"Basterebbe forse (ri)partire dal fare tutti quanti il nostro mestiere in maniera deontologicamente seria, per rendere migliore il nostro paese. Qualunque esso sia, e qualunque sia la posta in gioco" scrive Marco a conclusione della sua Jobcritica di oggi, sul film dedicato (doverosamente, aggiungo io) da Marco Risi alla figura del giornalista precario come ce ne sono tanti nelle nostre redazioni (aggiungo sempre io) Giancarlo Siani, assassinato dalla camorra perchè faceva il suo mestiere. E in più lo faceva bene. Non sono così convinta che questo basti , da solo, a cambiare le cose, ma a rendere migliore il Paese, questo sì. Da ieri i giornalisti hanno di nuovo un contratto di lavoro, dopo quattro anni di apnea e muro contro muro. L'altra sera ascoltando Roberto Saviano in tv mi chiedevo che cosa pensano i ragazzi che entrano e scrivono i primi titoli e le prime "brevi", o passano i pezzi degli altri, se si rendono conto che, per quanto la loro realtà routinaria in redazione sia lontana dal rischio quotidiano della vita, di fare lo stesso lavoro di Roberto Saviano e del protagonista di Fortapasc. Che consiste nel dire le cose senza accontentarsi del taglia e incolla del comunicato stampa o della telefonata frettolosa a questuare un "virgolettato"alla solita fonte. Magari approvato preventivamente dal parlante, perchè così si fa...
Lo so che non c'è mai tempo e che è questo che spesso ahimè vi chiedono, e che se lo farete sarete assunti e magari anche promossi dopo ..Ma volete fare i giornalisti o i bricoleur?
Film: Fortapàsc, di Marco Risi (Italia)
Nelle sale di tutta Italia
Valutazione: quattro badge [straordinari(o)]ombardi. - 
La scala di valutazione di Jobtalk è in badge: 1 badge: "assenteista" - 2 badge: "part-time"- 3 badge "full-time" - 4 badge: "straordinari(o)" - 5 badge: "colpo di badge"
di Marco Lombardi.- “Perché lo fai?”, chiede uno studente qualunque a Giancarlo Siani, il giornalista del “Mattino” di Napoli che venne ucciso nel 1985 alla sola età di 26 anni. La domanda fa riferimento alla sua attività di cronista vero fra le maglie della Camorra, così come appena raccontata ai ragazzi di una classe di Torre Annunziata. Risponde Giancarlo, con aria sinceramente stupita: “Perché questo è il mio lavoro”, così ribadendo che il mestiere del giornalista dovrebbe essenzialmente basarsi sull’osservare, mettere insieme, e poi riferire nella maniera più oggettiva possibile. La risposta sembrerebbe banale, ma da tempo non lo è più, visto che la categoria – parole del suo caposervizio a Torre Annunziata – è divisa fra i giornalisti giornalisti, che ancora provano a svolgere appieno la professione, ed i giornalisti impiegati, che invece fanno i “dipendenti”, riportando e scrivendo quello che i capi (qualunque essi siano) ritengono più “opportuno”. È questo il centro dell’ultimo film di Marco Risi, “Fortapàsc”, che racconta un martirio giovanile simile a quello di Peppino Impastato, l’altro giovane giornalista ucciso dalla Mafia appena qualche anno prima, nel 1978, in Sicilia.
Fortapàsc è l’immagine che lo stesso sindaco (corrotto) di Torre Annunziata dà della sua terra, lacerata dalle guerre camorristiche, e dal degrado, e dallo spaccio di droga. Giancarlo inizia lì, dimostrando più professionalità – cioè più senso della verità – di tanti suoi colleghi “impiegati”, nonostante lavori in nero, come una specie di abusivo (così lui amava ironicamente definirsi).
Vari suoi articoli vanno infatti a toccare certe connivenze fra gli ambienti malavitosi e quelli della politica, ed è forse appunto questo il motivo – altro che la meritocrazia – che lo porta ad essere trasferito a Napoli, nella sede del “Mattino”, con un bel contratto di apprendistato ed un nuovo incarico: occuparsi di scioperi, e sindacati, e manifestazioni operaie. Giancarlo lo fa, pur continuando peraltro ad occuparsi di certe questioni di Torre Annunziata, e questo alla faccia di alcuni avvertimenti, che ben presto si trasformeranno in pallottole.
Il film di Risi è bello-semplice-pulito: sia in termini fotografici, che interpretativi (a partire dall’interpretazione minimalista di Libero De Rienzo), che registici tout court. Proprio come la figura di questo piccolo Don Chisciotte, che viene ritratto come un ragazzo qualunque, pieno di debolezze e paure. È infatti la sua normalità, a differenza di tanto cinema ipocritamente celebrativo, a rendercelo un vero eroe, sul campo: un lavoratore che racconta il marcio intorno a sé non tanto per bisogno di giustizia, e nemmeno per cercare la luce dei riflettori, ma semplicemente perché quello è il suo lavoro.
Basterebbe forse (ri)partire da qui, cioè dal fare tutti quanti il nostro mestiere in maniera deontologicamente seria, per rendere migliore il nostro paese. Qualunque esso sia, e qualunque sia la posta in gioco.
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Commenti
Marco Lombardi 30/mar/2009 16:55:51
Marilde Alfieri 30/mar/2009 15:33:34
arnald 30/mar/2009 15:10:51
Marco Lombardi 30/mar/2009 11:22:08
arnald 30/mar/2009 09:28:31
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