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Diari/“Noio volevan savuar l'indiriss”: Io, Bruxelles e le lingue straniere - il diario di Barbara da Bruxelles

Totòpeppino Seconda puntata del diario di Barbara da Bruxelles, dove ha un lavoro temporaneo, partito dopo uno stage, alla Commissione Europea. Parlare una lingua straniera bene è molto gratificante, oltre che utile, per impararle ci sono molti modi, anche low cost, leggete come ha fatto lei. Io sono una sostenitrice del metodo Benigni "parlare sempre e comunque,disinvolti, se si sbaglia pazienza",  e lo uso con il francese che è la mia bestia nera e con il russo, che ho studiato anni all'università e sta ranicchiato in un angolino del mio hard disk cerebrale, coperto di muschio, come nella tundra. E' una lingua bellissima, in metro mi diverto ad ascoltare se qualcuno lo parla, e a vedere le facce stranite quando si accorgono che c'è, a un passo, qualcuno che ascolta e (forse) capisce...LEGGETE LA PRIMA PUNTATA
di  Barbara Baldrighi.- A tre settimane dalla bella notizia (la mia domanda di stage a Bruxelles era stata accettata) mi ritrovai in una delle piazze più belle d'Europa, la Grand Place. Scattata qualche foto ricordo per il comodino di mamma, passata l'ebbrezza del momento, continuai a trasportare i miei 32 chili di valigia, 10 di zaino e 5 di computer portatile antidiluviano. Azione. Casa da trovare, nuovo mondo da scoprire,  nuove lingue da conquistare. Le lingue: il nemico numero uno di chi sogna di lavorare all'estero. Il “Noio volevan savuar l'indiriss” faceva parte del mio povero repertorio linguistico, assieme a “The pen is on the table”, “Lulù? Uì sè muà”, “No Martini No Party”. Al liceo avevo più ore di latino e greco che di inglese. All'università  nessun esame obbligatorio di lingua straniera era contemplato. Era a discrezione dello studente "complicarsi la vita" con tesine che attingessero a fonti in lingua straniera. Io ero tra quelli che si complicava la vita, ma non bastava. E così, immediatamente dopo la laurea, decisa a confrontarmi con un contesto internazionale, mi sono rimessa a studiare inglese. E a cercare un lavoro che mi permettesse di continuare a studiare. Il call center era perfetto: decidevo quando lavorare, se lavorare. Studiavo durante le pause, sul treno che mi portava al call center e su quello del ritorno. Studiavo mentre prendevo il sole, mentre mi asciugavo i capelli al sole. Guardavo “Un Posto al Sole” con i sottotitoli in inglese. Facevo cyclette guardando la BBC. All'inizio non ci capivo nulla. Ma col passare dei mesi iniziavo a capire il 20%, poi il 50, poi l'80%. Mi sentivo come un bambino alle prime armi con la lingua madre. Quando mi ritrovai catapultata all'estero (nessun riferimento alla qualità  di viaggio del volo low-cost), sapevo leggere e scrivere in inglese decorosamente, ma non sapevo parlare. Il passante a cui chiesi come raggiungere la Gran Place deve essersi sentito dire qualcosa di simile alla famosa frase di Totò.

Parlare inglese da principiante è come parlare da bambino. Parlare da intermedio è come parlare da adolescente. Vivo una seconda adolescenza ognivolta che parlo con un'amica straniera, con un collega, con un superiore. Devo tradurre i miei pensieri in italiano, adulti (o aspiranti tali) in un inglese che non riesce ancora a esprimere sfumature di significato, concetti complessi. La pochezza grammaticale e di vocabolario esige sintesi. Semplificazione. L'inglese mi fa sentire più giovane, ringiovanisce. L'inglese soddisfa la mia voglia di non smettere di studiare, di non smettere di provare curiosità . Ricordo ancora la prima volta che ho letto l'Economist. Che ho parlato con uno stagista cinese. Che ho scritto il mio primo racconto in inglese. Che ho visto “Beautiful” in lingua originale. Una sensazione di mente che si espande, di possibilità  che si moltiplicano, di orizzonti che si dilatano. La mia mente è ormai italo-inglese, duble fass. Ora di prendere lezioni di francese?

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