Film: Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, di Stephen Spielberg (USA)
Cannes 2008 – programma ufficiale
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di Marco Lombardi. Meglio prenderlo “imparato” oppure un po’ naïf, per poi “forgiarlo”? È più o meno la domanda che si pongono tutte le imprese prima di investire su di un giovane. La risposta è quasi sempre molteplice: perché se da un lato è bene scegliere una risorsa con del potenziale, dall’altro si deve poi comunque faticare con un bel po’ di formazione e di coaching affinché il seme del talento germogli e si sviluppi. A dirlo non è il primo trainer qualunque, bensì quel popò di uomo che risponde al nome di Indiana Jones, uno che di capacità ed esperienza se ne intende per davvero.
Indi mancava dal grande schermo da oramai quasi vent’anni, cioè dai tempi di “Indiana Jones e l’ultima crociata”, ed anche se molto altro cinema aveva tentato di sostituirlo, nessun personaggio nessuno era mai riuscito a prendere il suo (inimitabile) posto. È anche per questo, oltre alla voglia di rinnovellare quel genere di divertimento post-adolescenziale, che la premiata ditta Lucas-Spielberg ha scritto il quarto capitolo della saga, oltretutto ponendo le basi – good news per i fan! – per molti e molti sequel ancora.
Nessuno pensi che Indi (e con lui Harrison Ford) abbiano ottenuto il dono dell’immortalità, è solo che in quest’ultimo film il nostro eroe scopre d’avere un figlio col suo identico piglio, ivi compresi certi eccessi che qualche volta l’hanno portato a commettere degli errorini. Ecco dunque che il babbo se da un lato guarda il fanciullo con occhio fiero e petto gonfio, dall’altro cerca d’infondergli quel senso del limite che lui non ha mai appreso per davvero, facendogli qualche rimbrottino, dandogli dei consigli, e … impedendogli di prendersi il suo cappello, come per dire che ognuno è solo e soltanto sé stesso.
In questa nuova avventura ambientata ai tempi della guerra fredda, il nostro Indi è meglio come formatore o come coach? Alla luce di quanto appena detto forse è più bravo a fare il coach, ma perché il figlio – che di nome fa Mutt – sembrerebbe avere più bisogno di qualcuno che l’orienti, perché colle acrobazie e i cazzotti – nonostante la giovanissima età – sembrerebbe cavarsela già più che bene. Ma una volta che il pargoletto avrà imparato a volare da solo … saremo proprio tutti d’accordo a mandare Indi in pensione? Magari potremmo tenercelo ancora da conto con qualche contratto di consulenza, come fanno certe aziende coi manager prematuramente ritiratisi … spontaneamente o “spintaneamente”!
CATEGORIE: Job Fiction&Film
TAGS: canne, cinema, coaching, film, formazione, indiana jones, indiana jones e il regno del tempio di cristallo, spieberg
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Commenti
Marco Lombardi 24/mag/2008 13:17:56
rosanna santonocito 24/mag/2008 10:38:00
Francesca 23/mag/2008 20:44:17
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