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Il lato B / Donne in pensione due anni dopo? Parliamone...

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"Il Sole 24 Ore" oggi elenca le priorità in tema di previdenza nell'agenda del Governo, e avanza l'ipotesi dell'innalzamento della soglia minima delle pensioni di vecchiaia a 62 anni. Ovvero di ritardare di due anni l'uscita per le donne, che attualmente lasciano il lavoro a 60 (mentre gli uomini a 65), allineando l'Italia a una tendenza parificante tra i generi che è in atto in molti paesi europei.
La proposta, da attuare a partire dal 2014, quando sarà chiusa la fase transitoria degli "scalini" della riforma del Welfare del governo Prodi, sarà portata al tavolo di discussione con imprese e sindacati avviato in autunno.  Giuliano Cazzola, vice presidente della commissione Lavoro della Camera, nonchè amico e Faq (Frequently asked contributor) di JobTalk,  ha presentato  progetto di legge che prevede un incremento graduale, fino a 62 anni del limite anagrafico delle donne nel sistema retributivo, ed è convinto che l'obiettivo di allontanare di due anni il momento della pensione per le donne sia corretto. Perchè?
«Le lavoratrici non sono solo disposte, in teoria, a restare più a lungo al lavoro, ma si comportano da tempo di conseguenza», spiega in questo articolo, che vi invito a leggere. Il fatto che le donne non vedano l'ora di andare in pensione per essere risarcite del doppio lavoro (a casa e fuori), dice Cazzola, è un luogo comune smentito dai numeri e dai fatti. I dati sul tasso di occupazione femminile tra tra i 55 e i 64 anni evidenziano infatti  incrementi percentuali della permanenza al lavoro delle donne più elevati di quelli dei coetanei maschi.
Proposte di innalzamento del limite della pensione per le donne erano già arrivate dal governatore di Bankitalia Mario Draghi  («forme più flessibili per ampliare i margini di scelta dell`età di pensionamento in regime contributivo») e prima ancora da Emma Bonino, secondo cui quella di cui si discute non è una questione di privilegi, ma, al contrario, una questione di diritti. Tanto è vero che la  Commissione europea ha presentato un ricorso contro l'Italia alla Corte di Giustizia  per discriminazione contro le donne. Ma poneva una condizione, l'ex ministra per le Politiche europee: essere trattate alla pari al momento della pensione è giusto solo se le donne godono di uguali diritti nel corso di tutta la vita lavorativa.  Insomma, prima di pensare alla parità nell`uscita, ci sarebbe da riconsiderare la parità di condizioni. A cominciare dall'entrata e dal "durante": più servizi, più orari flessibili, meno ostacoli alla carriera femminile.

Altre voci favorevoli, anche nei ranghi dell'opposizione, mettono come condizione che le risorse risparmiate mandando le donne in pensione più tardi vengano investite per asili nido e incentivi all`occupazione femminile. Appunto. Le donne vivono di più degli uomini, ma la loro vita lavorativa è più breve e discontinua e ha meno valore, anche ai fini previdenziali. La giornata di lavoro di una donna, che comprende gestione domestica, cura dei figli e degli anziani  e impegno in azienda, dura un'ora e mezza in più di quella di un uomo. Per il "doppio sì" a lavoro e maternità, come lo chiama un bel libro della serie dei Quaderni di Via Dogana, c'è un prezzo da pagare, e il costo è alto anche ai fini della pensione. In Italia, dice un dato dell' Osservatorio Inca Cgil basato su Eurostat, le donne vanno in pensione a 58anni  e 8 mesi, gli uomini a 60 anni e 7 mesi. Quindi escono dal mercato del lavoro più o meno alla stessa età. Però le donne ci entrano più tardi perchè il loro periodo di formazione è mediamente più lungo (sono il 58% dei laureati e il 57% degli universitari). Pur partendo con un livello di istruzione più elevato, però, in genere trovano impieghi più discontinui, più spesso a termine e meno qualificati, o atipici (tutto il catalogo delle collaborazioni), il che vuol dire, spesso, precariamente assicurati.
L'orario di lavoro medio settima­nale è più alto per gli uomini, e di parecchio: 39,3 contro 29,2 delle lavoratrici. Le quali scontano la pausa della maternità quando proprio non abbandonano il lavoro (un terzo delle italiane con il secondo figlio"lascia"). Guadagnano fino dal  15 al 25% in meno degli uomini anche a parità di mansione, e la forbice tra le retribuzioni si allarga più si sale nel ruolo.
Conseguenza: mentre è più facile per un uomo raggiungere i requisiti per la pensione di anzianità, le donne devono aspettare di avere l'età per prendere la pensione di vecchiaia. In media, le donne accumulano meno anni di contribuzione ( e a volte anche quegli anni sono insufficienti: il 52% non raggiunge i vent' anni),  e possono contare  su pensioni più basse: sono il 76% dei pensionati al minimo. E qui anche il part time, panacea conciliatoria scelta dal 27% delle donne e dal 5% degli uomini italiani , diventa un'arma a doppio taglio micidiale. La pensione in Italia vale in media il 64% dell'ultimo salario degli uomini, il dato è Eurostat del 2006,  e il 46% di quello delle donne.   
Non sono un'esperta di previdenza (tutt'altro..), ma non sarei così sicura che quelle donne che oggi continuano a lavorare lo facciano volentieri, per scelta e per autorealizzazione. E dubito che persino un sistema flessibile, come quello che viene proposto per il periodo "post-scalino", sarebbe effettivamente in grado di riequilibrare lo svantaggio anche per quelle di noi (che non sono poche, compresa chi scrive) che continuerebbero a lavorare a 60 anni e oltre, perchè alla pensione non ci pensano proprio e  la vivrebbero come un'allontamento coatto dal lavoro e, sì, come una discriminazione (ma parlo per me). 
Un'ultima obiezione: se non ricordo male, ma non mi pare, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi si è più volte pronunciato, anche recentemente,  contro l'equiparazione pensionistica dei generi, soprattutto nelle attuali condizioni del mercato del lavoro in Italia. Lo ha affermato molto decisamente nella "Mezz'ora" di intervista con Lucia Annunziata su RaiTre. "Mandare in pensione più tardi le donne sarebbe una scelta paradossale che nessuno vuole", diceva, riportato dalle agenzie, all'inizio di agosto. Nessuno? Paradossale, signor ministro... 

Commenti

Quanti in questi giorni hanno criticato la mia proposta di legge sulle pensioni farebbero bene a leggerla con maggiore attenzione. Io non propongo un allineamento dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini, ma solo un’elevazione graduale dell’età di vecchiaia da 60 a 62 nel sistema retributivo (compensata dalla possibilità di
avvalersi di maggiori tutele specifiche durante la vita lavorativa coperte da contribuzione figurativa fino ad un massimo di due anni). In questo modo si elimina il paradosso di un’età di vecchiaia inferiore di quella che a regime varrà anche per le donne che intendono avvalersi del pensionamento di anzianità. Ma soprattutto si ripristina, nel sistema contributivo, un pensionamento unificato e flessibile per
uomini e donne - in un range compreso tra 62 e 67 anni correlato ai coefficienti di trasformazione - che non è sordo ai diversi progetti di vita e che recupera il più importante apporto della riforma Dini del 1995. Si tenga conto che il nostro Paese è sotto il tiro della Corte di Giustizia per discriminazione di genere proprio per le differenti regole che esistono per il pensionamento degli uomini e delle donne. E'
solo una leggenda metropolitana che le donne possano andare in pensione a 60 anni. Il Governo Prodi nella sua controriforma ha introdotto le c.d. finestre anche per la vecchiaia: ciò comporta la continuazione dell'attività lavorativa, una volta raggiunti i 60 anni, per un periodo che va da 6 a 12 mesi.

Scusate,ma non capisco una cosa. Se una donna ha una carriera significativa alle spalle, una posizione importante e un lavoro interessante di tipo intellettuale (ad esempio la giornalista) e a 60 anni non vuole mollare la scrivania ora chi glielo impedisce? O meglio chi la obbliga ad andare in pensione come dice Cazzola? Ma se una donna ha una carriera insignificante ed esercita una attività noiosa e/o faticosa (ad esempio un'operaia) e priva di un significativo riconoscimento sociale perchè dovrebbe esserle negata la possibilità di andare in pensione a 60 anni, età nella quale energie e entusiasmo per un simile lavoro vengono sicuramente meno? E poi, scusate,ma un'operaia di 60 anni, se perde il lavoro, chi la assume secondo voi?

per rispondere @lla carissima Angela : anche Giuliano Cazzola in pratica parte dal ragionamento di Elsa Fornero, che parla di risarcimento posticipato finale per le impari opportunità nel corso della vita attiva. In quanto risarcimento, finchè non si vedono all'orizzonte misure davvero incentivanti dell'occupazione femminile, io non lo abbatterei...Vedo bene in questo senso le due proposte pomeridiane dell'inedita coppia Damiano-Polverini: innalzamento dell'età su base volontaria (per le workhaolic senza prole come me) e bonus pensionistici per le donne che riconoscano i periodi prestati per attività di cura (dice lui), e che valorizzino i periodi di maternità (aggiunge lei). Uscita bipartisan che è un buon esempio per quel "tavolo" di confronto spontaneo di volonterosi parlamentari bi-schieramento su donne & lavoro che si è dato appuntamento dopo le vacanze, come riporta il tuo blog,(
http://angelapadrone.blogspot.com/2008/08/compiti-delle-vacanze.html), iniziativa che voglio seguire da vicino con JobTalk...
...il ministro Sacconi invece ha precisato alle agenzie che «Quando alle pensioni l'agenda autunnale sará limitata alla delega per i lavori usuranti e all'istituzione della Commissione per la definizione dei coefficienti nei tempi stabiliti dal precedente Governo in accordo con le parti sociali. Punto». Appunto...??? Noi però sul blog continuiamo a parlarne...

Cara Rosanna, parliamone.
Io, al contrario di te, non so se a 60 anni avrò poi tanta voglia di continuare a lavorare... per lo meno di fare lo stesso lavoro di sempre. Chissà. Però credo che l'equiparazione dell'età pensionabile per le donne sia inevitabile. E non solo perché sarebbe "giusto": le donne vivono di più e quindi la loro pensione "pesa" di più sul sistema, inoltre a 60 anni di solito le donne sono in buona salute e non hanno più neanche quei carichi familiari che avevano 20 anni prima.
Ci sono altri motivi per cui non è solo "giusto", ma anche necessario: come tu giustamente sottolinei, le donne mediamente, durante la loro vita lavorativa accumulano meno contributi degli uomini, quindi vanno in pensione con assegni molto più bassi. Sono quindi candidate a pensioni troppo misere per sostenerle decentemente altri 20 o 30 anni.
C'è poi un altro ragionamento, che come probabilmente sai, è la chiave di molti di coloro che propongono l'innalzamento dell'età pensionabile per le donne (come per esempio Emma Bonino e i radicali in generale): le donne hanno bisogno di risorse "di sostegno" durante la vita lavorativa, con asili nido, orari flessibili e l'incentivazione dei congedi per i padri. Invece ora la pensione "anticipata" diventa, come dice Elsa Fornero, un risarcimento posticipato (e non più utile) per una mancanza di opportunità durante la vita lavorativa. Alla fine dei conti, quasi un doppio danno. Come vedi, ce n'è da discutere. Se poi, alla fine dei conti, c'è chi vuole andare in pensione a 60 anni lo stesso, io credo che servirebbe flessibilità (più flessibilità) sul lavoro anche in uscita. Sia per gli uomini che per le donne

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