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Job Coach /Lost job, lost identity, ma in Italia diremmo: sotto il vestito (gessato, tailleur, toga, camice bianco, tuta blu) niente?

Abiti da lavoro Ancora sullo specchio che riflette chi sei tu quando lavori, e poco altro. E quando l'immagine riflessa svanisce, perchè il lavoro non c'è più? Il tema ritorna sul Financial Times, sezione Business, Luigi il JobCoach

ritorna a commentare: ci vuole il licenziamento per farci capire che sotto il vestito (da lavoro) non c'era già  più niente?
di Luigi Ballerini.- Accade sempre a qualcun altro. Il licenziamento, ma anche la malattia o i contrattempi : non può capitare a noi, ne siamo immuni. Tutto sta andando bene, chi ci può toccare? Succede col lavoro, ma spesso anche col partner; eppure  quando qualcuno ci scarica “out of the blue”, all’improvviso, molto raramente era davvero imprevedibile. Più spesso non ce ne siamo accorti, non abbiamo voluto accorgercene. Immersi nella nostra agenda fitta fitta di impegni, capaci solo di guardare a noi stessi, concentrati narcisisticamente sui nostri successi e sulle nostre difficoltà, abbiamo trascurato di cogliere i segni del cambiamento nel nostro ambiente, costruendo un’immagine di noi come indispensabili, insostituibili, ultimamente necessari. E a quel punto il tonfo sarà ancora più duro: lost job, lost identity, titola bene il FT.  Possiamo però muovere una critica a questo pensiero, possiamo provare a fare un passino avanti: non è del tutto corretto dire che perso il lavoro perdo la mia identità.

Se mi trovo in questa condizione significa che la mia identità è già stata smarrita da tempo. Ho smesso di esistere come soggetto per alienarmi su una funzione. Non esistevo già più come soggetto (ossia necessitante rapporti, teso all’essere felice, curioso del reale a trecentosessanta gradi, ricco di interessi e passioni), ma ero diventato solo pistola e distintivo, puro ruolo. Una macchina da guerra, si dice anche in gergo. Ma noi siamo fatti per la pace, dentro di noi e attorno a noi, dove pace non è un termine generico, significa caduta dell’angoscia, del conflitto, della smania di avanzare contro tutto e tutti. Sotto il vestito niente: sia esso il completo antracite con cravatta regimental, il camice bianco, la toga o il tailleruino gessato. Le mille divise che decidiamo di indossare.
E’ ora di riscoprire che potere non è innanzitutto un sostantivo, ma una forma verbale: potere nel senso di io posso. I can: posso, senza paura, far crescere chi lavora con me perché è il modo migliore per raggiungere gli obiettivi comuni, posso non essere invidioso, posso lavorare senza sospendere di vivere, posso finalmente permettermi dei lussi. In primis, quello di tendere, ogni istante, alla mia soddisfazione, conscio che non è mai disgiunta da quella dell’altro.

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