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JobFiction/ "Giulia non esce la sera" di Giuseppe Piccioni

Il lavoro che ci piace è il lavoro che scegliamo di fare? O è un lavoro frutto del caso, di cui ci innamoriamo facendolo? Nuove variazioni sul tema del dibattito in corso post dopo post su Jobtalk Giulia non esce la sera 3, qui il pretesto è il film italiano nuovo di Golino-Mastandrea. Le foto si ingrandiscono cliccandoci su, avvertenza per i fan  

Film:  Giulia non esce la sera, di Giuseppe Piccioni
Nelle sale italiane dal 27 febbraio

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di Marco Lombardi.- “Ti piace il tuo lavoro?”, domanda Tizio. “Sì, direi di sì”, risponde Caio. “E come mai hai scelto di fare proprio quello?”, ri-domanda Tizio. “E chi se lo ricorda, ero giovane … mi sa che è successo un po’ per caso, lì c’erano spazi che forse altrove non si trovavano”, ri-risponde Caio. A me è capitato non poche volte di sentire persone parlare del proprio mestiere in questo modo, cioè come se fosse di un altro, e come se l’attività che occupa la maggior parte del loro tempo e delle loro energie fosse frutto del caso, e non di una scelta consapevole all’insegna del voler fare qualcosa in cui ci si sente utili-vivi-soddisfatti-magari anche felici. Giulia non esce la sera 4
Al netto dell’attuale periodo di crisi, che non sempre consente di esercitare la professione che si vorrebbe fare, un tale atteggiamento ai limiti del nichilismo autodistruttivo è piuttosto frequente, e sembrerebbe rispondere alla logica secondo cui il lavoro, cioè la fatica, è in ogni caso qualcosa che va contro noi stessi, dunque non è meritevole di analisi e scelte troppo approfondite. Succede d’incontrare persone di tal fatta anche rispetto a mestieri che per definizione non sono “frutto del caso”, ad esempio perché si collocano all’interno di settori creativi, se non addirittura artistici, molto di nicchia e dunque difficili da raggiungere. È esattamente questo che capita di vedere nel bel film di Giuseppe Piccioni, “Giulia non esce la sera”, visto che il suo protagonista, Guido/alias Valerio Mastandrea, nonostante faccia lo scrittore, e sia pure sul punto di fare il botto, vincendo un importante premio letterario, vive la sua professione con noia/distacco/apatia, come se gliel’avesse imposta un altro, oppure gli fosse caduta dal cielo.

Tant’è che quando incontra in piscina Giulia, la bravissima Valeria Golino, e lei gli pone la domanda di inizio articolo, lui addirittura – non sapendo come motivare la sua scelta professionale – s’inventa una scusa, dicendo d’aver iniziato a scrivere nel tentativo di dar corpo ai sentimenti inespressi provati nei confronti di una ragazza. La cosa paradossale è che invece Giulia, nonostante si trovi costretta a fare l’insegnante di nuoto pur di fruire del regime di semilibertà, avendo lei commesso anni prima un crimine orrendo, svolge quell’attività con molta più gioia e libertà, come se corrispondesse davvero alla proiezione dei moti più intimi della sua anima.
“Chi non lavora non fa l’amore”, dice una vecchia canzone, e forse sta proprio qui la spiegazione di quanto sopra: il lavoro è spesso stato visto, ed ancora talvolta lo è, non come una fantastica occasione di realizzazione individuale e sociale, bensì come un dazio di fatica (e sofferenza) da pagare per poter poi fare le cose davvero belle della vita. Per questo ancora molti ritengono che sia inutile scegliere un tipo di fatica rispetto ad un’altra, perché tanto sempre fatica è. Meglio che siano gli altri, a scegliercela, così da non sentirci responsabili del nostro destino. Che sia questo il motivo per cui, sempre al netto del tremendo precariato imperante, tanti giovani di talento si lasciano cadere sul primo impiego che capita, senza neanche provare a realizzare il sogno di ciò che vorrebbero fare per davvero?

        

Commenti

Ciao Mery, proprio perchè oggi trovare un lavoro, qualunque esso sia, è un po' come scalare il monte Everest, a me sembra invece delirante non provare ad ottenere il lavoro che davvero più ci corrisponde (almeno provarci! al netto del bisogno di mangiare e pagare l'affitto, che alla fine ti può indurre ad accettare - consapevolmente - il primo lavoro che ti capita). Tanto è tutto difficile!! a momenti pure entrare in un call center. Poi non si tratta di realizzare i propri sogni, come se fare quello che si ama sia una specie di optional, rispetto al sostentamento! a me pare che questa sia una basilare regola di vita (per una buona vita). Se nutriamo la nostra pancia, ma non la nostra anima, non si raggiunge l'obiettivo della sopravvivenza, quello che tu indichi ... Perlomeno non bisogna mollare mai, anche se nel breve accettiamo di fare - provvisoriamente - dell'altro. Mi farebbe comunque piacere che tu ci raccontassi la tua, di esperienza.

Caro Arnald, sono davvero felice d'essere entrato in contatto con te, riuscendoti a trasmettere quello che il film ha trasmesso a me. Quanto alla tua storia, è davvero notevole il passaggo professionale che hai fatto! una scelta forte e consapevole, pure bella, altro che "caso". Io credo che la gente come te, che ha avuto il coraggio di guardarsi dentro, orientando la propria vita lavorativa, abbia il dovere sociale di aiutare amici-colleghi-conoscenti (tanti, sono d'accordo) che vivono apaticamente lavori magari in astratto interessanti, che però non corrispondono loro (in fondo anche il tuo iniziale non mi sembrava per nulla male, ma è bello solo ciò che piace ...). Fammi sapere che ne pensi, a film visto! (Mastandrea in conferenza stampa ha appunto affrontato il tema del lavoro ... ma te ne parlerò dopo, non vorrei condizionarti la visione)

E talmente difficile oggi per i giovani trovare un lavoro che tutto questo discorso della ricerca del lavoro ideale che ti aiuta a realizzare i tuoi sogni mi sembra perfettamente inutile e demenziale.La realtà di oggi è ben diversa,spesso si tratta di soppravvivenza,e non c'è possibilità di scelta neanche per chi ha fatto un percorso di studi che lo induceva a sognare un lavoro a cui applicare le teorie apprese...e un lavoro a cui appassionarsi e dare il meglio di te.Adesso tutto è appiattito dalla grande proccupazione della precarietà che ti impedisce di sognare e costruire dei progetti ambiziosi.Si potra tornare a sperare e a credere nel futuro?mery

M'hai fatto venire voglia di andarlo a vedere questo film.
Devo dire che faccio un lavoro che mi piace e che volevo. Era, credo col senno di poi, il secondo lavoro nella mia lista ideale. Il primo era il ricercatore storico, invece faccio il copywriter. Però per arrivarci ho comunque percorso una strada che difficilmente ti fa pensare di esserci finito per caso. Quindi credo di essere fortunato in questo senso, visto che vedo molti miei amici lavorare quasi per inerzia e senza alcuna passione. - Arnald

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