Pochi film parlano di lavoro e del senso del lavoro, dei ruoli e del work-life balance come questo "Revolutionary road", crudo e contemporaneo. Sanguinoso, nonostante l'ambientazione anni 50 e i colori pastello. D'accordo con Marco questa volta: sono bravissimi tutti e due, Leo e Kate. Oserei dire "titanici"...
Film: Revolutionary road, di Sam Mendes (USA)
Nelle sale di tutta Italia
Valutazione: cinque badge [colpo di badge]
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di Marco Lombardi.- “Revolutionary road” è un grandissimo romanzo di Richard Yates che la rivista Time ha considerato fra i cento migliori di tutti i tempi (l’edizione italiana – di Minimum fax – contiene pure una splendida prefazione, informativa-esplicativa-non saccente): la storia, infatti, svolazza ironica fra i pensieri del lettore come se si trattasse della piuma di Forrest Gump, nonostante affronti dei temi molto molto scomodi che, alla faccia dei suoi anni (il libro è stato scritto nel 1961, e si ambienta nella New York del 1955), sono di un’attualità sconcertante.
“Revolutionary road” è però anche un bellissimo film, la cui confezione classica (dalla fotografia alle interpretazioni al montaggio alle musiche) fa il paio rispetto alla leggerezza di scrittura letteraria, e – come nel romanzo – cortocircuita rispetto alla drammaticità insita nel racconto. Anzi, a dirla tutta, per certi versi il film è migliore del romanzo, visto che la pagina scritta contiene delle esplicitazioni narrative (soprattutto sui trascorsi familiari dei due protagonisti) che sul grande schermo si fanno ellissi in grado di suggerire-senza dire, così lasciando lo spettatore libero d’integrare i “vuoti” con la propria sensibilità, esperienza, vita. E poi, all’interno della coppia Leonardo Di Caprio-Kate Winslet, che ripropone biricchinamente quella di “Titanic” (quasi il film fosse la loro storia successiva, se di mezzo non ci fosse messo un iceberg!), lei è a dir poco fantastica, così tanto che viene già voglia d’iscriverla fra le grandi di tutta la storia del cinema (fra qualche settimana, quando uscirà, andatevi a vedere pure “The reader”, dove sempre lei tratteggia una fra le storie d’amore più pure e “totali” di sempre).
“Revolutionary road” è invece la storia di una qualunque coppia borghese (di quelle tutto amore, tutto lavoro, tutta casa – una bella villa con giardino, tutta famiglia – con due figlioletti per bene, tutta amici – i vicini) che un giorno si scopre scarica ed al capolinea di sé. O meglio, a scoprirlo è lei che, dopo l’ennesimo fiasco a teatro, e dopo aver capito che quello dell’attrice non è proprio il mestiere adatto a lei, lo molla, e con quello tutte le insoddisfazioni che fino ad allora aveva scaricato sul marito. A quel punto, “vedendolo” meglio, il marito, scopre che pure lui è frustrato ed insoddisfatto del lavoro basso impiegatizio che in pratica ha ereditato dal padre all’interno di una grande azienda. Allora fa una cosa definibile coraggiosa oggi, rivoluzionaria allora: rispolverando fra i ricordi il sogno di lui di lasciare tutto ed andarsene a Parigi, gli propone un trasferimento radicale. Non solo: lì sarà lei a lavorare, mentre lui si prenderà un periodo sabbatico grazie al quale riflettere e riprogrammare al meglio il suo futuro professionale.
Dopo il sì entusiasta di lui, non sto a raccontarvi lo shock (invidioso) di tutti quanti nel vedersi dinnanzi una coppia vera che, in barba ai must cultural-borghesi imperanti (primo fra tutti quello secondo cui a lavorare dovrebbe essere solo e soltanto lui), è capace di parlarsi e decidere insieme per il bene dei singoli, dunque della coppia. Il fatto è che al dunque lui, proprio lui, vacillerà, e si farà prendere dalla paura allo stato puro. Quale paura? visto che anche i figli sono entusiasti di cambiare casa e scuola. La paura di lasciar la strada vecchia per la nuova, nonostante la vecchia tanfi di apocalisse prossima ventura. Il film ha poi un ulteriore incedere farsesco, rispetto al lavoro, perché parrebbe coniare la massima secondo cui meno ci s’impegna, più si ottiene, in termini di carriera (è poi vera?). Poi, e definitivamente, s’abbandona al dramma borghese, che fa pensare ad un Bergman in versione americana.
È infine curioso notare come pure un altro film attualmente nelle sale (“Home”, una splendida opera prima diretta da una giovane regista belga, ed interpretata dalla fantastica Isabelle Huppert), affronti, all’interno di un nucleo familiare apparentemente compatto, la paura del cambiamento, dai rapporti interni al lavoro, e questo anche se qualsiasi teoria di sopravvivenza direbbe che tutto, ma proprio tutto, va assolutamente cambiato, e subito …
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Commenti
Marco Lombardi 12/feb/2009 09:45:38
maria rita meucci 10/feb/2009 15:51:35
Marco Lombardi 09/feb/2009 22:17:32
maria rita meucci 09/feb/2009 16:45:33
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