Film: Pranzo di Ferragosto, di Gianni Di Gregorio (Italia)
Programmato al festival di Venezia 2008, sezione “La Settimana della Critica” (27 agosto – 6 settembre)
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di Marco Lombardi. In una società come la nostra, dove non si fanno più figli (mi ci metto in testa, nella lista dei “cattivi” quale potrà mai essere il mestiere del futuro se non quello dell’accompagnatore di persone anziane? La cosa l’ha vissuta sulla propria pelle Gianni Di Gregorio (collaboratore storico di Matteo Garrone e co-sceneggiatore di “Gomorra”) fino al punto di trasformarla in un film – da lui diretto e interpretato – che parteciperà in concorso alla prossima Mostra del Cinema di Venezia, sezione “La Settimana della Critica”.
“Pranzo di ferragosto”, che è stato prodotto dallo stesso Matteo Garrone, racconta infatti la vicenda di un uomo non più giovane che all’improvviso si trova fra le mani la madre vedova, fino al punto di dover “sistemare” in altro luogo moglie e figlie così da poter accudire una vecchietta vitale, per nulla docile e – parole del regista – “di soverchiante personalità” (sembrerebbe essere un eufemismo che sottende dell’altro, ma accontentiamoci).
In mezzo a cotanto delirio capita poi un’altra cosa: l’amministratore del condominio, sapendo che il protagonista già deve occuparsi della propria madre, gli chiede se può tenere anche la sua, almeno il giorno di Ferragosto … in cambio di qualche abbuono sulle spese dello stabile. Nella realtà Gianni rifiutò, ma il film “immagina” quello che sarebbe potuto accadere se avesse detto di sì, e cioè un via vai di vecchiette arzille (madri di altri conoscenti, e poi amiche e parenti delle iniziali) piene di pretese e tutte convinte di poterlo sfruttare senza pudori di sorta, questo povero badante al maschile.
Il film (bello) si gioca tutto secondo i toni della commedia classica, tra il sofisticato e il grottesco tendente al farsesco, sino ad un finale “dolcemente acido” che comprova quanto detto all’inizio, e cioè che quello degli assistenti agli anziani potrebbe diventare un job ben pagato, con un mercato in pieno sviluppo.
Perché questo mestiere viene peraltro vissuto come una specie di ripiego? (così ci mostra il film, e così ci conferma la realtà). Meglio faticare sotto il sole, oppure in una fabbrica, o peggio ancora al telefono, in un call center, con dei potenziali clienti per nulla interessati a quello che stai offrendo loro, piuttosto che arrabattarsi con un essere umano che farà sì sputare sangue, ma che almeno – in quanto essere umano – può dare un senso “alto” alla nostra fatica? La spiegazione del perché una tale opportunità professionale non venga adeguatamente sfruttata sta (forse …) nel fatto che le persone anziane ci fanno paura, nel loro rappresentare malattia e morte, due dimensioni che – nonostante il nostro quotidiano lavoro di rimozione, sia individuale, che sociale – prima o poi – ahimè – dovremo attraversare. Anche se a guardarle bene, le vecchiette del film, sembrano avere molta più energia e vita del protagonista … che sia dunque questo, il motivo vero? e cioè che abbiamo il terrore di toccare con mano il fatto che oggi potremmo fare di più, da ogni punto di vista, alla luce dell’inesauribile voglia di vivere espressa da chi ha parecchi più anni di noi?
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Commenti
Marco Lombardi 11/set/2008 09:56:56
Giovanni 10/set/2008 19:40:48
Marco Lombardi 30/lug/2008 14:50:59
Francesca 29/lug/2008 20:09:25
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