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JobCoach / Il rientro dalla malattia di Steve Jobs e il ritorno al lavoro di tutti i malati oncologici

Stevejobs C'è stata anche una bella notizia in questo  week end ed è il ritorno di Steve Jobs in ufficio alla Apple dall'assenza per malattia, a fine giugno. Part-time all''inizio, poi probabilmente in piena operatività. Motivazione, forza di volontà, ma anche condizioni ambientali e contrattuali favorevoli al rientro e al reinserimento aiutano chi è stato malato a riprendere la normalità. In questo Steve Jobs è proprio come uno qualunque di noi. La settimana scorsa anche Linda Giuva D'Alema aveva fatto dono, a chi l'ha voluta ascoltare, del racconto della sua esperienza, mai rivelata prima. Mi sembra il giorno giusto per proporre questa riflessione pragmatica di Luigi Ballerini. Però del tema dei diritti dei lavoratori malati oncologici JobTalk si occupa non da oggi.Le persone sono più importanti dei ranking. E' un'idea bizzarra?

UN LINK SULLO STESSO ARGOMENTO SCOVATO NELL RETE:Quando il cancro diventa una colpa?

di Luigi Ballerini.- La malattia, soprattutto quella oncologica, irrompe nella vita, improvvisamente, facendosi beffa di tutto quello che è stato seminato, coltivato, desiderato, fatto oggetto di impegno e lavoro fino a quel momento. Tutto diventa secondario, improvvisamente smette di esistere, la malattia diventa l’orizzonte totalizzante della persona. Di colpo la vita si arresta: i nostri appuntamenti, i meeting, le trasferte, i programmi per le vacanze, tutto viene annullato e si entra in un vortice fatto di esami, farmaci, medici e ospedali. E’ come se qualcosa desse una martellata al nostro orologio: di colpo interrompe il tempo, le lancette si bloccano al momento della diagnosi e da lì in poi non esisterà altro che la malattia.
E’ quello che chiamo il primo tempo della cura, quello in cui si affronta e combatte la malattia.
Ma quando si è ripreso un vigore sufficiente arriva un secondo momento, in cui si cambia marcia, perché cambia radicalmente il concetto di cura. Se prima si è curata la malattia ora si deve curare lo stato, completo o parziale, di salute. Cura come prendersi cura, come favorire condizioni che permettano al soggetto di aprire l’orizzonte, di tornare a pensare il tempo come fonte di beneficio, in ultima analisi a pensare di essere ancora felice. E all’interno di questo rinnovato concetto di cura che bisogna favorire un precoce re-inserimento nel mondo del lavoro, se auspicato dal soggetto.
Facilitare la ripresa del lavoro significa favorire precisi passi di pensiero che potremmo esplicitare in questo modo:

  •  Io non sono la malattia che ho avuto    
  • Il tempo riprende ad avere senso per me (le lancette dell’orologio ripartono
  • Essere (o essere stato malato) non significa sentirmi malato
  • La malattia non ha vinto, io sono ancora io
  • Posso contribuire alla costruzione di qualcosa di comune trovando soddisfazione dal mio operare.

E’ necessario che il soggetto  incontri forme contrattuali e forme di socialità aziendale che favoriscano il suo reingresso precoce, il più precoce possibile, dopo la condizione acuta di malattia. Che il suo ripartecipare alla vita lavorativa attiva sia permesso senza discriminazioni o umiliazioni.

La necessità di assentarsi per accertamenti o la prosecuzione delle cure così come specifiche esigenze di natura estetica (penso alla parrucca o alle diverse protesi o devices) e organizzativa (penso agli stomizzati che debbono cambiare il sacchetto o ai tracheostomizzati) devono trovare risposta nell’organizzazione aziendale, nella forma contrattuale del lavoro. Occorre pensare con energia a una nuova strategia sul lavoro che tuteli la persona e il suo benessere.  Non credo al diritto alla salute, perché innanzitutto la salute è un dono, ma credo con forza al diritto della cura e al diritto del malato di essere messo in grado di contribuire ancora, di riappropriarsi della propria vita tornando ad essere soggetto attivo capace di costruire nel presente. Tornare protagonista della storia, dopo un periodo di forzata passività.

Ma non possiamo demandare tutto e solo all’organizzazione, occorre recuperare spazi di sincera solidarietà sul lavoro; spazi in cui chi non ha una chioma da copertina di Vogue o un colorito da Maldive o un’andatura svelta e impettita nei corridoi possa trovare un luogo di accoglienza, rispettoso delle esigenze, comprensivo dei bisogni, capace di apprezzare, con sincera ammirazione, l’apporto che un soggetto decide di continuare a dare al mondo del lavoro.  Pensare che un soggetto anziché essere emarginato dai colleghi, possa invece essere temporaneamente aiutato, con forme di tutoring o di job-sharing, non è da ingenui, piuttosto è di chi crede fermamente che il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro, che reali forme di solidarietà sono ancora possibili, oggi. Magari incentivate dagli HR, per i quali re-inserire un malato oncologico non deve costituire un problema da risolvere, ma un’opportunità di svolgere compiutamente il proprio compito, forse proprio quello che resta di “human”.

I nostri malati, che sono guariti o sulla strada della guarigione, non hanno bisogno di approcci di compassione o sguardi pietistici, ci chiedono forme organizzative del lavoro, spazi di socialità e una cultura della solidarietà e della sussidiaretà che tuteli e rispetti la loro condizione, ma al contempo potenzi e valorizzi le capacità residue, perché chi si sente di dire ancora “ci sono”, possa davvero esserci.

Commenti

@Giulia. Forse sarò idealista anche io...Ma penso che se il ritorno di Steve Jobs al lavoro (anche se "per farlo tornare con se o senza fegato...ecc avrebbero fatto qualunque cosa")può servire da stimolo, esempio, spunto di riflessione sul rispetto, la dignità, i diritti del lavoratore malato,il paragone sia assolutamente valido e costruttivo. Antonella

@Giulia.
"Per farlo tornare, con o senza fegato, con o senza cervello, avrebbero fatto comunque qualsiasi cosa!". Hai colto il punto, si tratta di superare proprio un certo tipo di logica. Il lavoratore non vale esclusivamente per il ruolo che occupa o la funzione che svolge, esiste e vale come persona che, nel suo ruolo e nella sua funzione, offre un contributo alla crescita dell'azienda. Sarò un idealista, forse, ma non dovremmo auspicare luoghi dove, rispetto a un lavoratore malato, "per farlo tornare farebbero comunque qualsiasi cosa"? Sarebbe un luogo dove il soggetto torna a percepirsi voluto e stimato, sia che risponda al centralino sia che diriga le strategie mondiali. A me piacerebbe un luogo che mi guardasse e mi trattasse così.

cara giulia, non la pensano così i numerosi lettori che hanno inviato commenti sul blog, dove il post di cui le 22 righe che hai letto sul giornale non sono che una pallida ombra, è il più letto degli ultimi giorni. Luigi Ballerini medico e autore del post, in cui tra l'altro non si parla affatto di politica aziendale della quale non frega niente a nessuno tranne ai giornalisti, ma si parla di persone, non la pensa così.
Forse se avessi un'amica giovane e bella che si è ammalata di cancro è guarita ed è tornata a lavorare non la penseresti così.
Se avessi conosciuto personalmente Steve Jobs come è capitato a me molti anni fa, quando scrivevo di informatica come ho fatto per anni e se ti potessi ricordare gli esordi della Apple per averli vissuti da giornalista non la penseresti così. Grazie di avermi autorizzato a pubblicare queto messaggio che mi hai inviato nell'email personale del giornale

cara rosanna
sono rimasta un po' interdetta leggendo la tua rubrica su job di oggi
ma come puoi paragonare steve jobs, senza il quale apple non esisterebbe e soprattutto non sarebbe tornata l'azienda modello che è, a un lavoratore qualsiasi?
come puoi farne un esempio di politica aziendale?
per farlo tornare, con o senza fegato, con o senza cervello, avrebbero fatto comunque qualsiasi cosa!
g

grazie. sempre più preziosa e illuminante!
mi è capitato di leggere di esperienze personali molto profonde e interessanti su questo argomento, raccontate con una semplicità che trasudano tenacia e grinta.
si, tolgo le lenti nere, questa mancanza , proprio come il cancro, al giorno d'oggi si può combattere, e vincere.

capito, ma per non incupirti inutilmente ti consiglio di leggere i materiali allegati al post. Parlano di disposizioni ad hoc (la più importante è contenuta proprio nella sempre vituperata legge biagi..) di progetti europei, di esperienze virtuose in azienda. Sono i primi casi, la sensibilità comincia ad esserci, va diffusa

assolutamente non volevo paragonare le due situazioni ma affiancarle: affacciandomi al mondo del lavoro questa situazione di non salvaguardia dei diritti di fronte al problemi di salute mi preoccupa ulteriormente e va a rendere ancora un poco più cupo il mio orizzonte. Infatti il cancro come altre malattie o problemi di salute che possono incorrere in un futuro e in tal caso saremo più che mai trapezisti senza rete.
spero di essermi spiegata e che il fraintendimento non abbia infastidito o mancato di rispetto ad alcuna persona.

non so se ho capito bene il tuo pensiero marta, forse no. Però mi sembra azzardato il confronto tra chi, giovane e senza certezze ma sano e con le energie intatte, cerca una strada e chi invece è malato e quella strada la vuole ritrovare, usando la parte di forza che ha ancora e quell'altra parte che spesso la sofferenza riesce a dare, e che ci si scopre di avere, come un dono non richiesto . Parliamo in tutti e due i casi di diritti, ma i contesti non sono paragonabili

Ho letto su internetl'articolo a cui fai riferimento sulla circolare del Ministro Brunetta, che decisamente merita un approfondimento. Tuttavia mi sembra giusto sottolineare, che anche molti datori di lavoro privati non si comportano in modo eccellente in queste circostanze, arrivando a licenziamenti per avere superato le ore di permesso e i giorni di ferie disponibili spesso utilizzati dagli affetti di queste patologie per seguire le terapie, oppure dove è possibile utilizzano i pensionamenti anticipati per eliminare una persona in una condizione "anomala" in un contesto lavorativo. Eppure mai come in questi casi il contesto lavorativo,l'aggrapparsi alla prorpia socialità e mantenere alto il senso di se stessi e delle proprie competenze hanno un valore altamente terapeutico. Forse determinate patologie meriterrebero un diritto del lavoro differente, che tenga conto non solo del profitto e dei numeri ma anche dell'uomo.
Barbara

La malattia, facciamo di tutto per allontanarla dal nostro orizzonte; argomento spesso tabù che va rimosso dalla nostra conversazione. Eppure non appena si ha il coraggio di parlarne non in modo astratto, ma nelle sue implicazioni reali si ha la soddisfazione di ricevere commenti così: personali, delicati,anche teneri. Commenti per i quali si può solo ringraziare.

oggi è veramente difficile immaginare che "chi si sente di dire ancora “ci sono”, possa davvero esserci", immaginare che ci sarà dato del tempo quando spesso ci viene negato lo spazio istantaneo per iniziare ad esistere. Ed ecco: "Giovani, carini, disoccupati...e pure sani come pesci!"

Da bambino, come capita a tanti, avevo paura dei cani. Poi ho scoperto che in realtà avevo paura dei loro padroni perché appena ne ho trovato uno randagio l’ho abbracciato e portato a casa, lottando per tenerlo. Così è successo con la prima malattia grave in famiglia. Avevo paura del malato perché aveva per padrona la malattia. In seguito mi è capitato di incontrare solo la persona, l’uomo, che si era liberato del guinzaglio della malattia, ed ho capito che non avevo più paura del malato. Credo che sia tutto qui ciò che serve per considerare sempre la dignità di qualcuno. Confrontarsi con la persona e non con chi o cosa sia alle sue spalle.

Mi chiedo che ne sarà di tutti i precari che possono contare solo sulle proprie forze. Perché se curarsi è un diritto, avere un aiuto economico (reale) dallo Stato è tutta un'altra cosa. Prevedo tempi duri per queste generazioni di sub-lavoratori. - Arnald

grazie a te maria cristina!

Il lavoro è per l'uomo e la salute è un dono!
Alla persona non corrisponde la malattia,il riconoscimento di uomo è anche nel suo lavoro e dare lo spazio necessario al ritorno nel proprio posto di lavoro,dove chi è malato possa esserci,supportato nel modo adeguato con forme di tutoring e job sharing è una risposta non pietistica,concreta e reale di rispetto alla vita della persona stessa,fornendogli così uno sguardo positivo ed efficace di aiuto!
Grazie

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