E siamo agli ultimi due giorni di lavoro prima delle Feste, che sono anche gli ultimi utili per i riti
natalizi aziendali. Io dico: per fortuna!. E cerco di evitarli, salvo rarissime eccezioni.Come per esempio due anni fa, quando qui al Sole 24 ore noi giornalisti (anzi l'idea è stata delle giornaliste) sponsorizzati dal direttore FdB, abbiamo aperto una discoteca "one night" nella sala adibita ai convegni, chiamato i comici di Zelig e ballato fino alle quattro invitando amici e fidanzati, collaboratori, esperti, addetti stampa ecc ma solo quelli simpatici. Evento unico, mai più ripetuto, e per questo rimasto memorabile. Il copione standard, invece, prevede un po' per tutti quante le aziende tristi bicchierate con lo spumante caldo e i panettoni sulla scrivania, feste con i bambini animate dai babbi natali precari a contratto "job on call"... e, infine, il peggio del calendario: le cene natalizie aziendali. Rovinose, non solo dal punto di vista delle calorie, ma soprattutto per le relazioni del dopo-Befana, quando l'Epifania tutte le feste le porta via. Ci hanno persino scritto un libro, ce ne parla Fabrizio, che in fondo al post chiede: voi che fate, come sopravvivete al folclore natalizio aziendale obbligatorio?
di Fabrizio Buratto. - “Se vi ubriacate davanti ai vostri colleghi, rischiate di essere protagonisti di scene (come minimo) imbarazzanti.” Banale, ma è un avvertimento da tenere in considerazione, specialmente se non si è abituati ad alzare il gomito. “In vino veritas”, e la “veritas” quasi mai si può urlare ai quattro venti. “Se vi ubriacate 1) non parlate col capo 2) se finite intrappolato in una conversazione con il vostro capo, trasformatevi in uno yesman 3) come ultima spiaggia rovesciate il vostro drink sulla tavola e versatevelo addosso, poi, scusandovi molto andate a pulirvi.” Questo il tono di “Come sopravvivere alla cena aziendale – e altre catastrofi da ufficio”, di Joshua Piven e David Borgenicht, con illustrazioni di Brenda Brown, edito da Resistenza Umana, 12,50 euto.
La cena aziendale non è la sola catastrofe da ufficio ad essere presa in considerazione: “come sopravvivere a una storia d’amore in ufficio”, “come sopravvivere in un ambiente di lavoro angusto”, “come estrarre una cravatta incastrata nella fotocopiatrice” alcuni degli altri temi trattati. Il libro è ovviamente inutile, come quasi tutti i testi sul “come”, ma è Natale, siamo tutti più buoni e la cena aziendale è un problema serio perché irrinunciabile; le aziende basano sull’adesione alla cena il grado di attaccamento al posto di lavoro e di gratificazione. Sbagliano: un dipendente avrebbe il sacrosanto diritto di volersene stare tranquillo in questi giorni dove gli impegni, le visite di cortesia, gli auguri fatti a chiunque – anche a chi fino qualche giorno fa non ti salutava – non fanno che accrescere lo stress natalizio trasformando la ricorrenza in un precipizio di obblighi. Buonatalebuonanno! è una sola parola, la cena aziendale rimarrà sullo stomaco a molti, ma pare una necessità come la pubertà, il morbillo e il festival di Sanremo. E poi fa bene al PIL (Prima Il Lavoro) in tempi di esuberi poco esuberanti per i quali questa potrebbe essere l’ultima cena (aziendale), e in tempi di indici Mib (Mai in bolla). Le parole e gli acronimi si sprecano come gli auguri, anche se per il 2009 sarebbe meglio farsi degli in bocca al lupo, stando pure attenti al lupo, come cantava Lucio Dalla qualche anno fa. Altri comportamenti sconsigliati dalla guida durante la cena aziendale sono: “non parlare di lavoro” (e come si può evitare?), “preparare il terreno per un’uscita anticipata e non andare via per primi.” Difficile che tutti i commensali possano seguire tali consigli. L’ufficio stampa di una grossa casa editrice mi ha confidato che, il giorno della fatidica cena aziendale, fingerà di sentirsi male e uscirà prima dal lavoro, per saltarla a piè pari ed evitare di dover fare regali a questo collega piuttosto che a quell’altro: perché a lui sì e a me no? E voi che strategia adotterete?