27 ottobre 2008 - 16:53
Diari/ Tra neoumanesimo e ragazze stufe della moda convertite ai fornelli, secondo post dal Salone del Gusto di Torino
Secondo diario dal Salone del Gusto di Torino. Certo che siamo tutti un po' stufi e stracotti di linguaggi criptico chic all'ombra della salamella, e anche di moda, stiliste figlie d'arte e modelle fulminate sulla via di Damasco, in questo caso sulla via dei fornelli. Lo dico io prima che lo scriviate voi...Però la storia della chef Helena è carina, per stavolta passa, e poi quando si parla del Brasile io abbasso la guardia, là in effetti tutto è possibile, se c'è di mezzo la cucina , basta leggere Dona Flor...
di Marco Lombardi. “Ci vuole un neo-umanesimo come elemento rinnovatore dell’economia e del lavoro”, ha dichiarato Carlin Petrini in conclusione del convegno “Crescere o migliorare?”, mentre prima diversi esperti avevano sottolineato quanto nel ‘700 il capitalismo avesse dato un colpo decisivo (divenuto poi mortale colla globalizzaione) al principio economico della reciprocità, che non è nient’altro se non la relazione economica intersoggettiva fra le persone (proprio come capita in una famiglia dove ognuno svolge un ruolo materialmente utile, ma all’interno di un rapporto visibile, in tal caso addirittura affettivo). Nata in Toscana, nel medioevo, col modello di civiltà cittadina, questa importantissima componente insita nelle economie tradizionali ha invece lasciato campo libero allo scambio tout court, basato sul trittico profitti-mercato-spersonalizzazione, proprio quello che ha fatto sì che nessuno di noi sappia che cosa ci facciano le banche col nostro denaro depositato.
Vagando per il Salone del Gusto ho scoperto due casi. Innanzitutto quello di Mariangela Netti di Putignano, in provincia di Bari, che ho incontrato ai Mercati della Terra dove, all’interno del suo stand, fa le mozzarelle. Dopo aver svolto per anni il mestiere della stilista, Anna ha deciso di abbracciare un lavoro che la mettesse più a contatto colla gente, cioè con noi che le mozzarelle le mangiamo, visto che è lei stessa che le vende. Per dirla tutta l’azienda in cui Anna lavora è quella di famiglia ma, al netto della facilitazione interna che ha avuto, bisogna riconoscerle il merito di una scelta consapevole, molto.
Ancora più di Anna, il caso che mi ha davvero stupito è quello di Helena Rizzo, una modella brasiliana che anni fa ha mollato tutto per dedicarsi alla cucina, fino a diventare chef, il suo ristorante si chiama Manì, e si trova a Rio De Janeiro. Dopo la laurea in architettura, e dopo aver iniziato a sfilare, ha sentito che qualcosa non funzionava il quel dover curare il suo corpo in nome di un’ostentazione pubblica ed anonima, come se fosse un prodotto da supermercato. C’è poi voluta la scintilla che è stata il fatto che, grazie al mestiere che faceva, la portavano sempre a mangiare nei migliori ristoranti. La passione è nata lì: le sue colleghe guardavano il cibo come se fosse il demonio, mentre lei lo vedeva come un veicolo di creatività e di relazione diretta colle persone, cosa che nell’ambito della moda proprio non succedeva. S’è così messa a studiare libri, a fare stage, a bussare alla porta di decine di ristoranti importanti, soprattutto in Spagna. Ora la sensualità del suo corpo transita nei suoi piatti e, vedendola così felice mentre si relaziona direttamente coi fruitori della sua cucina, viene da pensare che il buon Petrini c’aveva proprio ragione: ci vuole un neo-umanesimo, nell’economia e nel lavoro.
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