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JobFiction/ I mestieri della "Terra madre" nel film di Ermanno Olmi alla Berlinale

Terra madre a Berlino 3  Fresco da Berlino, il film di Ermanno Olmi che parla dei mestieri della terra...del progetto Terra Madre di Carlin Petrini con Slow Food JobTalk ha riferito in ottobre

Film: Terra madre, di Ermanno Olmi (Italia)
In programma alla 59^ edizione della Berlinale (5-15/02/2009)
Valutazione:quattro badge [straordinari (o)]

4 badge 

di Marco Lombardi. -  I maestri sono maestri perché ci fanno vedere oltre la “siepe”, per dirla con Leopardi, trasformando il rischio della retorica in poesia capace d’orientare il nostro cammino individuale e sociale. Così, se il fondatore di Slow food, Carlin Petrini, avesse commissionato ad un regista qualunque il racconto della sua “Terra madre”, l’iniziativa che ogni due anni raccoglie tutti i contadini e i pastori e i nomadi del mondo coll’intento di fare gruppo (“Rete”, dice lui) fra la Mauritania e il Nepal, Terra madre 3 l’Islanda ed il Cile, gli Stati Uniti e Mauritius, così che tutti si possano scambiare informazioni tese a far sì che il mondo si a-riconverta in direzione della comune madre terra, cioè della vita, probabilmente ne sarebbe venuto fuori qualcosa di televisivo, se non di sbandierato, ideologizzato.
Questo film di Ermanno Olmi, invece, riesce ad elevarsi rispetto a tutto, nonostante parta appunto dalla richiesta di Slow food e dalla penultima edizione di “Terra madre”, svoltasi ad ottobre 2006 all’interno del Salone del gusto di Torino. Fu infatti poco prima d’allora che Petrini contattò il regista de “L’albero degli zoccoli”, chiedendogli di documentare alla sua maniera quella splendida esperienza collettiva di agricoltori ed allevatori provenienti da tutto il pianeta.
Il film comincia come una specie di reportage televisivo senza peraltro esserlo, facendo infatti prevalere lo sguardo “oltre qualcosa” rispetto allo sguardo “su qualcosa”, cioè il cuore sulla testa, e questo nonostante nella sua prima parte documenti fedelmente i lavori di “Terra madre”. Poi, in maniera leggera, la pellicola passa a dei racconti individuali capaci di spiegare il perché di tanta umana passione rispetto al bisogno di “giustizia” del pianeta, colui che più di tutto – anche più di noi stessi – abbiamo deturpato nel secolo scorso.
Fra tutti spicca la storia di un uomo che non molto tempo fa, in Veneto, s’isolò dal mondo per combatterne la spietata ferocia appiattente, dimostrandosi autosufficiente coi suoi orti, i suoi animali, il suo legno e i suoi tessuti.


 Il bello di questo passaggio narrativo è dato dalla capacità di Ermanno Olmi di non fare delle facili (e discutibili) apologie un po’ retrò circa il bisogno di tornare indietro, visto che oggi come oggi forse neanche sarebbe più possibile. Il racconto, al contrario, è fatto in maniera serena, evidenziando – insieme agli aspetti valoriali insiti in questa scelta estrema – i possibili risvolti problematici di una persona che decide di rifiutare l’”altro” tout court.
Il meglio di sé il film lo dà però nella terza parte, quella in cui Olmi ritrae semplicemente il lavoro di un contadino nell’arco delle 4 stagioni: il momento della protezione rispetto alle intemperie dell’inverno, quello dell’aratura, quello della semina, quello della raccolta. Questa parte del film si svolge in un silenzio del tutto religioso che finisce per amplificare i rumori della natura e della terra, così come pure quelli del lavoro in sé e per sé, fatto di strumenti rudimentali e di mani che si muovono fra le zolle e sugli alberi. “Terra madre” qui tocca il suo punto più alto, nel farci capire senza spiegare. Senza urlare, solo suggerendoci quello che siamo: parte della terra, parte delle stagioni, e del cielo, e del sole, e della neve. In modo che anche il lavoro, tornando più naturale, renda noi più naturali e più veri.
 

Terra madre 3

Commenti

Ciao Francesca, scusami per il ritardo nella risposta, ma ero fuori per lavoro e web-scollegato. D'accordissimo, con quello che dici! e complimenti per aver centrato il film attraverso l'articolo e i commenti, proprio come se tu l'avessi visto! grazie

Se il tornare indietro significa recuperare dei valori, sono d'accordo con te Marco, che è il primo passo per superare l'omologazione e lo scempio attuale. D'altra parte questo vale per qualsiasi lavoro quindi tantopiù per quello della terra, che è il più antico del mondo. In questo senso, forse, il film di Olmi è interessante per poter attingere ad un bacino di valori da reinterpretare ed adattare all'oggi. Soprattutto per chi non conosce o non ha vissuto direttamente la civiltà contadina di altri tempi. Quindi prendiamolo come stimolo e come provocazione, non smettendo però di cercare la famosa terza via.

...Perchè siamo pseudo-divinità da discount, ospiti di una madre terra e di una vita che manovriamo come ne fossimo i creatori...posso capire anch'io che cosa vuol dire, per favore? E possiamo volare un po' più basso, essere un po'meno nietzschiani e parlare di vita e lavoro un minimo più in concreto su questo blog? Non si tratta di banalizzare, ma di evitare il vuoto retorico e l'autocompiacimento
Grazie

Cara Francesca, e chi lo sa se c'è una terza strada capace di mediare il progresso con il bisogno di tornare a rispettare il pianeta. Una cosa è certa: se non la si trova, questa terza strada, oppure se la si trova ma non si ha il coraggio di percorrerla, bisogna tornare indietro. Un "indietro" che peraltro va inteso solo secondo un'ottica temporale, perchè in questo caso significherebbe maturare, facendo tesoro degli errori commessi, e dunque, da un punto di vista di civiltà umana, andare avanti. Perchè siamo pseudo-divinità da discount, ospiti di una madre terra e di una vita che manovriamo come ne fossimo i creatori.

Caro Marco, da quel poco che so di Terra Madre, la trovo un'iniziativa fantastica. L'idea che arrivino in un unico luogo contadini, pastori, agricoltori di tutto il mondo, gente che si è occupata sempre della propria terra, tanto magari, da non essere mai uscita dai suoi stessi confini, mi sembra emzionante è bellissimo. Paradossalmente quasi magico, anche se invece parte dalla cosa più reale che ci sia, la terra, appunto. Credo che Olmi abbia fatto un lavoro bellissimo poetico e suggestivo. Il suo compito, d'altra parte, era quello di provocare questo mondo che ha reso tutto fittizio e tecnologico e in questo senso il suo film è pienamente riuscito. Forse manca una soluzione pratica a questa situazione. Nel senso che, se è sacrosanto che il nostro pianeta è stato seviziato e che questo debba finire, e anche vero che, come dici tu, non si possa tornare indietro. Bisogna trovare una strada per il futore che prenda spunto dalle radici, ma non rinneghi del tutto l'evoluzione. E penso che questa sia la vera afida non solo per gli agricoltori ma per tutti noi. Per questo penso che Terra Madre sia un progetto ambizioso ma fondamentale. Perchè la strada del confronto è sicuramente quella più adatta per elaborare una strategia comune, che ci salvi dallo scempio ma ci renda anche più liberi e produttivi rispetto al passato.

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