del “tesserino blu”, sono pochi, circa 20mila. E solo loro hanno l’autorizzazione  per  andare in Israele a lavorare come operai, manovali, braccianti. “I permessi sono stati revocati nel 2002 allo scoppio della seconda Intifada - scrive Suad Amiry – così, nel giro di una notte, 150mila operai hanno perso il posto”. E aggiunge : ” data la completa dipendenza economica da Israele, gli smembrati e disconnessi Territori Occupati non avevano e non hanno granché da offrire”. 
Oggi, almeno 50mila palestinesi, “non in regola” fra cui Murad, - il giovane protagonista del libro- ogni giorno, di straforo, cercano di entrare in Israele, affrontando sacrifici, disagi, fatiche, pericoli. E non importa se - una volta trovato – il lavoro è malpagato, discriminato e privo di tutela. “ Non posso rimanere seduto al caffè del paese a fumare narghilè e bere the. Non ci sono prospettive nel mio villaggio- racconta Murad- Meglio rischiare. ”
Suad Amiry diventa la confidente dello “sfrontato” Murad, un ragazzo come tanti. Viene a sapere che, pur avendo solo 21 anni, ha lavorato per 7 anni in Israele, parla ebraico, è stato innamorato di una ragazza israeliana. Murad non si rassegna al muro che divide  i due popoli, che gli impedisce di vivere e lavorare in pace. E Suad Amiry, a sua volta, non si accontenta di raccogliere la sua testimonianza. Decide di vivere l’esperienza di Murad e dei “tanti come lui”, in prima persona.
SEGUI JOBTALK E JOB24.IT ANCHE SU TWITTER CON 24JOB


Per capire fino in fondo. Si cammuffa da uomo (le pagine della complicata vestizione nei panni maschili brillano per verve e ironia) e condivide  l’avventura di un gruppo di ”aspiranti” lavoratori, da Ramallah a Petah Tikva. Solo 35 chilometri e ben diciotto ore di viaggio, in pulmino, a piedi…
Partono in 24, nel cuore della notte, per arrivare a destinazione prima dell’alba ed evitare quindi di essere individuati dai soldati israeliani. Ma- come scrive Suad- “ ce l’abbiamo fatta solo in 4. Gli altri 20 sono stati arrestati”. Un’esperienza forte e coraggiosa che l’autrice riesce a trasmettere ai lettori.  Impossibile non provare i sentimenti, le sensazioni di Murad,  e degli altri compagni di ventura.  Dolore, rabbia,  disincanto, frustrazione. Però, sopra di tutto, una volontà che sfida ogni cosa.  Che prevale anche sulle emozioni e le paure. La volontà di trovare lavoro. Di guadagnare per la famiglia. Per il futuro. S’intrecciano storie di tante vite. Murad certo. Ma anche Mohammad, Saad, Ramzi.  Sono quasi tutti giovanissimi (il 75 per cento della popolazione palestinese ha meno di 23 anni) che si battono per un diritto fondamentale. Il diritto al lavoro. 
Il libro ne è davvero testimonianza e simbolo. Quando, giustamente, lottiamo per tutele e diritti, ricordiamoci, almeno per un attimo, di chi non possiede neppure quello.
Suad Amiry,Murad Murad, Feltrinelli pagg. 176, euro 14,50.

 


  


 













Commenti

caro/a TM, grazie della segnalazione. Più che di coincidenze però, io parlerei di circolarità di idee. Il web è, dovrebbe essere, questo. Libero scambio, ascolto, trasmissione di conoscenza, dialettica. Proprio su www.globalvoices.it (versione italiana)è stata segnalata la mia recensione a Murad Murad su jobtalk24, linkandola correttamente. Quindi come vedi ancora circolarità...Antonella Appiano

@Diab,Odeh,Sabrina e Mariam, grazie per le testimonianze. Sono importanti e preziose.@ Noemi,Andrea,Maria, Massimo, Silvana, Maria Teresa...grazie per l'apprezzamento e i contributiche hanno animato questo dibattito davvero vivace...Antonella Appiano

Diab trovo che il tuo discorso sia più che esauriente:tu elenchi ogni disagio del popolo palestinese,e purtroppo le persone dopo che subiscono grandi sofferenze tendono a dimenticare,un pò per necessità(dato la grande atrocità che hanno subìto come ad esempio la shoah) un pò per convenienza...Nel massacro di Kafar Kassem ,nel 1956, un generale ebreo era rimasto scioccato dalla brutalità degli ebrei ,tra i più scatenati proprio quelli che erano sopravvissuti ai campi di concentramento,quindi ti assicuro che non vuol dire nulla.
Credo sia difficile parlare di democrazia,perché non c'è parità di diritti neanche all'interno della società israeliana;ci sono molte discriminazioni tra gli ebrei dei paesi arabi ,come il Marocco, e quelli più ricchi provenienti dai paesi dell'est.Pensa se ci può essere con gente che loro giudicano inferiore(e ciò lo si nota dal loro comportamento)...Non credo conti solo la religione ma anzi conta molto di più il denaro,come sempre succede,gli israeliani hanno sempre legato con chi aveva i
soldi(ad esempio con i tedeschi dimenticandosi dei poveri correligionari)...Io non so se i palestinesi avranno mai qualche diritto ,come costruirsi una famiglia o una vita dignitosa...Però sono certa che se ci fossero più palestinesi come te le cose sarebbero diverse,forse sarebbero andate un pochino meglio...
Mariam Kilani

quanti commenti su murad murad, mi aspettavo interesse ma non di scatenare un dibattito così vivace, molto bene tranne una cosa anzi due, cari jobtalkiani. Evitate per favore i commenti troppo lunghi e i proclami politici. Le opinioni vanno benissimo (qui su JobTalk almeno...), anzi sono sollecitate e benvenute, ma non dimentichiamoci che questo è un blog, non una fumosa assemblea...i commenti lunghi a video diventano illeggibili, tutt i contenuti hanno spazio ma gli attacchi vanno mantenuti nei limiti del rispetto delle posizioni di ciascuno (temo che qualcuno si offenderà per l'uso del termine "sionista") il linguaggio è un altro : ribadisco, è quello delle opinioni

Vorrei rispondere al sign. Andrea che ha conosciuto bene la Palestina. In Palestina, la percetuale di ragazzi laureati è tra le più alte in quell'area!e se andiamo persino al mercato generale di frutta e verdura,lì incontreremo tanti ingegneri,chimici, farmacisti che lavorano come ragionieri o a caricare e scaricare i camion e tanti altri a fare i manovali,imbianchini, moratori o altro,quindi i ragazzi che hanno appena finito la scuola si trovano molte volte scoraggiati anche a studiare nelle università " e anche qui ci sarebbe tànto da dire; che molti ragazzi che abitano per esempio in una città come Toul Karem, Jenìn o altre città che distano poco o niente da Nablus dove c'è l'università di Najàh e dove studiano, molti di loro, spesso non riescoco ad andare a seguire le lezioni a causa dei posti di blocco! e parlo di 40/50 Km!" a causa di questi posti di blocco e la mancanza di prospettiva di lavoro ed altro.
Non tutti sanno che se un abitante di Nablus, ch'è una città sotto il controllo dell'autorità palestinese, volesse andare a trovare la zia nella città di Jenìn; un'altra città sempre sotto il controllo dell'autorità palestinese, si troverebbe costretto a passare un posto di blocco israeliano per uscire da Nablus ed un altro posto di blocco israeliano per entrare a trovare la zia a Jenìn e al ritorno ripassarli all'inverso perchè le strade che collegano queste città palestinesi sono sotto il controllo dell'autorità israeliana! quindi di quali territori stiamo parlando?? di quella specie di formaggio svizzero?!! che per andare da un buco all'altro e ritornare devo venir cotrollato e subire umiliazioni a Quattro posti di blocco?!! se è così per una "semplice" visita figuriamoci per chi vuole investire nei territori e potare merci dall'estero oppure esportarne da lì!!
Non abbiamo nessun tipo di controllo o decisione per quanto riguarda porti o confini quindi nessuna libertà di importare o esportare qualcosa.
Chi va in Palestina nota due realtà contrastanti; il medioevo dalla parte palestinese ed un paese più all'avanguardia di molti paesi europei ch'è Isaele, non perchè non volgiamo progredire ma perchè non ci è permesso di farlo!
ricordo quando veniva rifatto l'asfalto delle strade di Nablus con le isole in mezzo come era tutto bello ed ordinato ma poi subito dopo quando entravano con i carri armati per una qualsiasi scusa, ricordo come andavano sù queste isole giusto per il gusto di distruggere (non ho specificato di erano questi carri armati che dovrebbe essere ovvio no? noi non ce l'abbiamo!). è così anche per le industrie. Potevamo forse preparare le bombe atomiche in un'industria tessile o di ditersivi quindi arrivava puntuale la distruzione.
Per non parlare dell'autorità che tutti pensano che abbiamo!!
abbiamo visto cos'è successo quando abbiamo fatto le nostre elezioni democratiche quando erano andati personaggi di tutto il mondo per controllare.. ha vinto Hamàs perchè la gente si era stufata di vedere la corrozione ed il nipotismo ed il minefreghismo per quasi sette anni quindi ha usufruito della democrazia per scegliere tra due parti, una già vista ed un'altra che prometteva di sistemare le cose,e non perchè la gente lì è bigotta! (esattamente come qui in Italia con l'unica diffirenza che qui conosciamo bene entrambe le parti politicamente parlando), e abbiamo visto come non andava bene neanche questa democrazia perchè il risultato non era quello auspicato e come quasi tutte le democrazie che hanno vigilato sulle elezioni hanno fatto l'imbargo al governo frutto della democrazia come la intendiamo in tutto il mondo.
Ma sono con te caro Andrea.. Israele è il paese più democratico dell'area! ma è una democrazia che riguarda solamente loro. Un cittadino Israeliano musulmano o cristiano non ha gli stessi diritti del cittadino israeliano ebreo! quindi che democrazia è questa che tratta i propri cittadini secondo la religione che hanno?! oppure perchè si è definito lo stato ebraico qui le discriminazione diventano automaticamente leciti?!! e stiamo parlando di cittadini che hanno il passaporto israeliano! che cos'è questa democrazia che usa il fosforo bianco "e l'abbiamo visto tutti tranne quelli che si rifiutano di vedere!" contro una popolazione inerme e circondata come topi in trappola?!! quale democrazia è questa che fa subire ad un'altra popolazione delle atrocità che per prima ha subito lei prima di arrivare ad essere definita "democrazia"! sapendo che i palestinesi non hanno mai fatto i campi di concentramento!
Noi ci troviamo caro Andrea a pagare un debito che non è nostro in tutte le attività di vita quotidiana e persino quando vogliamo faticare come dicono i napoletani, dobbiamo soffrire per faticare!! e si sa benissimo di chi è questo debito! semplicemente questo.
I miei amici italiani quando mi vengono a trovare giù hanno più libertà di me di circolare nel paese dove sono nato e dove sono nati i miei avi e quando mi chiedono di accompagnarli per visitare Gerusalemme, dico che non posso perchè non mi danno il permesso a visitare uno dei posti che dovrebbe essere aperto a tutti! come ci si sentirebbee al posto mio?? pare giusto?!!
Io non faccio parte di quelli che dicono che Israele deve sparire ma di quelli che vorrebbero semplicemente una vita dignitosa anche se povera! sarei il primo ad accettare una convivenza e qualsiasi denominazione di cittadinaza avendo però uguali doveri e diritti e avendo la mia libertà in un rispetto reciproco.
Dio ci ha creati caro Andrea "con tutto il rispetto per i non credeni!" come LIBERI ESSERI UMANI e così dobbiamo essere a prescindere da religioni, colore della pelle e razze che, di RAZZA UMANA ce ne una sola!
Allarghiamo UN Pò la mente! che quando cadiamo nel tranello di queste stupide soddivisioni nascono i nostri problemi come esseri umani!
Diab Haitali

La classe operaia palestinese procede nella sua lotta di liberazione nazionale. Oggi, la classe operaia palestinese, parte integrante della classe operaia mondiale, combatte strenuamente per la libertà, nonostante viva sotto assedio ed occupazione, privata di tutti i diritti, inclusi il diritto al lavoro e quello della sua ricerca.

L’intero popolo palestinese è sottoposto ad una punizione collettiva che, non solo accresce la povertà e la disoccupazione, ma favorisce la politica delle forze sioniste, le quali mantengono la classe operaia palestinese nella condizione di “esercito di riserva dei lavoratori salariati”.

I lavoratori palestinesi sono oggi parte dell’incessante e crescente lotta per la liberazione. Questa lotta, che vede i lavoratori palestinesi in prima linea, attraversa i decenni e i secoli: dalle fabbriche di Haifa al volgere del secolo, con la prima resistenza al colonialismo britannico, i lavoratori palestinesi hanno spinto in avanti la lotta per la liberazione. Nel 1936, intrapresero uno sciopero generale storico che durò sei mesi - lo sciopero generale più lungo al mondo - come parte della rivolta contro gli inglesi ed il colonialismo sionista.

Effettivamente, sin dal suo inizio, il movimento sionista ha costantemente attaccato le forze del lavoro palestinese. Negli anni venti, quando il colonialismo sionista si estese in Palestina (in alleanza con il colonialismo britannico), si diffusero anche politiche che proibivano il ricorso al lavoro palestinese e, allo stesso tempo, le piccole imprese locali di proprietà palestinese furono costrette al fallimento dalle concorrenti più grandi, spesso sioniste, creando così maggiore disoccupazione, nel tentativo studiato di impoverire ed espropriare i lavoratori palestinesi nella loro stessa terra. In aggiunta, ai palestinesi sotto autorità giordana fu impedito di organizzare sindacati, e ogni tentativo in questo senso fu spietatamente represso.

Attacchi di questo tipo continuano ancora oggi, poiché assedio e chiusure sono le armi usate contro i lavoratori palestinesi, i primi da colpire. Ancora una volta, la disoccupazione è lo strumento usato contro di loro con lo scopo di allontanarli dalla loro patria. Il tasso di disoccupazione tra i giovani universitari è del 70%, 50.000 i disoccupati fra i laureati, 120.000 i lavoratori senza un impiego, arrivati a 200.000 dopo che 3.900 fabbriche, delle 4000 in attività, hanno chiuso a causa dell’assedio.
Così come l'oppressione dei lavoratori palestinesi ha sempre avuto un ruolo centrale per la politica d’occupazione coloniale sionista, i lavoratori palestinesi hanno avuto un ruolo d’avanguardia come forza propulsiva della lotta rivoluzionaria rivoluzione, e nell’incessante costruzione della resistenza. Gli operai palestinesi, e i contadini, hanno sempre costituito la principale forza della resistenza. Le organizzazioni del lavoro palestinesi hanno avuto un ruolo di chiave nel resistere all’occupazione. L’apporto della classe operaia palestinese nella prima Intifada è stato decisivo, come del resto lo furono le organizzazioni del lavoro, i sindacati e i comitati dei lavoratori nell'organizzare e coordinare la resistenza e la protesta. Scioperi generali e chiusure di massa di negozi e fabbriche, fra le molte altre azioni dell'Intifada, furono coordinate dalle unioni del lavoro, con una larga partecipazione e direzione dei lavoratori palestinesi. Il movimento dei lavoratori palestinese ha per questo pagato un alto prezzo, con dozzine di martiri e innumerevoli prigionieri tra la sua leadership, poiché i dirigenti sindacali sono sempre stati un obiettivo per la carcerazione e l’assassinio.
Oggi, il FPLP lancia un appello alla sinistra palestinese ed araba per unificare le forze in una fronte popolare. Questo è un momento storico per la sinistra ed è doveroso andare incontro alle nostre responsabilità nel difendere la classe lavoratrice; stiamo lavorando a questo scopo. Ogni vittoria della classe operaia araba ed internazionale avrà un impatto immediato su quella palestinese.
In aggiunta, gli attuali sindacati palestinesi sono corrotti. Devono essere ricostruiti, integralmente e totalmente, su base democratica con la piena partecipazione di tutte le forze. I lavoratori palestinesi necessitano di un comando e di un'organizzazione rappresentativi del valore e della costanza della loro lotta. La stessa Autorità palestinese ha privato i lavoratori dei diritti - rifiutando di pagare salari e retribuzioni a molti di loro - inclusi insegnanti, ingegneri ed impiegati pubblici – tentando di esercitare un controllo sulle attività politiche dei lavoratori palestinesi. Effettivamente, il primo ministro del governo di Ramallah, altri non è che Salam Fayyad, ex rappresentante della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Queste organizzazioni, conosciute in tutto il mondo per le politiche anti-operaie di forzata privatizzazione e di "austerità" imposta, in Palestina hanno avuto lo stesso ruolo che altrove, vale a dire far crescere lo sfruttamento e l’imperialismo. La Banca mondiale è stata il perno su cui si è sviluppato il piano per la creazione delle cosiddette "zone industriali" nelle quali i palestinesi, espropriati della loro terra, viaggerebbero per lavorare, in un luogo destinato allo sfruttamento straniero, piuttosto che allo sviluppo economico palestinese, senza sindacati o difesa del lavoro, in condizioni simili a quelle carcerarie, circondati dal muro d’annessione razzista!!!!

Il Primo maggio 2008, centoventidue anni dopo che i primi lavoratori marciarono nelle strade di Chicago per esigere un giorno lavorativo di otto ore e giustizia per la nostra classe, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina saluta i lavoratori della Palestina, della nazione araba, e del mondo, nella nostra lotta comune contro lo sfruttamento e l’oppressione, per spezzare le catene del sionismo e dell’imperialismo.

VITTORIA PER I LAVORATORI DEL MONDO !!

Sabrina Khalil

trovo davvero tutto molto toccante, ho visto personalmente in più occasioni e in diversi momenti la difficile situazione in cisgiordania. Frequento i territori palestinesi dal 1998 ed ho vissuto l'aggravarsi della situazione negli ultimi 10 anni.
Posso dire che sicuramente è vergognoso il fatto che un popolo sia messo sotto ricatto da un altro ma vorrei ricordare che, come dice il libro stesso, la revoca dei permessi per israele sono stati revocati a seguito dell'intifada, prima di allora lo stato di occupazione lavorativa della cisgiordania, seppur dipendente da israele, non era di certo molto grave, anzi si godeva di un buono stato occupazionale. Per quanto io possa rifiutare di concepire israele come uno stato libero e buono non posso negare che esso sia sicuramente molto più democratico di qualunque paese nella fascia mediorientale. Non posso poi far a meno di accusare chi per anni ha finto di governare la palestina senza impegnarsi nella costruzione di uno stato sui territori consentiti. Vorrei poi ricordare che israele è nata grazie all'investimento di tutti gli ebrei in giro nel mondo, ed è per questo che si è riusciti a costruire un paese unito e ricco, potrei fare un elenco di circa un centinaio di grandi imprenditori di origine paestinese che hanno prosperato fuori dal proprio territorio, alcuni proprio in israele (e vivono a tel aviv), dove sono i soldi di qesti palestinesi, e che fine fanno i soldi dei grandi e potenti medici palestinesi in giro per l'europa? Restano nelle proprie tasche e non investono un centesimo nella costruzione di un posto di lavoro o di una piccola impresa o di un rifugio per il proprio popolo. Gli italiani che emigravano in america deviavano il 60% dei flussi di denaro guadagnato li alle proprie famiglie in italia, idem per gli immigrati indiani, cinesi, bangladesi, filippini, polacchi, rumeni e africani...tutti tranne i palestinesi. Credo che si debba riflettere su questo.
andrea marocco

io sono Murad! ma a roma
Sono partito dalla palestina da due anni, ho vissuto questa situazione con la mia mente e con il mio cuore.
In palestina,come murad,ho lottato per poter lavorare:posti di blocco, file interminabili sotto il sole, strade chiuse, lavori senza dignità e senza alcun dirito nonostante laurea e master!!! Poi ho deciso di venire in Italia e finalmente...sono seduto al bar del mio quartiere, fumo sogarette e bevo caffè...cercando un lavoro dignitoso.. Ad ogni annuncio a cui rispondo mi viene detto: "mi dispiace cerchiamo italiani" oppure "mannaggia non parli perfettamente l'italiano" oppur i più ipocriti dicono "mi dispiace il lavoro è stato appena preso!!!". Mi dispace ma Murad è arrivato a Roma!!!
Qui il razzismo non più quello israeliano, ma quallo romano...ma l'effetto è lo stesso...
Grazie a tutti perchè state parlando della mia palestina, della mia nazione, della mia terra!!! Spero Murad in Palestina trovi presto un lavoro dignitoso e,sopratutto, pace e giustizia!!!!

Come sempre la scrittrice Suad Amiry è riuscita con l'ironia a coinvolgere i lettori sui temi pesanti e difficilmente interessanti per un tipico lettore italiano. Diversi trattati storico politici cercano di spiegare la vita quotidiana in Palestina, ma risultano noiosi e pesanti...purtroppo!!! Invece questa scrittrice riesce a parlare a tutti raccontando veramente cosa sia l'occupazione, l'umiliazione che essa comporta, il senso di frustrazione infinito legato alla mancanza di libertà. Chi come me è stata in Plestina e ha visto con i suoi occhi come è costretto a vivere un popolo occupato non può che essere felice che si parli di loro come esseri umani, persone con bisogni, sofferenze e sopratutto speranze. Grazie mille all'autrice dell'articolo per aver aperto un dibattito su questo argomento e spero che serva anche a noi lavoratori italiani si a renderci conto che abbiamo maggiori diritti,ma che nessuno ce li deve togliere.
noemi

Ancora una volta arriva dal MO il racconto di una situazione forte, estrema, una di quelle che ti fanno stringere il cuore di rabbia e ansia. Perché parlano di un'ingiustizia intollerabile ai nostri occhi di occidentali progressisti, un'ingiustizia profonda, totale, perseguita attraverso la violenza. Conoscere, e quindi condividere, lo spirito della denuncia sembra essere ancora e sempre il primo passo del contatto vero fra uomini, magari diversi per nascita e appartenenza culturale, uguali nel desiderio e nella ricerca della pace.

Il racconto sembra parlare di me e di molti dei miei amici giù in Palestina che rimarrà La "Palestina" qualsiasi nome le verrà attribuito!
Sono un ragazzo palestinese e provengo da un campo profoghi adiacete la città di Nablus che si chiama Askar, sono ora e Grazie a Dio prima poi all'italia un dottorando nella facoltà di studi orientali "La Sapienza".
Mi chiamo Diab e come era toccato a tanti dei miei amici allora adolescenti, era toccato anche a me di andare a lavorare in Israele perchè mio padre si era ammalato gravemente e non poteva più lavorare.
A quelli di età di 15/16 anni l'autorità israeliana non dava permessi per entrare a lavorare quindi bisognava entrare o meglio far finta di entrare illegalmente in Israele perchè a quel tempo i soldati che ci vedevano aggirare il posto di controllo facevano finta di non vederci!
ogni giorno ci toccava alzarci alle 3/4 del mattino per poter arrivare in tempo e cominciare a lavorare magari alle 8 percorrendo solamente 70 oppure 80 Km! sì, perchè partivamo in pulman insieme a quelli che avevano i permessi ma che, dovevano subire anche loro, la loro odissea mettendosi in fila ed aspettare la misericordia del soldato di turno che gli permetteva di farsi conrollare il permasso di lavoro e quindi farlo entrare o magari perchè i soldati hanno voglia di ridere e scherzare tra di loro quindi quelle bastie potevano anche attendere..
a noi sprovvisti di permessi invece ci toccava scendere dall'autobus 500/600 metri prima del posto di blocco e cominciare la nostra salutare corsa mattutina tra gli alberi per aggirare il posto di blocco e molte volte vedevamo i soldati che ci guardavano ma facevano finta di niente e non vi nascondo che quando una mattina eravamo magari stanchi aggiravamo il posto di blocco da molto vicino che i soldati potevano colpirci anche con un sasso. ma a volte magari potevano anche aver voglia di giocare a caccia quindi renderci la vita ancor più difficile inseguendoci tra gli alberi e arrivare a spararci addosso..
sarebbe lunga da raccontare ma non potevo che rievocare questi ricordi e in vostra compagna questa volta dopo che ho letto ciò che ha scritto Antonella ch'è come l'ho sempre conosciuta; una combattente per la sua grinta, dall'animo gentile per la sua sensibilità.
Grazie Antinùr
Diab Haitali

Il Medio Oriente mi attira soprattuto negli aspetti quotidiani e ho voluto leggere il libro di Suad Amiry proprio perché il tema centrale è il lavoro in Cisgiordania. In effetti, anche se scritto in stile "leggero", Murad Murad mi ha colpito nel profondo. Non sapevo Che la vita in Cisgiordania fosse così dura. Chi, come commenta Luigi Ballerini, non è disposto a cambiamenti o piccoli sacrifici per trovare lavoro, dovrebbe davvero leggerlo. Noi siamo davvero, nonostante tutto, dei privilegiati. Maria Mattei

In questi giorni sui giornali si sta parlando del tentativo diripresa del processo di pace fra Israele e l'ANP...ma le notizie riguardano solo la richiesta di congelamento delle colonie. Bisogna essere esperti dell'area per capire qualcosa.Mi piacerebbe vedere sui gionali una cartina, una indicazione che rimandi a libri o siti per saperne di più. La carta stampata non dovrebbe essere uno spazio per gli approfondimenti? Ormai le notizie più interessanti e complete le trovo nel web. Mi fa piacere che Job24 (onestamente ho appena scoperto il blog del sito) si occupi di temi come questo affrontato nel post di Antonella Appiano. Con i link giusti che ti aiutano a capire. Massimo Gori

Grazie, Antonella. Un'altra provocazione per chi non guarda oltre ai propri confini di appartenenza sociale e geografica (e soprattutto oltre ai propri privilegi). Comprerò il libro, lo leggerò e lo passerò ai miei figli: forse ci aiuterà a riflettere.
Silvana

Grazie a tutti per gli spunti, le riflessioni, le domande... @Simonetta. Sono contenta del mio piccolo contributo "chiarificatore".B'Selem è una ONG Israeliana nata nel 2003 per educare alla cultura dei diritti umani. Opera in difesa dei palestinesi che vivono in Cisgiordania e lotta perchè le forze di occupazione si attengano alla legislazione internazionale. Per saperne di più sulla "Questione Palestinese" ti segnalo "Storia del Medio Oriente" di Massimo Campanini, edizioni il Mulino.
@Fabrizio. Il libro è davvero interessante come conferma Diana che già l'ha letto...
@ Settimo. Sono d'accordo con te. Il lavoro fa parte della nostra vita, favorisce la nostra realizzazione e quindi la nostra felicità. Per questo va tutelato e difeso.
@ Luigi. Anche io ho riflettutto a lungo su queste pagine. Che differenza fra il giovane Murad (che non è un personaggio letterario ma una persona reale) e tanti suoi coetanei italiani che parlano giustamente di diritti ma poi non sono disposti a fare neppure un piccolo cambiamento di vita...Antonella Appiano

Grazie ai link del post di Antonella mi sono fatta un'idea un po' più precisa della complessa situazione in Cisgiordania. Troppo spesso sulle pagine di politica estera si dà tutto per scontato...Ma che ne sappiamo noi? Intendo noi lettori che non ci occupiamo per lavoro di queste zone? Vorrei avere, se possibile, qualche informazione sull'associazione B'Selem. Grazie...Simonetta

“ Non posso rimanere seduto al caffè del paese a fumare narghilè e bere the. Non ci sono prospettive nel mio villaggio- racconta Murad- Meglio rischiare. ”
Fatico a crederlo, allora leggo e rileggo.
Quante volte ho visto, anche recentemente, non rispondere a un'offerta di lavoro perché la sede è troppo lontana (magari in Veneto, quando si è "based" in Milano)! E invece ci si può muovere, prendere iniziativa.
Ha ragione Antonella ad aprirci gli occhi proponendo questa storia: ricordiamoci di chi non ha diritti. E aggiungo, ripensiamo a come esercitiamo i nostri.

Meno male che avete ripristinato il form...ho letto "Murad Murad" e ci tenevo a lasciare un mio commento. Conoscevo già Suad Amiry come autrice di "Sharon e mia suocera" e " Se questa è vita". Testi ricchi di humor pur centrati su temi profondi. Ma questo libro-inchiesta, secondo me, possiede uno spessore e una completezza particolari. Suad Amiry riesce a raccontare una storia complessa e sofferta. A parlare di un problema complesso come il lavoro in Cisgiordania senza perdere "la leggerezza" di toni e scrittura. Ci obbliga a riflettere ma ci lascia anche sperare. Diana Ferrandini

molto interessante. il diritto al lavoro dev'essere sacro, in qualsiasi paese, sotto qualsiasi confessione... il lavoro favorisce la realizzazione dell'individuo; negare tale diritto significa mettere dei paletti alla realizzazione personale, e quindi al conseguimento della felicità.

Molto interessante.Sicuramente mi comprerò il libro. Grazie.Fabrizio

Scrivi un commento

I commenti per questa nota sono chiusi.

Wikio - Top dei blog - EconomiaJOBtalk
nei top blogs di Wikio

I nostri blog