24 gennaio 2009 - 7:00
Lavori in corso/ Il nuovo sistema di contrattazione, il no della Cgil, chi vince e chi perde?
Solo per oggi le "Frontiere del lavoro" di Massimo Mascini, che ogni sabato scrive per Job24.it uno spaccato sempre chiarissimo e mosso di vita sindacale, trasloca su JobTalk con questo commento sulla svolta di ieri. Sotto l'accordo manca la firma della Cgil, il primo sindacato italiano, come ricorda Massimo. Che prospettive ci sono? Ci può essere spazio per un ripensamento, come invitava a fare ieri il direttore FdB nel suo "Asterisco" radiofonico quotidiano su Radio24?
di Massimo Mascini.- Sono undici anni che si tentava di mettere a punto un nuovo sistema di contrattazione. Era stata la Commissione Giugni all’inizio del 1998 a chiedere un intervento sul sistema definito nel 1993. un’atesa lunga, della quale non bisogna stupirsi. Per mettere a punto l’intesa del 1993 erano stati necessari dodici anni, dato che i primi contatti erano partiti nel 1981, subito dopo la sconfitta alla Fiat del 1980. L’accordo del 1993 però era firmato da tutti, quello di questi giorni non ha la sigla della Cgil, il primo sindacato italiano.
Questa carenza getta una luce tutta diversa sull’accordo e sulle possibili conseguenze che ne deriveranno. Non ci sono dubbi che l’accordo servisse e che esso vada nella direzione giusta. Le difficoltà, non solo dei metalmeccanici, a rinnovare i contratti ne sono testimonianza importante. Soffrivano molte categorie, ultimamente la lista si era anche allargata, a categorie che per lo più non avevano incontrato difficoltà in passato.
Era necessario dunque intervenire ed è stata giusta la scelta di puntare sulla contrattazione di secondo livello, perché è in azienda che si generano le occasioni di profitto e quindi di divisione del reddito. In tempi di magra il sindacato deve scegliersi i posti dove sia possibile chiedere degli aumenti salariali e quindi ben venga la contrattazione aziendale.
Ma soprattutto è cambiato il sistema retributivo. Quello legato all’inflazione programmata era stato utile nei tempi di alta inflazione, la politica d’anticipo permetteva di regolare l’inflazione attesa, quindi la dinamica del costo della vita. Ma quel sistema dipendeva dalla politica, era il governo che definiva l’inflazione programmata e quindi andava bene finché c’era intesa tra esecutivo e sindacati, come si è potuto verificare quando a Palazzo Chigi c’è stato un governo di centrodestra, che fissava livelli inflattivi sempre inferiori a quanto poi effettivamente accadeva.
Molto meglio il sistema messo a punto adesso, che è più obiettivo. Inoltre, e non è cosa da poco, il recupero dell’eventuale scarto è previsto accada entro il triennio di validità dei contratti, almeno per i dipendenti privati, quindi il recupero del potere di acquisto dei salari è certo e veloce.
Manca però la firma della Cgil. E’ evidente che le regole di base dovrebbero essere accettate da tutti, altrimenti non si saprebbe più come comportarsi. La Cgil adesso ha due possibilità, oltre a quella di aderire all’accordo, ipotesi però al momento priva di qualsiasi concretezza: può accettare queste regole e adeguarsi a contratti triennali o invece continuare a comportarsi come se quell’accordo non ci fosse e andare per la propria strada. In questo secondo caso le relazioni industriali andrebbero in tilt o comunque i problemi si moltiplicherebbero e questo non aiuterebbe nessuno. Ma anche la prima strada sembra in salita, perché la Cgil non sembra intenzionata ad aderire, anche solo nei fatti, a ipotesi nate senza il suo avallo. Le relazioni industriali sono quindi destinate a un peggioramento progressivo.
Ma potrebbero esserci problemi anche per la Cgil.
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Categorie: Lavori in corso
