Film: Dr Plonk, di Rolf De Heer (Australia)
In programmazione nelle sale italiane
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di Marco Lombardi. Un qualunque staff meeting di un giorno qualunque ad un’ora qualunque. Dal fondo del tavolo intorno al quale sono seduti tutti i dirigenti dell’azienda si alza un omino vestito un po’ strano, che parla pure strano. Dice: “Secondo me, se decidiamo di fare quel genere d’investimento, affossiamo definitivamente l’azienda che, come ben sapete, non è che stia proprio in salute”. Un collega lo guarda con aria di compatimento, come se avesse appena sentito la cosa più stupida al mondo; un altro se ne esce con un “Ma và, fifone!”; un altro ancora sussurra qualcosa all’orecchio del collega vicino, che si mette a ridere con malizia. La riunione si chiuderà di lì a poco con la scelta quasi unanime di farlo, quell’investimento; poi, dopo neanche un anno, la sorpresa: la scelta si rivela sbagliata, i soldi spesi non tornano indietro e la società fallisce. Insomma, quell’omino c’aveva visto giusto. V’è mai capitata, una cosa di tal genere? Speriamo di no, eppure – senza giungere a tali estremi – va rilevata la tendenza di tutti quanti noi ad essere sempre un po’ più spavaldi che giudiziosi, sul lavoro e soprattutto in riunione, perché recitare il ruolo di quello coi piedi per terra sembra poco “macho”, cioè poco figo (la cosa vale pure per le donne, data – purtroppo – la tendenza di molte a scimmiottare certi atteggiamenti pseudo-virili – in realtà stupidi e deboli – degli uomini).
“Positivo, devi pensare positivo!”, dice spesso il capo tutto d’un pezzo al collaboratore di turno: ma se la frase può starci quando di fronte ci si trova qualcuno spaventato dalla sua stessa ombra, non è altrettanto opportuna rispetto ad uno che si limita a vedere le cose come stanno, senza falsi deliri d’onnipotenza rispetto a progetti e situazioni.
La cosa viene raccontata alla maniera sua da Rolf De Heer (quello di “Bad boy Bubby”, 1993) nel film muto – sì, proprio muto – dal titolo “Dr. Plonk”. L’assenza del sonoro e l’accelerazione delle immagini è dovuta al fatto che il Dr. Plonk è uno scienziato incompreso che vive nel 1907, cioè nell’epoca del cinema muto. Quando questo strano signore scopre che il mondo è destinato a morire nel 2008, s’inventa una macchina del tempo per andare nel 2007, raccogliere le prove di così tanta catastrofe, tornare al suo tempo presente e convincere i governanti a fare qualcosa per impedire l’apocalisse prossima ventura. Fra un teatrino comico e l’altro, il film dice appunto quanto le premonizioni non piacciano a nessuno, soprattutto se a pronunciarle è qualcuno con un po’ di chili d’intelligenza in più rispetto alla media. Per questo, quando la macchina del tempo si romperà, lasciando il Dr. Plonk nell’anno 2007 … anche gli uomini del futuro non vedranno di buon occhio il suo approccio, nonostante loro la catastrofe ce l’abbiano lì, a portata di mano.
Il film sembrerebbe dire che un Dr. Plonk è necessario a qualunque genere di collettività umana, imprese incluse, purché il suo guardare in avanti “a qualunque costo” sia frutto non di un patologico catastrofismo, bensì del coraggio di guardare le cose per come effettivamente stanno. (“Detto questo … ma quali stupidaggini dice, quel cretino del Dr. Plonk? Mica il mondo sta per finire!”).
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Commenti
Marco Lombardi 19/lug/2008 01:08:33
Francesca 16/lug/2008 20:30:28
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