Successivo » « Precedente

JobFiction&Film/"Tutta la vita davanti", nel call center ritorna la commedia all'italiana quella bella, cattiva, e la voglia di politica

Tutta_la_vita_davanti_locandina_2  Tutta_la_vita_davanti_6 Film: Tutta la vita davanti, di Paolo Virzì
In programmazione nelle sale italiane dal 28 marzo
Valutazione: cinque badge [colpo di badge)]

5 badge La scala di valutazione di Jobtalk è in badge: 1 badge: "assenteista" - 2 badge: "part-time"- 3 badge "full-time" - 4 badge: "straordinari(o)" - 5 badge: "colpo di badge"
di Marco Lombardi. I contadini e gli operai in rivolta di ieri sono i lavoratori vestiti alla moda/col telefonino di oggi, dai neolaureati costretti a fare gli operatori telefonici o i venditori porta a porta, ai quadri/dirigenti che, al di là dei rispettivi poteri apparenti, con loro condividono la medesima condizione di vessati e di precari.
A pensare questo è Paolo Virzì, visto che la locandina del suo ultimo film “Tutta la vita davanti” richiama – mutatis mutandis – il celebre quadro di Giuseppe Pellizza da Volpedo, “Il quarto stato”. Se così è, evviva questo ritratto vero e coraggioso del regista di “Ovosodo”, evviva. Perché fra i mille strombazzi elettorali di queste ultime settimane un film come il suo, dove la lucida cattiveria non cede né al qualunquismo, né alla demagogia, fa venire voglia di politica, quella vera, cioè quella che significa occuparsi collettivamente dei problemi di tutti noi a partire dai singoli istinti di successo che, diciamocelo con onestà, costituiscono la base (forse sana, o quantomeno “umana”) del nostro vivere sociale.

Tutta_la_vita_davanti_13 Tutta_la_vita_davanti_4 Così che il finale del film all’insegna della voglia di potercela fare, nel futuro ed insieme, lungi dall’essere una chiosa furbetta e populista, costituisce un segnale meravigliosamente vivo e concreto, proprio perché nasce dalla descrizione fedele della realtà del lavoro, dove tutti quanti noi – al di là degli oramai logori steccati di classe – siamo vittime del nostro volerci ostinare a vivere da soli ansie/problemi/insuccessi, così ingigantendo la nostra comunissima paura del domani.
In “Tutta la vita davanti” – liberamente ispirato al libro “Il mondo deve sapere” di Michela Murgia – a soffrire non è infatti solo e soltanto Marta, un 110 e lode in filosofia che deve cercare – come molte altre sue colleghe, magari non laureate, ma altrettanto intelligenti e sensibili – di piazzare a destra e a manca un elettrodomestico tanto inutile, quanto impossibile, ma anche la responsabile del call center, alias una schizzatissima – e maturata – Sabrina Ferilli, e pure il suo capo, un Massimo Ghini pressato dalla casamadre a Miami.
A differenza di molto cinema che parla di lavoro cercando delle risposte in una retorica menzognera, allontanandoci tutti dalle possibili soluzioni reali, il film di Virzì fa pensare alla commedia all’italiana “alta”, quella dei Monicelli e dei Sordi e dei Gassman, dove gli italiani erano comicamente ritratti in maniera impietosa, senza difensivismi ipocriti e con il coraggio della più propositiva verità. Così che alla fine non riusciamo bene a capire se sia finta o reale la misera follia di tutte quelle ragazze che di mattina cantano insieme una nenia motivazionale da villaggio turistico, come pure la squallida incoerenza di quel sindacalista che predica bene ma non sa rispettare neanche la moglie, che tradisce a piene mani: è che la realtà del mondo del lavoro di oggi è così drammaticamente – e trasversalmente – sofferente e grottesca da fare a gara con la più sadica fantasia nera.

         

Commenti

Cara Francesca ... chapeau! per come hai saputo leggere il film. D'accordissimo che spesso si sta male in azienda perchè prima si sta male "a casa" ... anche se va detto che le imprese contemporanee non si danno così da fare nell'aiutare i singoli che avrebbero intenzione di recuperare i propri valori affettivi più intimi, dati i ritmi/lo stress/la precarietà, ecc. ecc. Sul finale, poi, c'hai visto strabene: il futuro sta nello stare insieme, a prescindere da età e status. Il futuro è donna, sostiene Virzì rifacendosi al grande Marco Ferreri ... ed io aggiungo che il futuro sta nella "maturità" dei bambini che, pur avendo sofferto, hanno la forza di rischiare e sognare. Perchè la piccolina di "Tutta la vita davanti" dice di volersi laureare in filosofia proprio come Marta, nonostante tutte le difficoltà e le delusioni vissute dalla protagonista!

Seguirò il tuo consiglio, anche perchè così sarò in grado di intervenire sulla scheda che scriverai! Nel frattempo vorrei condividere con te e gli altri del blog un'altra riflessione sul film di Virzì: se da una parte viene descritto un mondo del lavoro devastante, dall'altra anche il quadro familiare dei protagonisti non è da meno. Nessuno di loro ha una vita sentimentale/affettiva normale: dalla protagonista, che ha perso il padre, ha la madre gravemente malata che vive a chilometri di distanza da lei, e si innamora del sindacalista che non la ricambia, ma tradisce ugualmente la moglie; alla direttrice del call center, vittima di una relazione clandestina (reale o presunta che sia); al capo dei capi, costretto a chiedere al figlio, che stenta a riconoscerlo, di non dire a sua madre (la sua ex-moglie) di averlo visto aggirarsi nei pressi di casa loro. Per non parlare della bambina, senza un padre e con una madre troppo debole per occuparsi di lei. Insomma non ti sembra che il legame vita privata/vita professionale sia molto stetto in questo film e che questo rispecchi esattamente quello che succede nella realtà? Non vorrei sembrare troppo retorica, ma forse è proprio con la perdita dei valori affettivi che è inziato il degrado di tutto il resto. E forse è da lì che bisognerebbe ricominciare. E credo che il finale del film, con le tre generazioni di donne che si siedono allo stesso tavolo, sia da interpretare proprio in questo senso.

Ciao Francesca, sono contento che il mio consiglio sia andato a buon fine! e sono d'accordo con te che nel film c'è forse qualche tragedia di troppo ... anche se è pur vero che nella vita - a volte - cose di questo genere capitano per davvero tutte insieme. Comunque sia, se Virzì t'è piaciuto, tienti pronta con "Non pensarci", di Gianni Zanasi: una gran bella commedia dolceamara, senza le tonalità drammatiche di Virzì ma con il lavoro al centro del film! esce questo venerdì. Buon cinema!

Caro Marco, finalmente ho visto il film e ti ringrazio per il tuo consiglio perchè effettivamente è davvero una bella commedia, come se ne vedono di rado in Italia. Il mondo del lavoro ne esce abbastanza distrutto, ma è proprio questa la realtà. Mi ha colpito soprattutto l'interpretazione degli attori, frutto di un accuratissimo casting e di una direzione molto attenta. Sabrina Ferilli, in particolare, è riuscita davvero a creare un personaggio fantastico, terribile e umano allo stesso tempo. Ma anche le figure minori, come le ragazze del call center, che chiacchierano tra di loro nelle brevi pause che gli vengono concesse, sono davvero realistiche, nella loro imperturbabile ed inquietante semplicità. Se proprio devo muovere una critica, direi che forse non c'era bisogno di tante tragedie finali, dal momento che la realtà quotidiana era già abbastanza agghiacciante di per sè. Ma di certo quel sapore di amaro che lascia in bocca serve a prendere coscienza di quello che siamo e di dove stiamo andando. Bella anche la scena finale, con quel po' di speranza che è indispensabile per creare qualcosa di migliore.

Ciao Chicca! eh già, il sindacato esce fuori dal film un po' colle ossa rotte. Fuori dal tempo presente, fuori dalla società (vedasi lo spettacolo teatrale che Mastandrea mette in piedi) e ... persino menzognero! Perchè sulla scorta di quello che dico a fine articolo ... oltre ad essere retoricamente incollato ad un passato (di ruolo, ma anche di potere) che non esiste più, è pure carente a livello di abc della vita (mi riferisco al rapporto del sindacalista colla moglie). Ed è questo uno dei punti di forza del film, perchè per Virzì sarebbe stato molto più facile (perchè politicamente corretto) descrivere un sindacato donchisciottesco, sulla scorta di quello che ha quasi sempre fatto il cinema italiano degli ultimi dieci anni ...

Ciao Marco!
Anch'io sono andata a vedere il film perché incuriosita dalla lettura del blog. E così ho riscontrato una pellicola di grande qualità, in cui si percepisce che l'accurata descrizione delle modalità di lavoro presso un call center è il risultato di un concreto studio su tale realtà.
Credo che debba essere ugualmente apprezzato il ruolo e le caratteristiche che il sindacato svolge in questa vicenda, vagamente autocelebrativo e retorico.... Non credi?!

Ciao Ale, sono contento che il mio consiglio sia andato a buon fine! Abituati come siamo a tante commedie italiane approssimative ed ombelicali, appena spunta qualcosa di buono, gridiamo al capolavoro. Per questo penso che presto andrò a rivederlo, il film: ho la sensazione che siamo diventati tutti un po’ troppo buonisti ... E comunque sia, sono molto d'accordo con te sulle recitazioni: sono tutte di alto livello. Aggiungo io: perché tutti sono in parte e - dunque - perché il casting è stato fatto “all’americana”. Eri in compagnia? che hanno detto i tuoi amici, del film?

sono appena stato a vedere il film.
Un gioiello!
Recitato da tutti (in particolare dalla protagonista) in modo superbo.
Virzì è come sempre attento, tagliente, preciso e capace di cogliere con grande talento e capacità l'inquadratura migliore, la scena meglio riuscita. Alcune sono veramente ben costruire. Complimenti a tutti. Un film che merita vedere.

immagino ... m'è bastato il pendolarismo Milano-Roma da fine settimana, un po' di anni fa: anche lì, nonostante la situazione di maggiore rilassatezza potenziale (quasi tutti tornavano a casa/andavano via per il week-end) di nervosismo surreale ce n'era a iosa.

No Marco, sono un pendolare vittima di Trenitalia. Tutti i giorni quasi 200 km sulle carrozze di drammatici intercity assieme a tanti altri poveracci che al mattino, causa la sveglia antelucana, hanno la stessa lucidità di un tronco di ghisa. Il pendolarismo fa anch'esso parte della giornata lavorativa, anzi è la parte più impegnativa, quella più provante fisicamente e mentalmente. E' una situazione di moltissimi, milioni di zombie che, come me, raggiungono improbabili stazioni e si imbarcano in altrettanto improbabili e crudeli treni. Ne vedi di ogni, dai ritardi fantozzeschi alla trasformazione morfologica dei tipi, vedi signore madri di famiglia inappuntabili trasformate in belve sanguigne per conquistare un posto a sedere, compassati in gessato imprecare come uno scaricatore di porto livornese perché la toilette è fuori servizio... un mondo a parte, surreale e tragicomico, quello dei pendolari ed è, così stiamo in topic, un mondo di lavoratori. Quindi prova a pensare cos'è la vita di un operatore di call center/pendolare

Ciao Annalisa, scusami per il ritardo nella risposta, ma ho visto solo ora il tuo commento! certo che qualche anno fa non l'avrei mai detto che tutti quanti avremmo poi rimpianto gli allora tanto bistrattati contratti a tempo determinato! e comunque viva la Slovenia e abbasso noi: pure gli sloveni c'hanno superato, in quanto a civiltà del lavoro ...

Cavolo, Michele, ora capisco perchè i Puffi mi hanno sempre inquietato! Scherzi a parte ... no, nel film manca - fra le tante sfighe - quella del pendolarismo ferroviario. Ma vallo a vedere, il film, e vedrai che ce ne sono a sufficienza ... Ma tu sei un operatore di call center che va avanti e indietro col treno?

Orpo Marco, hai ragione pure tu, quelli sono capacissimi di inventarsi una deroga per prorogare i loro contratti a progetto sino a quando non hanno terminato il loro personale progetto (che ne so: acquistare un simpatico appartamento a Parigi, mettere da parte quelle poche centinaia di migliaia di euro per una vecchiaia tranquilla, assicurarsi la possibilità di noleggiare simpatiche signorine ogni volta che gliene punge vaghezza etc etc). Tornando a topic, tu che hai visto il film, ti chiedo un'anticipazione, non è che ci sta in mezzo pure la figura dell'operatore di call center pendolare ferroviario? No perchè uno/una che lavora in un call center e deve andare al lavoro in treno rappresenta, almeno in Italia e secondo me, la somma delle più catastrofiche sfighe che mente umano o sovrumana posssa generare. E sì, mica, il tapino, si limita a fare un lavoro alienante, deve pure combattere contro quell'entità crudele e demoniaca che è Trenitalia. Giuro, credetemi, al confronto di Trenitalia, Hannibal Lecter e Voldemort fanno la figura del Grande Puffo.

Porca miseria, Michele, quanta ragione che c'hai nel dire che i nostri politici dovrebbero avere un contratto a progetto! in effetti ce l'avrebbero, data la scadenza naturale di ogni legislatura, ma poi coi ricicli finiscono per "autodeterminarsi" ... nel senso del contratto. Con riferimento ai call center, invece ... Virzì in conferenza stampa ha giurato e spergiurato che quanto raccontato corrisponde al reale, visto che lui ed il co-sceneggiatore Francesco Bruni, prima di scrivere, hanno visitato diversi call center ... non hanno fatto i nomi, ma evidentemente qualche struttura pazza-scatenata che fa fare ai propri dipendenti un tale lavaggio del cervello mattutino ... esiste!!

Andrò sicuramente a vedere il film non appena uscirà a Gorizia. Anch'io, laureata, lavoro in un call center con sede in Slovenia che lavora per l'Italia: almeno lì i contratti non sono a progetto, ma a tempo determinato con tanto di malattia e ferie...

Ma veramente nei call center succede che al mattino la capa di turno si mette a fare cose di quel genere? Certo, la cosa agghiacciante è che ormai consideriamo la precarietà una norma. Leggevo ieri l'annuncio di una società che è la numero 2 in Europa nel suo settore, ricerca, per una posizione non da poco, 40enni, laureati con esperienza e offre un contratto a progetto di 2 anni. Sarebbe carino che anche i nostri politici avessero un contratto a progetto, però più breve, o in 18 mesi ci portano qualche risultato oppure arrivederci e niente grazie. Tra l'altro, se non sbaglio, risparmieremmo la liquidazione, che non è poco.

Ciao Francesca, bentornata sul blog! rimango in attesa di un tuo commento a film visto, ok?

Caro Marco, non vedo l'ora che esca questo film per andarlo a vedere! Da come lo descrivi, infatti, sembra proprio un ritratto coerente e non banale sul mondo del lavoro di oggi e su tutti noi. Credo che il cinema sia uno degli strumenti più interessanti per rappresentare la realtà, visto che può illustrarla attraverso diversi sensi e se un film riesce a parlare del lavoro in modo così sincero e vero, come dici tu, allora vuol dire che il nostro cinema sta uscendo dalla crisi, visto che il lavoro oggi è il "Problema". D'altra parte non staremmo qui a parlarne...

Aggiungo subito, con il giusto orgoglio di portinaia del blog, che Michela Murgia , autrice del libro "Il mondo deve sapere" da cui il film di Virzì è tratto, è coblogger di jobTalk e che è stata lei con il suo primo post a "stanare" il ministro Damiano, che ha scritto due volte su JobTalk per rispondere a lei e ai commenti

Scrivi un commento

I commenti per questa nota sono chiusi.

Wikio - Top dei blog - EconomiaJOBtalk
nei top blogs di Wikio

I nostri blog