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DrJob / Dal mobbing allo stalking : quando la vittima è il capo...succede anche questo

Il post sullo stalking al lavoro stato molto letto e linkato, ci torniamo con gli avvocati dello Studio Trifirò e un caso particolare, il capo vessato..

di Stefano Beretta e Stefano Trifirò –Avvocati- Studio Trifirò& Partners .-ll fenomeno del mobbing non trova ancora una specifica disciplina.
Occorre ricordare, però, che di molestie sul lavoro si tratta ampiamente sia nelle  fonti legislative sia in quelle  comunitarie, più che altro nel profilo antidiscriminatorio.
La giurisprudenza ha riconosciuto forme di tutela per il lavoratore vittima del mobbing, definendo i contorni giuridici  di una fattispecie non direttamente tipizzata.
Sotto il profilo della responsabilità penale,  gli stessi fatti di mobbing possono essere considerati reato (con ampia risarcibilità del danno morale), ove siano integrati gli estremi della violenza privata (art. 610 cod. pen.), delle molestie (art. 660 cod. pen.), delle  molestie sessuali (art. 609 cod. pen.), dei maltrattamenti (art. 572 cod. pen.), etc.
Proseguendo sulla strada tracciata dalla giurisprudenza, il legislatore italiano, intendendo colmare una lacuna del nostro ordinamento, che in tema di molestie/stalking non prevedeva alcuna sanzione, con D.L. 23 febbraio 2009, n.11 ha introdotto nel Codice Penale  la norma di cui all’art. 612 bis rubricata “atti persecutori”. Tale norma, al comma 1, dispone che: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni, chiunque con  condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia e di paura ovvero di ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria  o di un prossimo congiunto o da persona legata al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.
Quindi, qualora un individuo ponga in essere comportamenti tali da affliggere un’altra persona, perseguitandola ed ingenerando stati di ansia e di paura che possono compromettere il normale svolgimento della quotidianità,  incorre nel reato dello stalking.
Quello dello stalking è un fenomeno molto prossimo al mobbing, ma si differenzia perché nel mobbing l’aggressore pone in essere la condotta persecutoria direttamente sul posto di lavoro e con il fine di espellerlo, mentre nello stalking l’aggressore non  si muove necessariamente nell’ambito lavorativo ma, più in generale, agisce su quello della vita privata della vittima.
Anche nella prospettiva giuslavoristica, si possono avere episodi di stalking. È da segnalare che questi possono riguardare condotte poste in essere non solo dal superiore gerarchico nei confronti del sottoposto, ma anche ipotesi inverse. Ricordiamo il caso di un dipendente che, volendo vendicarsi del superiore  ritenuto prepotente, ma non potendolo farlo in ufficio o in  azienda, lo attaccava sulla sfera della vita privata.
Telefonate  parossistiche  e continue nel cuore della notte, messaggi via sms  offensivi, minacce, ingiurie, e così via, fino a quando il telefono è stato messo sotto controllo, e, scoperto l'aggressore, lo stesso ha rassegnato  spontaneamente  le dimissioni.

Commenti

mi sono pure rivolta al sindacato ma una volta esposte le mie problematiche ma non ho ancora avuto risposta, non so cosa fare, adesso andrò da uno psicologo o psichiatra che sia, sarò io il problema veramente se no non capisco perchè mi succedano queste cose........ scusate per il mio sfogo
Catia

"E se provi a pensarci un attimo non è questione di precario o meno.. il capo che vessa un subordinato o i colleghi che si coalizzano contro di lui, di solito per motivi risibili, sonos cenari universali, non della condizione precaria..al contrario, mobbizzare un atipico è tempo sprecato, tanto prima o poi se ne va..."

In effetti non ci avevo pensato a questo aspetto. - Arnald

caro arnald, a ridaje al precario..non voglio mica dare ragione al ministro brunetta che se la prende con i film, e pur con quelli vecchi di un anno (l'avrà visto in dvd?), ero fuori italia in questi giorni ma qualche notizia ahimè arrivava anche nel deserto arabico, però nella tua disamina come sempre fatta con il cuore e la tastiera in connessione questa sì precaria con il ragionamento, manca un attore: la solidarietà tra persone che lavorano, e l'etica. è di questa mancanza che si nutrono mobbing, bossing, stalking ecc. prima ancora che della mancanza di normative, a quella si rimedia, come dimostrano le sentenze degli ultimi due anni. E se provi a pensarci un attimo non è questione di precario o meno.. il capo che vessa un subordinato o i colleghi che si coalizzano contro di lui, di solito per motivi risibili, sonos cenari universali, non della condizione precaria..al contrario, mobbizzare un atipico è tempo sprecato, tanto prima o poi se ne va.. è una questione di qualità del lavoro e dei rapporti di lavoro, in generale...

"Ricordiamo il caso di un dipendente che, volendo vendicarsi del superiore ritenuto prepotente, ma non potendolo farlo in ufficio o in azienda, lo attaccava sulla sfera della vita privata".

Una condotta di questo genere può essere generata da più cause. Senza dubbio, l'idiozia del dipendente che è passato in modo eclatante dalla parte del torto. E forse una certa sfiducia negli organi preposti alla difesa del lavoratore che, magari sfiduciato dal sistema, ha preferito ingiustamente farsi giustizia da solo. Certo è che se sei un precario è dura difendersi da un capo prepotente. Se sei un tempo indeterminato è dura, ma possibile.
Che un capo subisca mobbing in ufficio sembra in effetti una possibilità remota, trovandosi lui in una posizione "migliore" e quindi i vigliacchi evidentemente si riparano dietro lo stalking.
Personalmente credo che il mobbing e lo stalking in qualche modo si completano. Se subisci attacchi sul posto di lavoro, tutto questo non può avere che effetti anche sulla vita privata e viceversa. Credo che su tutto, sia per chi fa, che per chi suisce, sarebbe bene informare come si deve sul fatto che esistono ormai strumenti e persone capaci di intervenire e anche in modo tempestivo. - Arnald

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