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Lavori in corso/ E la macchina disse all’uomo “gabbia confermata”

Unicoop_tirreno_2Chi sono i "voice-directed workers"? Sono gli operai del nuovo tipo.Che problemi e che vantaggi ci sono a lavorare agli ordini di una voce virtuale?  Intrigante, questo post di Carlo Arcari...
di Carlo Arcari. -  “Tu mi dici quello che devo fare e io lo faccio”, il tormentone del comico Pino Lalavatrice di Colorado, il cabaret televisivo di Italia1, è diventato la realtà quotidiana per migliaia di persone che ormai lavorano  otto e più  ore al giorno ricevendo ordini da un computer.
Prendiamo ad esempio la giornata tipo di un addetto al Zetafarmaceutici1 magazzino della Unicoop-Tirreno di Vignale. Il suo lavoro comincia così: si attacca il terminale mobile alla cintura, indossa cuffia e microfono, accende il dispositivo e dice: “080 348 ok”, una voce femminile risponde “gabbia confermata, vai alla corsia N come Napoli”. L’operatore risponde “avanti” e parte con il suo carrello inoltrandosi nei meandri in penombra del magazzino, mentre il computer gli comunica “45, piano 2”. Quando arriva davanti al box indicato l’operaio si ferma, legge il numero che identifica il ripiano “27” e riceve l’ordine di prelievo: “prendi 2 (colli)”. Esegue mettendo sul carrello due cartoni di vino, conferma con “2 ok” il prelievo effettuato, rimonta sul carrello mentre la voce virtuale gli indica la sua nuova missione.
Questo deserto di relazioni è diventato il lavoro nell’era della tecnologia “voice-directed-work” che sta trasformando, per ora, il settore logistica della grande distribuzione e quello di alcuni settori industriali. Il primo vantaggio, offerto dall’innovazione alle aziende, è l’aumento del 20-30% della produttività dei singoli operai, che hanno le mani libere da schede cartacee o terminali video e ricevendo ordini a voce devono solo eseguirli. Il secondo vantaggio è quello della massima precisione garantita dal sistema che riduce l’errore di prelievo all’insignificante quota dell’1 per mille.
Nei filmati promozionali dei fornitori di applicazioni, i “voice-directed-worker” intervistati si dicono molto contenti: “La voce è un sistema naturale ed è meglio che guardare un video. Sono più libero nei movimenti e più concentrato, perché sono sicuro di non sbagliare” dicono, ma a telecamere spente i problemi del nuovo, totalizzante rapporto uomo-macchina emergono, e di questi si sta già occupando il sindacato.

“Passare otto ore al giorno con un computer che ti parla nelle orecchie di sicuro provoca qualche problema a chi lo fa – osserva Gianni Romanelli della Filt-Cgil che segue le vertenze che stanno nascendo nelle aziende della logistica -. L’effetto sulla salute psico-fisica degli addetti è ancora da analizzare, inoltre c’è da considerare l’aumento della fatica dell’operatore a parità di tempo che il lavoro diretto dal computer produce. La macchina non deve sollevare cartoni di olio o di riso, l’operaio sì. Che in teoria è libero di fermarsi a riposare tra un prelievo e l’altro, ma per farlo deve scollegarsi dal sistema e il computer lo memorizza. Inoltre il computer sente tutto quello che l’operaio dice e lo registra. In questo modo il lavoratore è completamente asservito alla macchina che conosce quello che lui deve fare, mentre lui non sa niente fino a quando il computer non gli dice dove andare e cosa fare”.
Insomma – secondo il sindacato - l’operaio è sempre più alienato da una tecnologia che lo assorbe totalmente, non gli lascia alcun margine di autonomia, lo fa lavorare e faticare di più e mentre l’azienda fa più profitti, lui non guadagna un euro in più. “Proprio su questo importante aspetto del rapporto da riequilibrare tra salario e produttività sto seguendo una trattativa alla Lombardini di Milano. L’azienda dopo aver introdotto il nuovo sistema vocale vuole modificare la soglia del premio di produzione per limitare la quota destinata ai dipendenti del surplus derivato dall’aumento di produzione".

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