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Mille euro/ "Non pensarci”: è quello che sembrano fare i ragazzi delle scuole superiori a proposito di ciò che li attende sul lavoro

Non_pensarci_2 Si fa un gran parlare di futuro in questi giorni, e di generazioni senza futuro. I due insacchettati della vignetta di Arnald (lunedì) sulla disgrazia di Torino si domandavano che avvenire pericolante e forse pericoloso aspetta i giovani, figli di genitori a rischio di espulsione causa crisi, di mobbing, di malessere lavorativo "ammorbante". E loro cosa pensano? Leggete questo "diario" di Fabrizio, giuro che non ci siamo mesi d'accordo, ce l'avevo già in coda di pubblicazione...    
di Fabrizio Buratto.- Qualche settimana fa sono stato invitato dal Cinema del carbone di Mantova ad introdurre la visione di “Non pensarci” per i ragazzi delle scuole. Che responsabilità parlare ai ragazzi, e che dire; si ha il dovere morale di mandare messaggi positivi, del resto Alessandro della Casa – anche fra gli organizzatori del Festivaletteratura e coordinatore delle utilissime “magliette blu” –non mi ha certo chiamato affinché ammorbassi i ragazzi con discorsi apocalittici sul loro prossimo futuro di lavoratori. E allora eccomi spiegare ad una platea di sessanta giovani fra i 16 e i 18 anni, alunni di un istituto tecnico ed uno artistico, ciò che stavano per vedere: un film del “giovane regista” Gianni Zanasi (43 anni), interpretato dal giovane Valerio Mastandrea (36 anni). Ai loro occhi dovevo sembrare un matusa, come gli attori del film; li ho davanti ai miei occhi, quegli occhi: mi fissano, in silenzio, con l’iPod o il cellulare in una mano quale protesi del loro corpo. Fra le poltrone del cinema vedo spuntare enormi cartelline di fogli da disegno, e tubi. Dopo aver parlato qualche minuto, ho l’impressione che i padroni di quegli occhi non stiano capendo un tubo di quello che dico. La comunicazione non passa. Mi guardano come si guarda un marziano, in silenzio, ma solo perché ci sono i prof a sorvegliare.
Colpa mia? Loro? Parlo del mercato del lavoro, e spiego cos’è; parlo di ammortizzatori sociali, e spiego cosa si intende con un termine tanto sibillino, giacchè il protagonista del film, dopo aver vissuto qualche anno a Roma senza un lavoro fisso, torna dalla sua famiglia in seguito ad una delusione d’amore. Spiego loro, senza drammatizzare, cosa li attende: stage e poi stage poco o nulla retribuiti, collaborazioni co.co.pro. e contratti a tempo determinato nel 90 per cento dei casi, ad essere ottimisti. Li esorto comunque a seguire i loro sogni, dunque a fare non ciò che domanda il mercato (quale mercato?) ma ciò che sentono di dover fare, come la sorella del protagonista di “Non pensarci”, la quale ha lasciato l’università dopo aver trovato il lavoro desiderato in un delfinario. Finita la mia introduzione, ripasso il microfono ad Alessandro: niente applausi, niente commenti, niente. Sono quasi le 11, bisogna cominciare la proiezione, se no i ragazzi non fanno in tempo a tornare in classe per uscire al suono della campanella  con le loro cartelline e i loro tubi. Sono gli stessi ragazzi che, secondo un’indagine Ipsos,   non sanno distinguere le tipologie contrattuali offerte dal mercato del lavoro. Perché non se ne  parli in classe o in famiglia è un mistero, ma c’è un’altra spiegazione: che essi non vogliano ascoltare.

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