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Lavori in corso / “Che capo vuoi?” in libreria la ricerca: ma sarà vero che fare il "capetto" è più difficile che fare il grande capo?

Fare il grande capo è molto più facile che fare il "capetto"(cioè il capo intermedio). Questa è la tesi del libro-alla cui presentazione a Milano è andato per noi Fabrizio Buratto. I dati sono noti, visto che sono la messa in stampa rilegata e profit della ricerca omonima pubblicata da Job24 giusto un anno fa (siamo sempre in area di JobCompleanni). C'è chi si esercita nel reload, e, comunque, l'analisi è intrigante: il destino del capo intermedio è di finire bastonato da sopra e da sotto e di avere carriera breve, perchè dopo i 45 anni non ce n'è. Un'ultima osservazione: "narcisi egocentrici e imprenditori?": non mi sembrano mica difetti, tutt'altro.Soprattutto detto dei giornalisti, categoria ultimamente tacciata, e non del tutto a torto, di essere "servile mediocre e pantofolaia"...Sempre magnifico Lars Von Trier!
Di Fabrizio Buratto.-Che_capo “Che capo vuoi? – Attese, riflessioni ed esperienze su un ruolo chiave” è il titolo del libro curato da Walter Passerini e Marco Rotondi su questa figura di cui ci siamo già occupati in un Primo Piano di Job24.it, considerate le numerose uscite editoriali di cui è stata fatta oggetto, ma che in questo testo – assicurano Passerini e Paolo Iacci alla presentazione presso la Feltrinelli di via Manzoni a Milano – viene trattata sotto una luce nuova, lontana dagli stereotipi.
In effetti la ricerca, edita da Guerini e Associati, era comparsa a settembre dell’anno scorso sulle pagine di Job24, con approfondimenti anche di Maria Grazia Filippini, Gianni dell’Orto, Paolo Iacci e Mario Vavassori, altre firme del “Sole24Ore”. I capi di cui tratta il libro non sono i grandi capi, i megadirettori galattici di fantozziana memoria, ma i quadri, quei capi intermedi (capireparto, capiufficio, capi amministrazione) che ora si trovano, per usare le parole di Paolo Iacci “tra l’incudine e il martello, fra i dipendenti giustamente scontenti delle condizioni lavorative ed economiche, e i capi più elevati che chiedono ai quadri di appianare questo malumore di cui però i quadri stessi si sentono parte, poiché negli ultimi anni il loro potere d’acquisto è molto diminuito”.
Iacci mette in evidenza un dato: i quadri sono aumentati del 34% dal 2004 al 2006, mentre i dirigenti nello stesso periodo sono diminuiti di 1/4, “e questo è avvenuto nel silenzio più assoluto, se non fosse per i pezzi di Walter Passerini sul Sole24Ore”. C’è una crisi indubbia della classe dirigente italiana, che non riesce a rinnovare se stessa, cui fa seguito un interessante paradosso individuato da Paolo Iacci: pur entrando in azienda più tardi (dai 27 ai 30 anni rispetto ai 21-22 anni di un tempo) lo spazio entro il quale poter fare carriera si è sensibilmente ridotto.
Se prima si poteva aspirare a diventare capo anche dopo i 50 anni, e con una maggiore esperienza alle spalle, oggi la carriera si ferma ai 40 anni per le donne e ai 45 per gli uomini. Eppure l’identikit del capo ideale – stando all’indagine quantitativa condotta da Mario Vavassori sui collaboratori – è quella di un uomo, italiano, cinquantenne. Walter Passerini spiega che l’idea del libro gli è venuta “perché io sono sempre dalla parte degli indiani e mai dei cowboy, e questo ceto mi ha sempre fatto tenerezza perché manda avanti le aziende prendendo bastonate da destra e da sinistra, dall’alto e dal basso”. Quindi tiene a sottolineare un aspetto, trattato nel primo capitolo, ovvero il problema non risolto fra l’etica del consenso e l’etica della responsabilità. “Quando il capo denuncia il suo ruolo va nei guai e può diventare un capro espiatorio. Per questo molti capi non fanno i capi, si astengono dal valutare per non punire perché il sistema di premialità è speculare a quello delle punizioni.”
Così il capo arriva addirittura ad autodelegittimarsi, dicendo al dipendente che reclama i suoi diritti: “Io sono dalla tua parte, ma non posso farci niente perché quelli sopra non vogliono”. Passerini e Iacci concordano: se Alitalia si trova nelle condizioni attuali, si deve al fatto che, negli anni, è mancata la figura del capo, come nel film “Il grande capo” di Lars Von Trier.   

Le qualità di un capo variano anche dall’ambiente in cui opera e dalla tipologia dei dipendenti; la categoria peggiore che possa toccare in sorte ad un capo sono i giornalisti: “narcisi, egocentrici e imprenditori. Si può fare il caporedattore solo per un breve periodo”, parola di Walter Passerini. Ma i tanti freelance che lavorano da casa, magari in mutande, fanno parte della medesima categoria?

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La società di consulenza per le risorse umane BPI e l'istituto di ricerche di mercato BVA hanno realizzato insieme una ricerca in 9 paesi europei (tra cui l'Italia) e negli Stati Uniti su un campione rappresentativo di 5.500 dipendenti d'azienda.L'indagine ha intervistato i componenti del campione sulle relazioni con i capi intermedi, sullo stile di direzione attuato dai vari anelli della catena gerarchica di riferimento, sulle competenze tecniche, di leadership e l'immagine dei capi fino a tre livelli sopra del ruolo esercitato.
I risultati sono stati pubblicati a dicembre.
Il 65% degli Italiani ritiene che potrebbe fare il lavoro del capo diretto: 29% da subito e 36% tra poco.
Il capo diretto descritto dagli Italiani ha un'attività più circoscritta di quello degli altri nove paesi.
L'immagine percepita dai dipendenti è quella di una persona competente, per l'83% delle risposte, simpatico, per il 72%, talentoso, per il 66%, aperto alle critiche, per il 60%, onesto, per il 59%, coraggioso, per il 49%, autoritario per il 49%, stressante, per il 44%, che rifuita le responsabilità, per il 17%.
Il profilo emerso dalle risposte degli Italiani ha ben cinque caratteristiche (simpatia, talento, apertura alle critiche, onestà e coraggio) su nove sotto la media dei dieci paesi.
Un confronto tra questa ricerca e "Che capo vuoi?" potrebbe essere utile.
Nicoletta Narsi

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