Severo il giudizio di JobFiction sul film di Ozpetek, che in generale ha lasciato perplessi pubblico e critici, ho sentito. Peccato. Personalmente dissento dalla lettura di Marco "sul mestiere di fare la donna", nessuna preclusione invece sul fatto che sia un coblogger maschietto a fare queste considerazioni, perchè no? Per rispondere alla domanda finale birichina di Marco, che di diverte a stuzzicarmi. Il femminismo separatista lasciamolo nei film (belli) di Alina Marazzi...
Film: Un giorno perfetto, di Ferzan Ozpetek (Italia)
Venezia 2008 – concorso
Valutazione: un badge [assenteista]
La scala di valutazione di Jobtalk è in badge: 1 badge: "assenteista" - 2 badge: "part-time"- 3 badge "full-time" - 4 badge: "straordinari(o)" - 5 badge: "colpo di badge"
di Marco Lombardi. Tratto dall’omonimo romanzo di Melania Mazzucco, il film di Ferzan Ozpetek, “Un giorno perfetto”, racconta una storia terribile che trae la sua libera ispirazione da un fatto di cronaca.
Una donna (Isabella Ferrari) ha appena lasciato il marito (Valerio Mastandrea) e si trova a dover gestire tutta sola le pressanti insistenze di lui (un agente di scorta disturbato e violento), i rimbrotti della madre – Stefania Sandrelli – da cui è andata a vivere coi due figli, come pure la gestione di questi ultimi anche da un punto di vista economico, visto che Isabella è una precaria ed il marito non le corrisponde regolarmente gli alimenti. Il film si pone insomma su di un piano inclinato sempre più irreversibile che pone al suo centro una vera figura professionale, ovverossia quella dell’essere donna.
A prescindere dai torti e dalle ragioni del suddetto disastro di coppia, “Un giorno perfetto” racconta la multidisciplinarietà manageriale insita in una donna qualunque dei nostri giorni, costretta ad interpretare mille ruoli all’interno di uno solo. Un grande film, verrebbe dunque da pensare: eppure, nonostante la veridicità del personaggio interpretato da Isabella Ferrari, “Un giorno perfetto” finisce per vanificarne la portata espressiva e sociale perché paradossalmente pecca di carinerie a-realistiche.
Qualche esempio: gli attori (uomini compresi) sono tutti troppo truccati, come se il film fosse la (non riuscita) trasposizione cinematografica di una tragedia greca; le musiche sono iper-presenti e da fiction televisiva facile facile, così da trasformare costantemente il dramma in melodramma; i bambini si muovono e parlano e si relazionano come se fossero più adulti degli adulti; la stessa Isabella Ferrari è troppo attrice e poco donna, anche nella (peraltro molto intensa) scena dello stupro fra i canneti del lungotevere romano. Insomma, la complessità “professionale” del suo personaggio finisce per risultare un gioco perlopiù immaginifico, mentre noi tutti sappiamo che gli skills richiesti alla donna (media, non wonderwoman!) di oggi sono appunto quelli descritti dal film.
Di chi, la colpa di tale paradosso interno? Visto che il cast tecnico è per due quindicesimi composto da uomini, verrebbe da attribuirla ad una insufficiente attenzione al reale di stampo del tutto maschile ... (Accidenti, però, che autogol che mi sto facendo: non è che Rosanna Santonocito penserà che anche l’analisi di questa figura femminile dei nostri giorni avrebbe saputo farla meglio una collega?)
CATEGORIE: Job Fiction&Film
TAGS: cinema, donne, ferzan ozpetek, festival, film, isabella ferrari, melania mazzucco, precari, stefania sandrelli, valerio mastandrea, venezia
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Marco Lombardi 22/set/2008 09:40:38
Diana Di Francesca 21/set/2008 19:37:59
Scrivi un commento
I commenti per questa nota sono chiusi.