Anche la ministra Mara Carfagna si fa coblogger di JobTalk. E noi le de diamo il benvenuto, dopo Cesare Damiano e Maurizio Sacconi, i due ministri del Lavoro che si sono misurati con il blog e il dialogo con la community. Avere con noi una ministra stavolta, e la ministra delle P.O., mi fa particolarmente piacere perchè le donne sono una larga fetta dei lettori di Jobtalk e sono senz'altro la maggioranza tra chi, dopo aver letto, commenta. Su quali strade sta lavorando per far vincere, come scrive lei nel post, la sfida di genere alle donne italiane? Che sono brave, preparate, abilissime a conciliare vita di lavoro e vita personale, carriera e affetti, ma che spesso, in questo slancio, si sentono lasciate sole. Di qua e di là. Ancora poco riconosciute e premiate in azienda, caricate di impegni gravosi e di compiti indispensabili per la società, in famiglia. Voi (uomini compresi) leggete e commentate, sarebbe bello che la ministra, come ha fatto Damiano, tornasse per rispondere...GRAZIE DEL LINK AL SUO BLOG !
di Mara Carfagna. Ministra per le Pari Opportunità.- E’ sul terreno dell’accesso al lavoro secondo le indicazioni di Lisbona 2000 che va accettata e vinta la sfida di genere. Dal Rapporto Cnel del 15 luglio scorso vengono a questo proposito delle indicazioni molto chiare. A parte il solito (e preoccupante) dualismo territoriale (nel Sud lavorano solo 31 donne su 100 contro le quasi 47 occupate nella media nazionale, mentre al Nord siamo prossimi a standard europei); a parte, ancora, il limitato numero di donne in età compresa tra 55 e 64 anni ancora in attività rispetto alla media dei 27 paesi europei, il rapporto dimostra che (leggiamo testualmente)“ad influire sulla minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, e di conseguenza sulla loro minor occupazione, è una specificità di genere legata all’evento maternità e alle esigenze di cura e di assistenza.
In sostanza, mentre il differenziale tra occupazione maschile e femminile è <minimo> nella fascia d’età compresa tra i 25 e i 29 anni (quando normalmente avviene l’ingresso nel mercato del lavoro), lo scarto si allarga intorno ai 30 anni quando in generale vi è la nascita del primo figlio.
I dati Isfol Plus mettono in evidenza che nel 2006 una donna su nove è uscita dal mercato del lavoro in seguito alla maternità. Due donne su tre motivano tale scelta con esigenze di cura e di assistenza dei figli (scelte volontarie o dettate da valutazioni costi/opportunità).Il fatto è che nel resto d’Europa (quanto meno nei Paesi più evoluti e sviluppati) questo fenomeno non si verifica, in quanto si hanno insieme maggiore occupazione femminile e un numero maggiore di figli. Il che dimostra che essere madri, mogli e lavoratrici non sono necessariamente termini antitetici.
In Italia, invece, i tassi di occupazione femminile più elevati riguardano le <persone isolate> ovvero le donne single o divorziate senza figli, che nelle classe centrali hanno tassi di occupazione non troppo distanti da quelli maschili. Come si può vedere, si tratta di una situazione inaccettabile, condannata ad un inesorabile declino.
Si pensi che l’Italia ha oggi la stessa percentuale di persone over 60 che gli Usa avranno solo nel 2040. I dati ci indicano anche le priorità che deve avere la nostra iniziativa, al di là dei soliti luoghi comuni e delle analisi precostituite. In primo luogo è sempre meno vero che ci sia un problema di accesso delle donne nel mercato del lavoro (fatto salvo il divario meridionale); il problema sorge più avanti, quando la donna si trova a svolgere la funzione di madre e di moglie. La priorità del nostro intervento deve riguardare, pertanto, gli aspetti della cosiddetta conciliazione.
Tali aspetti vanno affrontati sul piano di una più efficace politica dei servizi. Con una novità, rispetto all’impostazione tradizionale che ha sempre privilegiato i servizi pubblici che hanno costi e vincoli insostenibili. Occorre approdare, invece, ad un’idea di sussidiarietà, nel senso di sviluppare i servizi privati, tramite l’esercizio dell’autonomia collettiva o individuale (contrattazione, enti bilaterali, cooperative di servizi, banche del tempo, ecc.) sostenuti non da interventi pubblici diretti, ma dall’erogazione di voucher o dal riconoscimento di detrazioni fiscali.
E’ fondamentale favorire, in ogni modo, l’ampliamento del part time, anche se limitato ad alcuni periodi. In Europa l’occupazione femminile è elevata laddove è maggiormente diffuso il part time che è lo strumento per eccellenza della conciliazione. Occorre riformare – con la gradualità del caso – il regime fiscale in coerenza con il c.d. quoziente familiare. Alcuni dell’opposizione pensano che il quoziente familiare comporterebbe una minore tensione al lavoro da parte del coniuge, in particolare delle donne. Questa preoccupazione però non ha riscontro nei Paesi in cui il quoziente familiare è già in vigore, Paesi che hanno tassi d’occupazione femminile molto più alti del nostro, perché lo stato di disoccupazione molto raramente è frutto di scelte personali, quasi sempre è determinato dal mercato. Invece, la scelta di avere figli, sostenuta dal quoziente familiare e da una migliore rete dei servizi pone semmai l’esigenza di rafforzare le politiche di sostegno del congedo, del part time, del reingresso nel mondo del lavoro.
Il quoziente familiare non è un sussidio paragonabile ad un servizio, è uno strumento per una fiscalità più giusta e più equa. In sostanza, un metodo che si fonda sul presupposto che le famiglie numerose abbiano minore capacità di spesa e che i bisogni aumentino con l’ampliamento del nucleo.
Un contributo ad innovare le politiche sociali e del lavoro al femminile lo ha dato il ministro Sacconi con la presentazione del Libro verde sul futuro del modello sociale (dal titolo suggestivo <La vita buona nella società attiva>). <Il principio di una vita buona ha le sue radici nella vita attiva>, essendo il lavoro <la base dell’autonomia sociale delle persone e delle famiglie>. Le criticità del settore <non risiedono in una carenza di mezzi>, anzi, non di rado – prosegue il Libro – a costi elevati corrisponde una bassa qualità dei servizi offerti>.
Le prospettive dei grandi comparti del welfare sono destinate a peggiorare per effetto degli andamenti demografici,economici e sociali (invecchiamento, denatalità,insufficiente crescita dell’occupazione) a meno che non abbiano successo le politiche integrate, indicate nel Libro verde, in primo luogo <la capacità di ‘fare comunità’>. Questo approccio politico e culturale è coerente con il programma del mio Dicastero presentato in Commissione al Senato . Dunque lavoriamo in questa direzione.
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Claudio Resentini 26/set/2008 10:49:11
rosanna santonocito 25/set/2008 17:40:46
Barbara Barbieri 25/set/2008 17:20:04
Claudio Resentini 25/set/2008 10:18:14
diana 25/set/2008 09:26:28
Arnald 25/set/2008 09:12:18
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Laura 24/set/2008 16:30:32
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Marco Lombardi 24/set/2008 13:50:25
rosanna santonocito 24/set/2008 12:17:29
carlo 24/set/2008 11:40:35
rosanna santonocito 24/set/2008 09:32:48
Marco Lombardi 23/set/2008 14:20:03
rosanna santonocito 23/set/2008 12:22:22
Claudio Resentini 23/set/2008 11:48:06
Fabrizio Buratto 23/set/2008 11:28:16
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