Su JobTalk ritorna Emma Lupano, la donna di Pechino, che è rientrata in Cina e ci starà un bel po' (magari ci racconta anche cosa fa, cose interessantissime come sempre, in un post...). Per il momento fa base a Hong Kong e io la invidio molto: ho un ricordo straordinario di quella città che è stata la mia prima finestra in Oriente, chissà come è stupefacente adesso...Da lì Emma ci riporta fatti e ritratti dal mondo del lavoro cinese dove, per esempio, uno sciopero dei taxi è un evento sorprendente, e una questione molto molto seria...
di Emma Lupano – Quando, la mattina del 3 novembre, migliaia di lavoratori abituati a recarsi in ufficio in taxi sono usciti dalle loro case a Chongqing (metropoli da 31 milioni di abitanti nel sud della Cina), si sono stropicciati gli occhi con insistenza. Forse stiamo ancora dormendo, avranno pensato. Forse stiamo sognando, anche se più che un sogno sembra un incubo. Le strade, che tra le 7.30 e le 9.30 sono sempre affollatissime di auto e soprattutto di taxi, quel giorno erano stranamente vuote. Nessuna auto gialla all’orizzonte, né piena né vuota. Niente di niente. Una scena ben bizzarra, per qualsiasi città della Cina. Una prospettiva inattesa e a dir poco disastrosa per chi, magari, aveva un aereo da prendere o un treno su cui saltare. A ogni ora del giorno e della notte, infatti, i taxi sono una presenza costante sulle strade della Repubblica popolare, una certezza su cui si pensa di poter sempre contare.
Per questo c’è voluto del tempo, quel lunedì, perché le persone in attesa sui marciapiedi della città, intente a scrutare l’orizzonte e a guardare l’orologio con ansia, si capacitassero di quanto stava succedendo: i tassisti di Chongqing erano in sciopero.
Non sono cose che capitano tutti i giorni. A differenza di quanto avviene in Italia, treni, metropolitane, bus e aerei cinesi viaggiano sempre. Salvo guasti, ritardi e catastrofi ambientali, ovviamente. Ma niente scioperi, perché non si sa mai come le autorità potrebbero reagire. Ci mancherebbe: in un Paese che si dice comunista, le agitazioni di categoria non sono un fenomeno accettabile. Rischierebbero di far pensare che la forza lavoro ha un padrone contro cui protestare. Quello che manca ai lavoratori cinesi, invece, non è il “capitale” sfruttatore, ma la possibilità di aggregare i propri interessi: la Federazione dei sindacati di tutta la Cina, l’unica organizzazione a cui si possono iscrivere i lavoratori di ogni settore, non è altro che un braccio del partito e, come tale, tutto intento a difendere la wending, la stabilità, e la hexie shihui, la “società armoniosa”, due parole chiave nei discorsi di ogni politico cinese.
Se i tassisti di Chongqing si sono lanciati in una protesta che è durata tre giorni, quindi, dovevano essere davvero esasperati.
Secondo le decine di giornali, sia nazionali che locali, che hanno seguito l’evento, le ragioni dello scontento si trascinano da molto tempo, ma nessuno, a livello locale o nazionale, si è preso la briga di occuparsene: tariffe troppo basse, ferme da anni nonostante l’inflazione galoppante, costi di lavoro troppo alti, code interminabili ai distributori di benzina e il flagello delle hei che, le “auto nere”, taxi abusivi che sottraggono clientela a quelli regolari. Ma il problema più grave, dicono alcuni editoriali pubblicati sulla stampa commerciale alla fine della protesta, è la rapacità delle compagnie di taxi, autentici cartelli spalleggiati dai potentati locali che soffocano i lavoratori pretendendo “porzioni” esagerate sui loro guadagni e spese di “affitto” della loro auto pari anche a 600 euro al mese: poco meno, se non l’equivalente, dei loro incassi totali.
Lo scontento della categoria non deve aver sorpreso le autorità di governo. Già nel 2001, l’allora premier Zhu Rongji in una intervista con il giornale China market aveva criticato l’industria dei taxi comparando il loro comportamento con quello della “Gang verde”, un gruppo criminale di stampo mafioso noto nella Shanghai precomunista. Al giornale, Zhu aveva raccontato anche di avere inviato sua moglie in “missione” in incognita per parlare con i tassisti e scoprire i motivi del loro scontento. Non dev’essere stata una missione impossibile, visto che i tassisti sono noti anche tra gli stranieri per essere gli unici cinesi pronti a parlare male del loro governo con gli sconosciuti.
Secondo la ricostruzione fatta dall’agenzia di stampa governativa Xinhua (che ha assicurato la copertura dell’avvenimento fin dall’inizio “dettando” così la sua versione dei fatti alla maggior parte dei media cinesi), all’alba del 3 novembre gruppi di tassisti si sono collocati ai principali incroci del centro e sulle strade di accesso alla città con l’intento di coinvolgere nella protesta tutti i colleghi. In assenza di una organizzazione con cui trasmettere ordinatamente l’appello a incrociare le braccia, i promotori della protesta si sono arrangiati come hanno potuto: con le buone e con le cattive. Chi non mostrava l’intenzione di rinunciare a una giornata di lavoro e di introiti, infatti, racconta la Xinhua, è stato aggredito: le auto danneggiate e i passeggeri costretti a scendere dai veicoli.
Dodici ore dopo l’inizio della protesta, meno di un taxi su dieci era tornato al lavoro. Per fermare lo sciopero, il giorno successivo il comitato di partito locale e il governo municipale di Chongqing hanno deciso di incontrare alcuni tassisti per cercare una mediazione. Secondo la Xinhua, il 6 novembre la maggior parte dei taxi era tornata sulle strade. A convincerli sarebbe stata la promessa delle autorità di obbligare le società “padrone” a ridurre la porzione richiesta ai tassisti, riportandola ai livelli del 2007.
Il lunedì successivo a Sanya, sull’isola meridionale di Hainan, duecento tassisti si sono uniti in protesta agitando le stesse rivendicazioni, mentre altri 160 hanno scioperato a Yongdeng, nella provincia del Gansu.
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Commenti
emma 26/nov/2008 16:45:18
Arnald 26/nov/2008 11:25:55
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