GlobTalk / “Rifugiati Football Club”, la multiculturalità della squadra e l'arte di saper fare i passaggi
Non è l'Utopia, nota Fabrizio che ha letto per noi questo "Rifugiati football club"di Warren St. John, è lo schema, sempre difficile da mettere in campo, dell' integrazione. Si parla di calcio, ma si potrebbe parlare di azienda, e senza scomodare guru e consulenti. Al gioco serve chi segna e serve chi fa i passaggi. Una vita da mediano, come direbbe Ligabue, forse non dà la celebrità, ma merita comunque un premio
di Fabrizio Buratto.- Luma Mufleh, una ragazza georgiana di ottima famiglia, va a studiare negli USA e decide di rimanervi perché sente quella cultura più vicina alla sua sensibilità e al suo concetto di libertà, contro il parere della sua famiglia. Un giorno, nel parcheggio vicino ad un supermarket mediorientale, vede un gruppo di ragazzini giocare a calcio, scopre che sono dei rifugiati e nel 2004 mette insieme la squadra giovanile dei Fugees, di cui diviene allenatrice, andando incontro a mille difficoltà, fra le quali la perdita del lavoro. Se non fosse una storia vera, sarebbe un romanzo inverosimile, invece “Rifugiati football club”, edito da Neri Pozza, è il frutto di mesi di lavoro sul campo – e in questa sede l’espressione è davvero appropriata – di Warren St. John, reporter del New York Times che ha presentato il libro a Milano insieme al giornalista sportivo Darwin Pastorin.
Il romanzo intreccia tre storie: quella della coach Luma, quella dei ragazzini calciatori e quella di Clarkston, la cittadina di Atlanta nello stato della Georgia, designata nel 1990 come centro di accoglienza dei rifugiati di guerra. Sono stati i ragazzini scappati dalle guerre in Iraq, Afghanistan, Sudan, Congo, Kossovo, Bosnia – per citare quelle di cui i media si occupano o si sono occupati – a portare il calcio nel sud degli States, dove lo sport principale è il baseball, mentre il calcio è considerato un passatempo da poveri. Clarkston, nel giro di un decennio, ha cambiato fisionomia: vicino alle chiese svettano le sinagoghe, i ristoranti sono diventati multietnici e c’è una scuola frequentata da bambini di cinquanta nazionalità diverse.
Non si tratta dell’isola di Utopia, però; l’integrazione è difficile, non tanto fra gli americani e i fugees, i rifugiati, quanto piuttosto fra etnie diverse. La coach Luma riesce a far convivere in squadra ben più di primedonne capricciose: ragazzini appartenenti all’etnia tutsi e hutu, iracheni e afgani, tutti rispettosi delle medesime regole: “Non cerco superstar. Cerco giocatori che abbiano voglia di imparare. Chi non segue le regole è fuori dalla squadra. Ci sono un sacco di ragazzi che vogliono giocare. Se seguite le regole vi divertirete parecchio.” E vediamo alcune di queste regole: “Mi comporterò bene in campo e fuori. Non fumerò. Non mi drogherò. Non berrò alcool. Non metterò incinta nessuna. Non dirò parolacce. I miei capelli saranno più corti di quelli del mio allenatore. Sarò sempre in orario.” Regole, lavoro, impegno. E altruismo. Senza questi elementi vincere è impossibile, nella vita, nel lavoro e nello sport; il talento non basta. Luma non smette mai di ricordarlo, nemmeno quando un ragazzo segna un goal spettacolare “danzando e dribblando i difensori uno dopo l’altro prima di appoggiare al palla in rete”. Nell’esultare volge lo sguardo all’allenatrice, in attesa di un complimento. E Luma gli urla: “Ma un passaggio lo sai fare?”



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