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Job Management /La mission impossible di Obama, cambiamenti da clonare per imprese, persone e manager

Obama_copertina Scattano i primi cento giorni della presidenza di Obama, genere giornalistico-politico  a cui nessun governo sfugge. C' è un bel libro italiano e (miracolo!) tradotto anche in America che invita a a prendere il neo-inquilino della Casa Bianca a modello. Vale per le imprese e anche per le persone che le popolano, a vari livelli di leadership. Can we do it?

di Fabrizio Buratto.-  “Forse le nostre sfide sono nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo forse sono nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo – lavoro duro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo – tutto questo è antico. Sono cose vere”.  Parole di Obama al discorso di insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio di quest’anno, parole per nulla retoriche, in cui Obama crede, insieme a milioni di americani. Le ritroviamo in calce al saggio di Federico Mioni e Marco Rotondi “Obama Leadership – Che cosa possiamo imparare come manager e come persone”, FrancoAngeli editore, così accurato da essere stato tradotto negli Usa.
Pur marcando la diversità di contesti cui la sfera politica e quella dell’impresa afferiscono, i due autori ritengono che, laddove le analogie sono più forti, il modello obamiano possa essere preso ad esempio dagli imprenditori. A cominciare dalla sua mission considerata alla partenza “impossible” da tutti gli analisti di mercato, ovvero da ogni commentatore politico: un candidato afroamericano dal cognome tanto assonante con Osama (Bin Laden) che per secondo nome fa Hussein. Ebbene, se la “vision” di Obama non fosse andata oltre una regola cara a tante imprese (abbiamo sempre fatto così, perché cambiare?), non si sarebbe neppure candidato. Invece: “change”. Il suo progetto ha preso il via proprio da una start up: una macchina composta da più di mille collaboratori e un milione di volontari, corollario ad un team scelto accuratamente che gli ha consentito, fin dall’inizio, di distinguere il proprio brand grazie a linguaggi, stili e contenuti diversi da quelli di tutti gli altri candidati.
Nella competizione globale la distintività del brand è vitale. Slogan, certo, “Yes we can”, ma anche contenuti più profondi, concetti ormai estranei dalla politica: etica della responsabilità – individuale e verso i propri compagni di strada – e poi Main Street sullo stesso piano di Wall Street.

Sorge una domanda: se i manager e i banchieri avessero seguito questi criteri etico-morali, la crisi mondiale avrebbe assunto tali proporzioni? Altra mossa vincente del manager-Obama, la capacità di motivare le risorse umane, ovvero quegli elettori che donando cinque-dieci dollari ciascuno, gli hanno consentito di raccogliere milioni di dollari senza dover ricorrere al finanziamento ricattatorio delle multinazionali. E quegli elettori-risorse umane sono stati i primi ad essere ringraziati nel discorso della vittoria a Chicago, in cui Obama sottolineò come molti di essi avessero votato per la prima volta convinti che, questa volta, la loro voce avrebbe potuto fare la differenza. Mirabile esempio di management collaborativo composto da: marketing basato sull’ascolto del cliente (la possibilità data agli elettori durante al campagna elettorale di esprimersi attraverso internet), coopetition come sintesi fra cooperazione e competizione (la gestione del rapporto con Hillary Clinton), co-markeship, ovvero la condivisione del lavoro coi fornitori dei brevetti senza invidie o timori (la sua vera amicizia con Joe Biden e con i più stretti collaboratori).
I manager di qualsiasi livello non hanno più alibi: se ce l’ha fatta Obama, nessuna mission aziendale è impossible.
 

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