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GlobTalk/Cina e riforma delle pensioni: quale ricetta oltre la ciotola di ferro maoista?

Su JobTalk tornano le storie della Cina che lavora di Emma Lupano. Com'è la pensione dei cinesi?

di Emma Lupano – Dal punto di vista geografico, sono praticamente agli antipodi. Ma a livello di previdenza sociale, Cile e Cina sono quasi vicini di casa. Ogni anno, da circa quindici anni, un gruppo di consulenti del partito comunista cinese fa le valigie e si reca a Santiago per alcune settimane. Scopo della visita, aggiornarsi sull’andamento del sistema pensionistico cileno. Nel paese sudamericano ne vanno parecchio orgogliosi: al punto che il governo locale ha persino messo in piedi un team di specialisti il cui compito è quello di ricevere e istruire gli studiosi cinesi.
Al sistema pensionistico adottato in Cile nel 1981 dal regime del generale Augusto Pinochet si ispirarono infatti i dirigenti comunisti quando, a metà degli anni Novanta, decisero di avviare la riforma del welfare cinese. Fino ad allora, con un parziale smantellamento a partire dal 1978, in Cina era rimasto in vigore il modello maoista della “ciotola di ferro”: un sistema di pensione “aziendale” in cui la danwei (l’unità di produzione) forniva l’assistenza sanitaria, ma anche il vitto e l’alloggio, a tutti i suoi lavoratori, anche dopo il pensionamento.

«Quel modello - ha spiegato durante una lezione all’Università degli Studi di Milano Zheng Bingwen, direttore generale dell’Istituto di studi sull’America Latina dell’Accademia delle Scienze sociali cinese, il think tank governativo più prestigioso e influente del Paese - non prevedeva il versamento di contributi né da parte dei datori di lavoro né da parte dei lavoratori: i costi di pensionamento erano coperti interamente dalle operazioni aziendali. Il lavoratore era quindi impiegato a tempo indeterminato nella stessa impresa e l’impresa non poteva licenziarlo. Se però l’azienda falliva, il lavoratore perdeva anche la sua pensione».
Con la fine della Rivoluzione culturale e la politica di “riforma e apertura” di Deng Xiaoping, l’intero sistema del welfare fu gradualmente rivisto e la “ciotola di ferro” ne uscì a pezzi. «Quando il governo comprese che era necessario riformare il suo schema pensionistico – ricorda Zheng -, gli esperti cinesi cominciarono a guardarsi intorno alla ricerca di un modello a cui ispirarsi. In molti partirono per studiare da vicino le soluzioni adottate in Europa e Nordamerica, ma anche in Asia e America Latina».
All’epoca i modelli più diffusi erano tre: «Quello europeo e nordamericano, che prevede che le generazioni attive sostengano il pagamento delle pensioni di chi ha finito di lavorare. Quello cileno, in cui ogni lavoratore versa in un conto individuale una percentuale dei suoi guadagni e li investe nel modo che preferisce per assicurarsi una pensione nel futuro. E quello di Singapore, che ricalca il modello cileno ma assegna allo stato la scelta su come investire i contributi accantonati in modo individuale».
Li convinse solo il sistema cileno. Nel 1997 la Cina approvò così lo schema pensionistico in vigore ancora oggi: un ibrido in cui al meccanismo made in Santiago dei conti individuali si affianca la raccolta collettiva, sostenuta dai datori di lavoro. Da allora Pechino ha continuato a guardare a Santiago come modello con cui confrontarsi.
«La Cina e il Cile sono quasi agli antipodi a livello geografico e questo può costituire una barriera nelle relazioni economiche e commerciali e anche negli scambi culturali – ammette Zheng -. Ma il fatto di condividere le stesse soluzioni in ambito istituzionale rende più facile comunicare, capire i sentimenti reciproci e comprendere il funzionamento dell’economia e della politica nei rispettivi Paesi e questo è un elemento ancora più importante delle relazioni diplomatiche. Cina e Cile si influenzano reciprocamente da almeno quindici anni».
Così, se il Cile ha deciso di affrontare una riforma del suo sistema pensionistico varando proprio quest’anno una serie di modifiche tra cui la più significativa è l’allocazione di fondi da distribuire a chi possiede una pensione minima, in Cina sono stati costretti a correre ai ripari già a partire dal 2006. Colpa del crollo demografico dovuto alle norme sul figlio unico, ma anche della tendenza, sempre più diffusa sia nei datori di lavoro che nei lavoratori, di non versare più i contributi nei conti individuali, con il risultato di ritrovarsi poi con pensioni misere.
Per cercare di mantenere la pace sociale il governo di Pechino ha dovuto apportare alcune modifiche al suo sistema. Così oggi ogni mese gli impiegati versano direttamente sul proprio conto l’8% del proprio salario; i datori invece contribuiscono con il 3% (ma le percentuali variano in base alle diverse province del Paese) a un fondo comunitario.
Ai fondi comunitari è assegnato il compito di garantire uno stipendio di base per ogni pensionato. Alla famiglie l’onere di provvedere al resto.

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