31 gennaio 2009 - 11:59
JobFiction/ "Il giardino dei limoni": la pace c'entra con il lavoro? E le donne? C'entrano, eccome se c'entrano
Come spesso accade, non sono d'accordo praticamente con niente di quello che scrive Marco Lombardi nel suo JobFiction. Tranne che sul fatto che questo è proprio un bel film e che la pace la facciamo tutti da vicino e da lontano. Sulle donne non mi pronuncio perchè come è ormai noto non ho nè la competenza per farlo, nè il diritto. Dico solo che mi sono riconosciuta in qualcosa di tutte e due le signore, la moglie del ministro israeliano privilegiata e inquieta e la vedova palestinese Leyla Zidane (buffa la scelta del cognome), che ama e coltiva e difende il giardino dei limoni perchè le dà da mangiare, ma soprattutto dà un senso alla sua vita. Divise da un muro, dalla condizione sociale e dal conflitto, la donna nervosa e vestita trendy e la donna morbida con il fazzoletto in testa che non si parlano mai, ma non sono così lontane tra loro, ed evidentemente non così lontane da me, anzi da noi, che stiamo a quattromila (o di meno, di o più?) chilometri. Quanto dista la Cisgiordania dalle nostre case e dai nostri pacifici (?) uffici?
Film: Il giardino di limoni, di Eran Riklis (Israele, Germania, Francia)
Nelle sale di tutta Italia
Valutazione: cinque badge [colpo di badge]
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di Marco Lombardi.- Può un film aiutare la storia e tutti quanti noi che, da vicino o da lontano, la facciamo? Dipende dal film, e dipende dalla nostra capacità di leggerlo.
“Il giardino di limoni”, diretto da un regista nato a Gerusalemme, cioè in mezzo alle radici della guerra fra Israele e la Palestina, è una pellicola drammaturgicamente ben scritta e ben realizzata, visto che riesce a raccontare l’amara realtà di un conflitto senza fine inventando e alludendo, per poi allacciarsi alla realtà, quella della Cisgiordania. Lo fa senza risparmiarsi gli ammiccamenti alla retorica furba, perché mescola alla guerra fra i due popoli quella fra i sessi, fotografata com’è in maniera populisticamente manichea: gli uomini alla fine sono tutti cinici e cattivi, persino il giovane avvocato palestinese che aiuta la protagonista a combattere il governo israeliano che intende distruggere – per motivi di sicurezza – il suo giardino di limoni (che come colpa ha quella di confinare colla casa del Ministro alla Difesa israeliano), mentre le donne sono tutte buone e portatrici di una speranza di salvezza, persino la moglie del politico, visto che intimamente sta dalla parte della protagonista palestinese. Unica eccezione, l’assistente del suddetto Ministro, probabilmente incattivita dalla divisa militare (israeliana) che porta addosso.
Detto tutto questo, “Il giardino di limoni” è comunque un film importante perché, al netto di queste puntualizzazioni, fa emergere due cose: da un lato il bisogno, anzi, l’urgenza della pace vera, quella che si esplica nei fatti senza manifestarsi su certe bandiere e senza bruciarne altre, dall’altro che tutto questo richiede un grandissimo lavoro. Non solo diplomatico, non solo “imprenditoriale”, ma anche interiore, cioè sulle fonti di violenza che esistono in tutti quanti noi e che, anche se in misura infinitesimale, portano dell’acqua al mulino della pace o della guerra universalmente intesa. Da questo punto di vista (ed è già tantissimo) “Il giardino di limoni” ti cresce dentro, giorno dopo giorno. Anzi, col passare delle ore fa evaporare le suddette furberie demagogiche per manifestarsi solo e soltanto attraverso il vuoto che lascia a fine proiezione: un vuoto dato dall’assenza di quell’armonia che renderebbe l’esistenza migliore. Per questo dobbiamo lavorarci, sulla pace. Ognuno nel suo piccolo o nel suo grande. Con sofferenza. Con fatica. Con determinazione. Anche con professionalità.
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Categorie: Job Fiction&Film
