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HrCenter / Altro che master, dopo la laurea facciamo un bel provino

 La società dello spettacolo detta le regole della selezione. Succede, ormai spesso, che le strade che portano alle carriereAChorusLineCastAhmanson di prestigio, politiche e aziendali, incrocino non l'esame di laurea, il colloquio, o l'esperienza da far brillare nel curriculum, ma il casting. Momento di prova spietata, misura feroce del talento e dei nervi dei concorrenti, veleno oppure benzina per l'autostima e per la determinazione: al di là della scorciatoia della raccomandazione e al dil à del potere degli sponsor, nello show business c'è anche questo. E' il modello "A Chorus line": chi è chiamato faccia un passo avanti, gli altri a casa con il ringraziamenti del regista, provate un'altra volta. La storia mi ha sempre affascinato, film o musical che fosse, con la sua crudeltà che condensa e esaspera, nella competizione dei provini per il posto di ballerino di fila,  la vita vera. Al confronto, la selezione aziendale è un rito stanco? Da quanti burocratici assessment alla fine emergono i veri talenti? Controcorrente ma intrigante, il punto di vista nel post di Carlo...
di Carlo Arcari. La futura classe dirigente italiana sarà selezionata da un casting? Dopo la querelle sulle veline laureate, candidate alle elezioni amministrative ed europee, qualcuno comincia a considerare con meno spocchia e puzza al naso la tendenza che spinge ogni anno decine di migliaia di giovani a sottoporsi a un democratico provino per cominciare da una comparsata in tv (e non da un esame comprato in una sede compiacente) la propria futura carriera.
Altro che master, dopo la laurea facciamo un bel provino. Sembra questo oggi l’inizio più credibile del percorso di auto valorizzazione di un giovane che vuol “esserci”, sentirsi arrivato “a corte”: da velina o tronista, a giornalista, conduttrice, parlamentare e chissà, un giorno, ministro. Perché, come scrive nella sua ottima inchiesta suIl Foglio la collega Marianna Rizzini: “si fa il provino e poi si vedrà, perché oggi da lì ti sembra di poter andare ovunque, mentre da qui ti pare di non andare da nessuna parte”. Dove “lì” è la Tv e “qui” è la strada tradizionale, laurea, master, stage gratuito o quasi, precariato, concorso, colloqui, divenuta oggi non più credibile e appetibile per i giovani. Anche perché il mondo dello spettacolo e il training dei provini abituano il giovane in carriera al public speaking di cui si servono anche i politici e le grandi imprese.
L’evoluzione del casting come nuovo fattore di promozione, selezione professionale, e mobilità sociale viene tenuto d’occhio con attenzione anche da Giuseppe Roma, direttore generale del Censis che dice di non trovarci niente di strano. In America e in altre parti del mondo il fenomeno è in atto da tempo, ma come spesso avviene è in Italia che la tendenza rischia di sfiorare la patologia. Colpa della nostra arretratezza, della nostra fragilità e delle nostre persistenti “anomalie”. Dice Roma al Foglio: “La tv come dispensatore di futuro è in forte espansione in Italia, perché non è bilanciato da altre possibilità di ascesa sociale attraverso i saperi”.
Insomma negli States ci sono Harward, Stanford, MIT e le altre grandi università che creano, alimentano e custodiscono i think tank  dai quali escono i governanti chiamati a guidare il Paese. Da noi invece non viene percepita l’importanza e l’influenza dei centri di eccellenza del sapere che non hanno più come un tempo questo ruolo. La carriera in Tv è altrettanto difficile, dura e impegnativa, ma sta diventando più credibile di una università sempre più svalutata. E’ questo il rischio che Roma denuncia. “Se i giovani vedono nel casting per entrare in Tv l’unica molla del cambiamento e di mobilità sociale la colpa è solo del nostro immobilismo”.
 

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