Successivo » « Precedente

JobFiction/ "Il giardino dei limoni": la pace c'entra con il lavoro? E le donne? C'entrano, eccome se c'entrano

 Il giardino di limoni 3 Come spesso accade, non sono d'accordo praticamente con niente di quello che scrive Marco Lombardi nel suo JobFiction. Tranne che sul fatto che questo è proprio un bel film e che la pace  la facciamo tutti da vicino e da lontano. Sulle donne non mi pronuncio perchè come è ormai noto non ho nè la competenza per farlo, nè il diritto. Dico solo che mi sono riconosciuta in qualcosa di tutte e due le signore, la moglie del ministro israeliano privilegiata e inquieta e la vedova palestinese Leyla Zidane (buffa la scelta del cognome), che ama e coltiva e difende il giardino dei limoni perchè le dà da mangiare, ma soprattutto dà un senso alla sua vita. Divise da un muro, dalla condizione sociale e dal conflitto, la donna nervosa e vestita trendy e la donna morbida con il fazzoletto in testa che non si parlano mai, ma non sono così lontane tra loro, ed evidentemente non così lontane da me, anzi da noi, che stiamo a quattromila (o di meno, di  o più?) chilometri. Quanto dista la Cisgiordania dalle nostre case e dai nostri pacifici (?) uffici? 
Film: Il giardino di limoni, di Eran Riklis (Israele, Germania, Francia)
Nelle sale di tutta Italia
Valutazione: cinque badge [colpo di badge]

5 badge La scala di valutazione di Jobtalk è in badge: 1 badge: "assenteista" - 2 badge: "part-time"- 3 badge "full-time" - 4 badge: "straordinari(o)" - 5 badge: "colpo di badge"
di Marco Lombardi.-   Può un film aiutare la storia e tutti quanti noi che, da vicino o da lontano, la Il giardino di limoni 5 facciamo? Dipende dal film, e dipende dalla nostra capacità di leggerlo.
“Il giardino di limoni”, diretto da un regista nato a Gerusalemme, cioè in mezzo alle radici della guerra fra Israele e la Palestina, è una pellicola drammaturgicamente ben scritta e ben realizzata, visto che riesce a raccontare l’amara realtà di un conflitto senza fine inventando e alludendo, per poi allacciarsi alla realtà, quella della Cisgiordania. Lo fa senza risparmiarsi gli ammiccamenti alla retorica furba, perché mescola alla guerra fra i due popoli quella fra i sessi, fotografata com’è in maniera populisticamente manichea: gli uomini alla fine sono tutti cinici e cattivi, persino il giovane avvocato palestinese che aiuta la protagonista a combattere il governo israeliano che intende distruggere – per motivi di sicurezza – il suo giardino di limoni (che come colpa ha quella di confinare colla casa del Ministro alla Difesa israeliano), mentre le donne sono tutte buone e portatrici di una speranza di salvezza, persino la moglie del politico, visto che intimamente sta dalla parte della protagonista palestinese. Unica eccezione, l’assistente del suddetto Ministro, probabilmente incattivita dalla divisa militare (israeliana) che porta addosso.
Detto tutto questo, “Il giardino di limoni” è comunque un film importante perché, al netto di queste puntualizzazioni, fa emergere due cose: da un lato il bisogno, anzi, l’urgenza della pace vera, quella che si esplica nei fatti senza manifestarsi su certe bandiere e senza bruciarne altre, dall’altro che tutto questo richiede un grandissimo lavoro. Non solo diplomatico, non solo “imprenditoriale”, ma anche interiore, cioè sulle fonti di violenza che esistono in tutti quanti noi e che, anche se in misura infinitesimale, portano dell’acqua al mulino della pace o della guerra universalmente intesa. Da questo punto di vista (ed è già tantissimo) “Il giardino di limoni” ti cresce dentro, giorno dopo giorno. Anzi, col passare delle ore fa evaporare le suddette furberie demagogiche per manifestarsi solo e soltanto attraverso il vuoto che lascia a fine proiezione: un vuoto dato dall’assenza di quell’armonia che renderebbe l’esistenza migliore. Per questo dobbiamo lavorarci, sulla pace. Ognuno nel suo piccolo o nel suo grande. Con sofferenza. Con fatica. Con determinazione. Anche con professionalità.

Commenti

Ciao Rosanna, a me le ideologie non fanno paura, mi fanno sorridere ... mi fa invece un po' arrabbiare il cinema che se ne serve in modo strumentale, col fine d'"ingannare" il pubblico che, nel buio di una sala, è per definizione emotivamente esposto e razionalmente debole rispetto a ciò che gli viene propinato. Soprattutto se il cinema non è il suo mesté, come più o meno (molto più o meno) disse qualcuno in una canzone. Poi guarda che quello che dico non è per niente cool ... sono in piena minoranza (e dire che manco mi ci trovo bene, a differenza del buon Nanni Moretti!). Ma che ci devo fare? questo è il mio pensiero. Il contradditorio tanto non fa male e non spaventa nessuno, no?

ma perchè bisogna ricondurre sempre e tutto sotto l'ombrello di una ideologia, o di un'altra? Perchè le ideologie fanno un a paura fottuta forse? O perchè bisogna essere per forza cinici, sarcastici, "fuoti dal coro" salvo poi riecheggiare il coro più numeroso, sennò qualcuno poi pensa che non sei abbastanza "cool"? questo argomento marco non è la prima volta che mi capita di porlo in questi giorni, a voce e nei blog...non mi piace, posso dirlo anche qui? consiglio a tutti di rileggersi il post di Luigi, quello su Polly Frorst e sullo scrivere per scrivere e per apparire

Ciao Andrea, grazie per il tuo commento di "disaccordo pacato", come si conviene ad un pezzo che parla di pace. Peraltro manco io sono però d'accordo con quello che dici ... i personaggi (di un film, come pure di un libro) sono riconoscibili quando, pur portatori di contenuti simbolici e modelli, vivono di vita propria, cioè sono umani, e non agiscono come dei burattini nelle mani di un regista che qua e là li rende forzati, a tratti bionici, pur di portare acqua al mulino della propria ideologia. Naturalmente sto parlando in generale, il film in questione non cade completamente in questo errore, ma qua e là sì ... soprattutto con riferimento ai personaggi femminili. Magari fosse così comune l'apertura mentale della moglie di un personaggio pubblico quale il ministro ... come pure la disponibilità ad accettare senza diffidenze e paure l'apertura della donna israeliana da parte di quella palestinese ... la storia non si troverebbe al punto in cui si trova. Non dico che il cinema non possa forzare la mano e farsi portatore di un messaggio simbolico che va oltre le oggettive e contingenti possibilità storiche degli uomini ... ma allora deve abbandonare il registro sentimental-realistico per abbracciare quello ideologico, appunto. Sono tanti i registi (grandi) che usano questo genere di taglio ... "Il giardino di limoni" purtroppo no, cercando di venderci per plausibile qualcosa che (purtroppo) poco plausibile è. Più di questo (che comunque è un bel film), incappa in siffatto errore "L'ospite inatteso", attualmente nelle sale, dove il protagonista, dal "no-man" che era, si apre improvvisamente alla vita senza motivo, cioè senza verosimiglianza umana, accogliendo a casa sua degli extracomunitari clandestini che la stanno occupando abusivamente. Questa sì che è una vera e propria furberia ideologica, che fa male e soltanto male al vero bisogno di accogliere l'altro e il diverso da noi, clandestini compresi.

Non mi pare che il "Giardino dei limoni" sia un film "furbo"; ovviamente - per esigenze di linguaggio - deve semplificare e rendere i personaggi riconoscibili in poche battute. Accade per tutti i film e, a dire il vero, a me pare che qui le sfumature di ruoli siano molto segnate dal regista: basti pensare - oltre ai ruoli delle due donne - a come gli atteggiamenti della guardia israeliana che controlla il giardino si contrappongano (ma solo in parte) a quelli delle guardia del corpo. E ci sono altri esempi del genere. Il film insomma mi sembra giocato sul fatto che se la realtà vissuta concretamente mescola le relazioni e gli affetti, rendendo spesso facile capire le ragioni degli altri, la realtà "ideologica" molto più spesso frena o annulla ogni tentativo di comprensione. Purtroppo, però, par di capire che sia solo a partire da questo atteggiamento di comprensione che può essere costruita la pace.
In questo senso, il film mi è parso fondamentalmente pessimista.

Evviva, Rosanna, che non sei d'accordo!!! pensa che noia se tutti dicessimo le stesse cose. Poi a questo servono i critici, a fornire dei diversi punti di vista e a mettere "zizzania" nel pubblico, per favorire il confronto e il contradditorio. Chi altri ha visto il film e non è d'accordo con me?

Scrivi un commento

I commenti per questa nota sono chiusi.

Wikio - Top dei blog - EconomiaJOBtalk
nei top blogs di Wikio

I nostri blog