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JobDonne /Uomini-mammi? Il commento corre da blog a blog

Com'è diventata dinamica l'Agorà del Sole.com. I blogger "postano", i lettori leggono di qua e di là e poi commentano...La nostra Alessandra Servidori, consigliera dei ministri Sacconi e Carfagna, nonchè storica amica e coblogger di JoBTalk sui temi donne, occupazione, conciliazione ecc ha letto l'ultimo post della collega Monica D'Ascenzo, che abitualmente si occupa di finanza ma come dice il motto di JobTalk "sul lavoro tutti hanno qualcosa da dire", e manda questo commento...
di Alessandra Servidori. Sono interessanti le considerazioni di Monica D'Ascenzo ma non tutte condivisibili . In Italia il processo di modernizzazione e di ridefinizione dei ruoli maschili e femminili  nella divisione sociale del lavoro dovuto al forte aumento  delle donne nel mercato del lavoro, ha  messo in crisi il modello gender-biased di divisione dei compiti mentre il contributo maschile alla cura, è  vero è ancora modesto, ma non esiste solo “la costrizione del maschio”, possiamo ragionare  anche su altri meccanismi che stanno  modificando-se pur lentamente- la cultura maschilista.
Oggi  il 77,7% del tempo dedicato dalle coppie al lavoro famigliare e casalingo è svolto dalle donne; mentre ben il 77,1% del tempo complessivo di impegno degli uomini è dedicato all’attività retribuita e appena il 23% al lavoro famigliare. Ancora oggi il carico della genitorialità nell’accezione più ampia ( cura ai  genitori, figli, non autosufficienti),pesa fondamentalmente sulle donne.
Un’ indagine dell’Ires CGIL  riflette l’orientamento equilibrato delle nuove generazioni verso il lavoro,l’istruzione e le relazioni sociali, come sfere della vita ugualmente importanti. Il cambiamento sociale  interessa non solo le donne e nelle ricerche sociali italiane appaiono indagini di genere che mettono al centro anche comportamenti maschili , oltre la specificità femminile, in termini relazionali. Il ruolo tradizionale del padre come principale sostegno economico  di tutta la famiglia permane a livello di sistema sociale; le donne sembrano destinate a prendersi cura della famiglia, ma i risultati della ricerca dimostrano tuttavia che l’idea di riconoscere un buon padre  nel fatto che garantisca prima di tutto il benessere economico  dei figli ,riguarda ormai una minoranza .
Si sta affermando al contrario una idea di paternità più aperta al confronto quotidiano e una propensione ad una maggior condivisione del lavoro di cura soprattutto nei confronti dei figli. In più di un terzo delle famiglie italiane in cui si lavora entrambi, si sono già affermati modelli di ripartizione paritaria dei lavori di cura:i partner  partecipano insieme a  molti impegni che riguardano la gestione dei figli.

ispNon è però tra i più giovani che la cura verso i figli è equamente distribuita,ma sono i più adulti che hanno figli più grandi a condividere maggiormente gli impegni degli stessi. Così se i bambini sono piccoli lui tende ad aiutare, ma è sulle donne che grava il peso maggiore. Per quanto riguarda la  gestione  della casa tra i giovani si affermano modelli divaricati : sono mediamente più numerosi sia i modelli di distribuzione paritaria che quelli in cui il carico pesa esclusivamente sulla donna.
L’analisi dei dati sull'utilizzo dei congedi parentali,indica come solo il 24% delle donne ne abbia usufruito nei primi 3 anni del bambino, come meno del 10% li abbia utilizzati dopo il terzo anno di vita del  figlio e solo il 3% degli uomini ,aventi diritto, ne ha beneficiato.Le modalità di fruizione  dimostrano che il livello di indennità influisce significativamente sul numero dei giorni di congedo utilizzati ,perché le famiglie devono salvaguardare il proprio bilancio.
E’ necessario migliorare la normativa,  operare sull’ informazione  poiché è alta la percentuale di coloro che ignorano la legge e ancora maggiore dove lo strumento della conciliazione è meno utilizzato,tra i lavoratori e  lavoratrici  meridionali (30%) e quelli del settore privato (23%). Inoltre  alcune prassi  previste dalla legislazione  risultano di difficile fruizione.  La materia è  vero è stata oggetto di delega del Governo Prodi   nella  legge 247/2007 art 81comma b:entro 12 mesi è prevista la revisione della vigente normativa con riferimento all’estensione della durata dei congedi e all’incremento dell’indennità al fine di incentivarne l’utilizzo.
Non è affatto detto che il Ministro Sacconi intenda non applicarla .Anzi. Nel programma di Governo  gli strumenti di conciliazione sono prioritari,proprio per favorire il lavoro e la famiglia. La modifica presumibilmente riguarderà l’utilizzo del congedo anche a gruppi di ore e non solo a giorni,l’elevazione dell’indennità al 50% nei primi tre mesi dopo i cinque previsti,portando l’indennità al 70% con una sorta di anticipo da parte dell’ente revisionale che il lavoratore può restituire;l’ introduzione della parificazione dell’utilizzo dei congedi anche ai genitori affidatari o con contratti atipici. Secondo una recente ricerca (Fontana 2006) i contesti organizzativi continuano ad essere un freno piuttosto che veicolo di nuove opportunità. Le aziende tendono ad investire meno sulle donne evitando il rischio potenziale legato all’appartenenza di genere e alle assenze per maternità o lavoro di cura,e altrettanto stigmatizzano negativamente i comportamenti maschili più attenti ai valori famigliari.
E’ dunque alle politiche pubbliche e di flessibilità organizzative aziendali  che spetta il compito di considerare la genitorialità come una tappa naturale nel corso di vita delle risorse umane dell’azienda, e creare le condizioni per realizzare le aspirazioni alla modernità che affiorano nella società italiana.  Comunque bisogna guardare avanti  e non limitarsi ad autoflagellarsi .

Commenti

Tanto per cominciare: siamo mammi o fannulloni? Mi spiego: quando si stilano le statistiche sull'assenteismo (in stile Brunetta) bisognerebbe evitare di conteggiare i congedi parentali. Sarebbe un primissimo passo a favore di una diversa "cultura" della presa in carico del lavoro familiare, sia maschile, sia femminile.
Ciao da Rimini

Suggerirei di mettere al bando espressioni come "mammo" o "uomini che fanno le mamme". Oltre a rappresentare la spia di una visione retriva e sessista, sono soprattutto offensive nei confronti di chi, come il sottoscritto, ritiene che la cura dei figli e le faccende domestiche non possano più essere considerate, nel 2008, come "cose da donne" e che coerentemente con questa visione si comporta, condividendo in modo equo tali attività con la propria compagna.
C'è chi fa già, tutti i giorni, e non senza fatica, ciò che molti predicano o auspicano soltanto. Non è il caso di complicare, con una retorica umiliante, un compito già di per sè ingrato. Grazie.

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