La JobCoach MC Bombelli nell'insolita veste di polemista in materia di diritto: il tema è attuale, le proccupazioni legittime...
di Maria Cristina Bombelli.- La lettura dei giornali appare da qualche tempo, agli occhi di una donna, decisamente ambivalente. Da un alto si annuncia l’avvenuta approvazione di una legge che sancisce un nuovo reato: lo stalking. Questo termine deriva dal verbo to stalk, tecnicamente utilizzato nella caccia e traducibile in italiano con “fare la posta” e riconducibile ad un insieme di comportamenti ripetuti e intrusivi di sorveglianza, controllo, ricerca di contatto e comunicazione nei confronti di una vittima, infastidita e/o preoccupata (dal sito www.overlex.com).
Il progetto di legge, proposto dal Ministro Carfagna, è stato approvato anche dall’opposizione. Plauso unanime, dunque, e linea dura contro i molestatori che ora possono essere puniti con il carcere da sei mesi a quattro anni.
Nella pagine successive degli stessi giornali vengono descritti gli esiti di due stupri raccapriccianti, entrambi condotti con violenza inaudita contro donne inermi, i cui protagonisti, rintracciati e arrestati, vengono liberati e lasciati agli “arresti domiciliari” anche se alcuni di loro privi di fissa dimora. Il che per contraddizione evidente significa liberati e basta.
La comparazione di queste due notizie risulta di difficile comprensione. Lungi da me il voler negare la validità di una buona legge che sancisce un principio, ma quello che è colpisce è la distanza, sistematica nel nostro paese, tra le “buone” leggi e le azioni conseguenti.
Fermandoci ora al reato di stalking, dal punto di vista pragmatico, sarà di difficilissima dimostrazione, più facile negli ambienti familiari, molto più complesso negli ambienti di lavoro. La produzione di prove, spesso intangibili, con un onere diretto o rovesciato poco importa, ma sempre di natura molto complessa che introduce le vittime in un itinerario di tale portata da scoraggiare chiunque. In più, che senso ha mettersi nell’ottica di denunciare un reato, quando delitti ben più gravi vengono poi, per ragioni diverse ma non meno legittime, di fatto non perseguiti?
E’ un esempio palese questo di mille altre situazioni: leggi sulla sicurezza aziendale che danno luogo a montagne di carte, ma a pochi risultati concreti; richieste burocratiche invece che finalizzate ad obiettivi reali. Insomma un grande affannarsi sui principi, mentre la dura, concreta, pratica realtà viene spesso dimenticata. Non per niente un commento relativamente alle leggi del nostro paese è che sono ottime, ma spesso non applicate.
La domanda che sorge spontanea è: come introdurre un po’ di sano pragmatismo nel nostro modo di ragionare e di agire? Come riuscire a pensare più attraverso le azioni che non attestandosi ai principi?
In primo luogo si tratta di rendersi conto del problema esistente, senza con questo negare la validità dei principi, ma cercando di vedere le realizzazioni pratiche che ad essi sottendono.
Essere consapevoli di questo nostro difetto nazionale, di discutere sugli aspetti nominali, di affermare la propria visione, di cavillare, è sicuramente il primo passo verso l’introduzione di un sano pragmatismo.
In secondo luogo manca una chiara visione dei costi nascosti nelle leggi, nelle prescrizioni, nelle attuazioni. In questo sarebbe utile affiancare sempre il costo di attuazione, i soggetti mobilitati, gli itinerari descritti, in modo da comprendere il reale rapporto costi – benefici. In molte leggi che riguardano le donne vi sono una pletora di esperti / e che si muovono in un mondo separato dalla realtà, sempre a caccia di un’azienda su cui sperimentare, spesso senza nessun risultato concreto, idee concepite al di fuori della normale prassi organizzativa. Intelligenze e tempo spesso sprecati nella produzione di carte, libri e atti di convegno che nessuno leggerà e che rimarranno solo per qualche tempo a prendere polvere esclusivamente nelle librerie delle suddette persone.
Infine, ciascuna dovrebbe provare a lavorare nel proprio specifico organizzativo, cercando di proporre lì delle modificazioni, senza necessariamente cambiare il mondo nel suo complesso, ma lavorando su piccoli e insignificanti dettagli, quegli stessi che, presi nel loro insieme, fanno questa cultura dedita a salvare i principi, più che ad interessarsi delle azioni.
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marta liverani 16/apr/2009 13:50:20
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