Il primo intervento di Maria Cristina sul perchè le donne non fanno carriera è del 7 novembre
di Maria Cristina Bombelli. E’ un’amica, bella e brava, che mi ha confermato cose a cui penso da tempo. 50 anni ben portati, è direttore comunicazione di una grande multinazionale.
So dai giornali che l’Amministratore Delegato se ne sta andando e le chiedo se, finalmente, possiamo immaginare lei nei panni della persona al vertice dell’organizzazione.
“No”, mi dice sinceramente dispiaciuta “ho fatto un errore qualche anno fa, quando hanno chiesto di passare alla comunicazione. Da noi si sale ai vertici solo dalle vendite, perché il lavoro sul campo è quello più valorizzato nella cultura aziendale”.
E’ questo un esempio di quello che accade generalmente nelle organizzazioni. Non vi sono regole esplicite, non si trovano diktat di varia natura, ma le prassi consolidate sono più vincolanti di quando è regolamentato. Evidentemente questo vale per uomini e donne, ma spesso queste ultime sottovalutano le dimensioni implicite e non ne fanno oggetto di analisi.
Vale per entrambi i sessi che le posizioni della piramide gerarchica si assottiglino e quindi siano appannaggio di pochi individui, ma come è noto ormai a tutto il mondo dopo l’ennesima pubblicazione del Gender Gap dell’ Word Economic Forum, l’Italia esclude con determinazione ed efficacia le donne dalle posizioni di potere.
Bisogna allora cercare di capire quali siano i limiti e le difficoltà in modo più specifico ed approfondito, per riuscire a cambiare queste dinamiche un poco alla volta.
In questo senso il titolo di questo intervento sulla carriera che è il secondo in ordine di tempo, potrà essere ripetuto molto volte, con le mie idee, con quanto vedo nelle aziende quotidianamente, ma anche con il contributo dei lettori e delle lettrici a cui chiedo di segnalarmi i propri contributi.
Tornando all’implicito, come si diceva, le donne tendono a sottovalutare questa dimensione. Hanno un’idea un po’ naif che il lavoro fatto bene sia garanzia di successo, che la dedizione sarà sempre considerata, che i debiti relazionali saranno sempre ripagati.
Invece non è così. Provata allora a vedere la scena del vostro contesto lavorativo in modo distaccato, come se fosse una pièce teatrale. Quale è la logica, se ve ne è una, di questa commedia? Chi costituisce il gruppo dominante e quale parte sta interpretando nel momento in cui state osservando le dinamiche?
Il gruppo dominante, in una organizzazione, è sempre legato ad un leader, che in quel momento occupa la posizione rilevate. Se siete in una multinazionale potrebbe essere la persona maggiormente sponsorizzata dall’headquarter, oppure un rappresentante della proprietà o un suo delegato. Questa persona da quanti anni è nella posizione? Rappresenta una “vecchia guardia” o è un giovane enfant prodige da poco in carica?
Questo primo quadro vi consente di leggere dinamicamente il ciclo di vita potenziale di questa coalizione dominante.
Esistono poi domande da farsi circa la vision / mission che questo gruppo esprime. Quando a vostro parere è nella tradizione aziendale e quanto è innovativa? In questo secondo caso, che possibilità di successo avrà? Ma soprattutto, che tipo di valori esprime? Di conseguenza che caratteristiche avranno i cooptati nell’olimpo manageriale? Perché naturalmente, a questo livello, nonostante il chiarimento possibile dei meriti individuali, sempre di cooptazione si tratta.
Questi suggerimenti di analisi, ovviamente, non esimono gli uomini e le donne che vorranno tentare la carriera dal chiedersi poi, interiormente, quanto questi valori siano condivisibili da loro, soggettivamente. Però è meglio prendere questa decisione, in ogni caso, con la maggior conoscenza possibile del contesto di riferimento. Buona fortuna!
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Commenti
cristina bombelli 16/dic/2007 17:40:53
rosanna santonocito 12/dic/2007 12:15:06
Cristella 11/dic/2007 21:46:47
rosanna santonocito 11/dic/2007 14:28:08
Cristella 10/dic/2007 22:34:19
irene 10/dic/2007 18:47:45
chiara 10/dic/2007 13:11:07
rosanna santonocito 10/dic/2007 12:58:09
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