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JobFiction&Film/ Intervista a Fabrizio Gifuni, interprete di “Signorina Effe”, il film di Wilma Labate che (incredibile!) parla degli operai

Signorina_effe_manifestazione_3  Fabrizio_gifuni_basilica_di_masse_2  di Marco Lombardi. Settembre 1980. Silvio è vedovo ed ha una figlia piccola. È quadro intermedio alla Fiat e sta per risposarsi con Emma. Emma lavora nello stesso reparto di Silvio, quello informatico, che costituisce il futuro dell’azienda. Per Emma, che proviene da una famiglia operaia, è l’occasione per un riscatto sociale, sia familiare, sia professionale; sono però i giorni in cui gli operai bloccano i cancelli della Fiat per protestare contro la cassa integrazione a zero ore decisa per 24.000 lavoratori, e sono i giorni in cui gli impiegati e i quadri intermedi scendono in strada per protestare contro la chiusura delle fabbriche: è la marcia dei 40.000. Emma e Silvio si trovano socialmente l’uno contro l’altro finché il loro rapporto entra in crisi, anche perché Emma, durante gli scioperi, s’innamora d’un operaio.
È questa la trama di “Signorina Effe”, l’ultimo film di Wilma Labate presentato da poco al Torino Film Festival. in uscita nelle sale italiane dal 18 gennaio 2008. Fulcro della storia è appunto il personaggio di Silvio, sicché abbiamo intervistato Fabrizio Gifuni, che lo interpreta con efficacia, per capire qualcosa di quegli anni.
Chi è Silvio?
Silvio è un personaggio che non ha una vera identità: non fa parte della classe dirigente, ma nemmeno di quella operaio/impiegatizia. Attraverso il suo sguardo, che è quello di uno che non ha preso una vera posizione rispetto al lavoro e rispetto alla vita, si racconta un periodo cruciale per la storia del nostro paese. Quello che non solo segnerà la crisi del sindacato, ma anche la crisi del lavoro tout court. È infatti allora che sono nati i termini di flessibilità e precarietà, due condizioni che oggi condizionano fortemente le vite di tutti quanti. Per questo “Signorina Effe”, raccontando un episodio storico, finisce per parlare dell’oggi, fornendone una chiave interpretativa.

Ormai la precarietà di cui tu parli tocca indistintamente tutte le qualifiche, dagli operai, agli impiegati, ai dirigenti. Anche la trasversalità di questo fenomeno è rinvenibile nel periodo raccontato dal film?
Io credo di sì. È da allora che si è cominciato a non avere più rispetto dei valori insiti nel lavoro, e questo a prescindere dai ruoli e dagli inquadramenti. Per questo il film di Wilma Labate è molto importante: aiuta i più giovani a conoscere un periodo storico che molto ha contribuito a determinare il paese che oggi siamo, come pure l’atmosfera che tutti i giorni respiriamo nei luoghi di lavoro.
Dopo il boom degli anni ’60 e ’70, negli anni ’80 e ‘90 il lavoro ha cessato di essere una tematica cinematograficamente interessante. Ora, invece, lo si sta riscoprendo come serbatoio di storie, anche da un punto di vista drammaturgico. Come mai?
Perché si è capito che il mondo del lavoro è una lente d’ingrandimento del malessere di tutta la società contemporanea. Detto in altri termini, il mercato del lavoro è un luogo nodale per capire che cosa ci sta succedendo intorno, a 360°. Per questo ritengo che non sia ancora sufficientemente trattato, come tematica. Almeno in Italia. In Inghilterra, infatti, due grandi registi come Ken Loach e Mike Leigh hanno quasi sempre raccontato storie connesse alle tematiche del lavoro. A quelle, poi, hanno legato altri argomenti quali la politica, l’amicizia, l’amore.
Credi che il cinema che parla del lavoro possa sensibilizzare le aziende e le istituzioni a prendersi più cura di tutti noi che siamo lavoratori, a prescindere da ruoli e responsabilità?
Certamente, ma come tutti gli altri mezzi espressivi, dal teatro alla musica, non si può pretendere che il cinema compia dei miracoli: quello che può ragionevolmente fare è di avviare dei meccanismi di riflessione lenti e sotterranei che richiedono molto tempo per prendere forma, a livello sociale. Non dimentichiamoci, però, che affinché questo accada ci vogliono dei buoni film, cioè delle pellicole che sappiano raccontare delle storie davvero interessanti e profonde.

         

Commenti

Caro Giovanni, grazie per le tue osservazioni e le tue citazioni. Mi viene peraltro spontanea una richiesta: perchè non partecipi al forum dove i lettori di "JOB Fiction & Film" hanno modo d'indicare i migliori film sul lavoro? (http://jobtalk.blog.ilsole24ore.com/jobtalk/2007/12/jobfictionfil-2.html). Ne hai indicati così tanti ...

Credo anch'io che nel nostro paese sia ancora lunga la strada che conduce a un nuovo modo di concepire il lavoro. Marco ci ricorda che il job sharing esiste in America da oltre quarant'anni, mentre da noi è arrivato solo pochi anni fa. Ma a parte il... ritardo con cui giunge (fin qui, tutto sommato, niente di nuovo: siamo abituati a importare le novità, specie dagli USA, almeno vent'anni dopo...), il punto è che da noi c'è ancora troppa gente che non è abituata a delegare perché si ritiene indispensabile, perché non si fida, perché il concetto di squadra (o team o equipe che dir si voglia) è ancora ostico da mandar giù, etc. etc. Ed è una mentalità dura a morire, purtroppo.
Venendo al cinema, è vero poi quanto dice Fabrizio a proposito della scarsa attenzione che il cinema italiano ha riservato al mondo del lavoro negli ultimi decenni. In anni recenti qualcosa si sta forse muovendo, penso ad esempio a "Liberi" di Tavarelli, a "Il posto dell'anima" di Milani e a "Mi piace lavorare" della Comencini, film dagli esiti più o meno riusciti, ma che hanno comunque avuto il merito di far riflettere su aspetti che toccano (o hanno toccato), direttamente o indirettamente, molti di noi.
Certo, sarebbe bellissimo avere anche in Italia film come quelli di Cantet o di Loach, e magari prima o poi anche il nostro cinema ci regalerà qualche gioiello del genere, ma se intanto le problematiche legate al mondo del lavoro saranno sempre più esplorate e approfondite, sarà soltanto un bene a mio avviso. E comunque sarà sempre meglio che non parlarne affatto.

Beh, la cosa incredibile (come tante altre, del resto, nel nostro paese) è che il concetto tout court di flessibilità è nato proprio per rispondere a due esigenze: migliorare la qualità della vita ed aumentare l'occupazione. Da quello che tu dici, Francesca, mi sembra di poter constatare che la flessibilità ha fallito su tutti i fronti: tu sei più stressata ed intorno a te vedi tanta gente senza lavoro ... La colpa, peraltro, non è solo e soltanto del nostro legislatore, ma anche di noi italiani, che crediamo di essere sempre unici ed insostituibili, e con enorme fatica deleghiamo o lasciamo che a fare sia il nostro collega di scrivania. Insomma, siamo malati di presenzialismo, una malattia che nessuna flessibilità potrà mai curare ... Conosci l'istituto del job sharing? Nato in America (naturalmente ...) intorno agli anni '60, da noi è stato regolamentato nel 2003. In cosa consiste? nel fatto che una posizione viene condivisa fra due lavoratori, che se la gestiscono in piena autonomia, garantendo orari (quando necessari, per il raggiungimento degli obiettivi) e risultati. Sarebbe un ottimo modo per ottimizzare i tempi lavorativi rispetto a quelli privati ... ma ci sono sempre un certo numero di cose che riteniamo che "noi, soltanto noi" possiamo fare, e così, ecco che si vengono a creare dei colli di bottiglia che mandano a monte qualunque genere di flessibilità. Qualcuno ha da dire la sua, al proposito?

Trovo molto giusto quello che dice Fabrizio sul fatto che il lavoro è lo specchio dei problemi della nostra società. E questo perchè da una parte oggi si lavora sempre, tutto il giorno e a volte anche la notte! Perchè la flessibilità ha fatto venir meno gli orari, il tempo libero, il "dopolavoro"... E dall'altra perchè c'è tanta gente che il lavoro non lo trova e, oltre a tutti i problemi pratici connessi, si sente smarrita e senza un'identità in una società che ormai ti qualifica solo o soprattutto per il tuo status professionale.

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