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JobManagement / Corporate reputation e nemesi aziendale: l'ex dipendente che cerca lavoro eredita le colpe dei top manager?

Svantaggiati sul mercato del lavoro per colpe non proprie? E' quello che sta accadendo, pare, negli Stati Uniti a centinaia di ex dipendenti di aziende chiacchierate (o peggio..) che si mettono alal ricerca di un nuovo lavoro. L'articolo era sul NYT di ieri,  Luigi Ballerini lo segnala e lo commenta. Vi è capitato? A me sì, molti anni fa...
di Luigi Ballerini.- “ I nostri atti ci seguono” è il titolo di un bel libro, seppur poco noto, di Paul Bourget scritto nel 1927. Più di ottant’anni dopo lo ritroviamo quasi inalterato sulle colonne del New York Times., ieri .“Can an Employer’s Past Follow Its Workers?”, se lo chiedono negli States relativamente al fatto che un dipendente possa trascinarsi dietro la cattiva reputazione dell’azienda per cui ha lavorato. Vero, nell’articolo si distingue se la cattiva reputazione dipenda da atti criminosi o da semplice (?) insipienza del top management con la prima come aggravante, fatto sta che sembra molto più difficile trovare un nuovo lavoro se si è in uscita da un’azienda che è diventata tristemente celebre per qualche malefatta o disavventura. Questo fatto, denunciato dai top HR americani, appare ragionevole nel caso il dipendente sia proprio uno di quei top manager responsabili (presunti o reali) di errori clamorosi, resta tuttavia difficile da capire come possa applicarsi anche a chi si trovava in posizioni inferiori, il cosiddetto middle management. Manager, che magari hanno fatto con onestà tutto quello che potevano dentro condizioni che non governavano completamente o affatto, rischiano di trovarsi svantaggiati per colpe non loro. Dopo anni di onorato servizio.
Nell’articolo si afferma che in un mercato del lavoro dove circolano centinaia di CV per la stessa posizione sulla selezione, alla fine, intervengono fattori che in condizioni normali non troverebbero spazio; tutta colpa della crisi, quindi. Non dei selezionatori e dei criteri che applicano.


Non della leggerezza con cui guardano i CV senza leggerci dentro la storia delle persone. Temo che questa tiritera diventerà sempre più frequente, con la crisi pronta a giustificare ogni comportamento e scelta.
Ancora una volta se ne potrà uscire solo guardando l’individuo, il singolo lavoratore nella sua totalità che è molto di più dell’azienda da cui proviene. E’ quello che sa fare, l’apporto di pensiero che può dare, la voglia di contribuire ancora alla crescita personale e del suo nuovo team, la passione che ci metterà, le competenze di cui si è via via arricchito, i successi che ha già dimostrato; è tutto questo ciò che conta. L’azienda di provenienza, nel male ma anche nel bene, può sì aver dato una specie di imprinting, ma occorre valutarlo con molta attenzione, per non fare passi falsi. Pensavamo fosse finito il tempo di “ti prendo solo perché arrivi da …”, ma non ci auguravamo certo che iniziasse il tempo di “ti escludo solo perché arrivi da …”. Quando inizieremo a riconsiderare i soggetti per quello che sono?

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