Arrivano dopo le aziende che "hanno un'anima", in voga anni fa: qui parliamo di corporate blogging. Chissà se le stesse aziende che fanno marketing dell'ascolto fuori si ascoltano anche dentro?
Di Loredana Oliva . Esistono aziende con le orecchie? Con orecchie buone, grandi, e con un test di
audiometria almeno sufficiente? Per Massimo Carraro, copy writer e blog consultant, ci sono eccome, ne ha recensito quasi 90.
Sono quelle aziende che provano a sperimentare il marketing dell’ascolto, e lo fanno con un blog.
Questi blog aziendali, che hanno caratteristiche ben definite, sono a loro volta raccolti nel blog che si chiama proprio “Aziende con le orecchie” (), l’immagine di un bel cagnolino con orecchie puntate accanto al titolo, e l’indicazione del contenuto : “chi pratica il marketing dell’ascolto, in Italia e come”.
Il blog ha un suo manifesto, che al primo punto cita l’incipit del Cluetrain Manifesto , una bibbia per chi si occupa di comunicazione corporate sulla rete : “La nostra azienda è cosciente che
i mercati sono conversazioni, e che un buon marketing non può prescindere dal loro ascolto”.
L’autore chiarisce che vuole divulgare e stimolare la conversazione sul fatto che “aziende italiane si stanno aprendo all’ascolto del loro mercato, grazie alle possibilità offerte da Internet”.
La parte più divertente è la recensione dei blog : ce n’è per tutti quelli che sono partiti bene , ma devono insistere sulla tenuta (Abarth); il marketing dell’ascolto che lavora bene a bordo griglia per il blog “carne al fuoco di Aia; le curiosità su Dima pantofole , tipo le ciabatte con manico estensibile per uccidere gli scarafaggi, o quelle con contenitore per liquidi e apribottiglie incorporato, Yamamay col suo canale video e la pubblicazione dei disegni realizzati dai suoi fan. Non mancando le critiche: qualche blog nonostante sia esteticamente accessibile, può essere “senz’anima”, un altro che ammicca nel titolo rischia di risultare spammoso. Spesso i post non sono firmati, si sa poco dei loro autori, e ancora come mai non ci sono i commenti, è una scelta o un destino?
Poi ci sono i grandi brand, Il mulino che vorrei (Barilla), Ferrero, Microsoft, Vodafone ad altri: in questo caso l’attenzione è più tecnica, è valutato l’uso dei podcast, dei video, il livello di sperimentazione, la qualità (o l’assenza) di un wiki, l’effettiva interattività.
I lettori possono visitare le recensioni dei blog, e poi i blog stessi linkati, ci si può fare davvero un’idea su quanto l’azienda vuole comunicare e soprattutto se ha intenzione di dialogare seriamente, per i consumatori, i curiosi, e anche per chi avesse interesse a lavorare per quell’azienda. Dal blog si può capire se l’ambiente di lavoro è appassionato, se è rigido o troppo gerarchico. Anche dall’impostazione “partecipativa” che si ritrova alla voce “collabora con noi” di alcune aziende, anche di gallerie d’arte , che stimolano i lettori a diventare non solo commentatori ma co-blogger.
Per le migliori classificate c’è il bollino giallo, “un piccolo-grande riconoscimento di qualità, gesto simbolico, atto di fede…”, lo si ottiene applicando i sette punti del manifesto Ce n’è uno sin troppo impegnativo per i corporate blog, dice : “Sappiamo che in ogni vera conversazione c’è il rischio di venir criticati. Nel caso, ci impegniamo a rispondere con argomentazioni corrette e veritiere”. Una vera sfida per le aziende blogger.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Emiliano Pintus 17/feb/2010 19:33:42
Vincenzo Silvestrelli 23/set/2009 16:19:12
massimo carraro 23/set/2009 15:05:09
Scrivi un commento
I commenti per questa nota sono chiusi.