di Maria Cristina Bombelli. Le feste sono inevitabilmente croce e delizia, per il gran correre e il lavorare, ma anche per i momenti in cui, finalmente, si riesce a guardare un po’ indietro e a trarre qualche bilancio. Soprattutto le donne, che notoriamente pensano troppo, si dedicano in questo scorcio di fine anno a questo esercizio. E allora eccomi qui, tra le nevi e i regali, a provare a rispondere ad una domanda che mi ha proposto Radio 24 qualche giorno fa: che impressione ci ha lasciato questo anno europeo delle pari opportunità? Qualcosa è cambiato?
Rispondo per me, ovviamente, cercando però tra le lettrici e i lettori, la loro opinione, il mood che rintracciano dopo questo gran parlare. Inizio dagli aspetti a mio avviso positivi. L'argomento donne e gestione delle diversità è uscito dalla clandestinità. Dopo anni di convegni tra addetti ai lavori, di professioniste specializzate sul tema che non riuscivano più ad aggiungere note nuove ad una sinfonia troppo spesso ascoltata, di rituali da 8 marzo e dintorni, finalmente si sono cimentate sul tema forze nuove, soggetti politici e imprenditoriali, spesso estranei.
Gli stessi che prima avrebbero scrollato le spalle con aria di sufficienza, facendo intendere che altri e ben più gravi erano i problemi del paese, oggi sembrano davvero consapevoli dell’importanza del tema femminile.
L’aspetto negativo è che i neofiti, armati di sacro fuoco, ricominciano da capo. Ovvero non fanno sintesi di lavori di altri e non hanno spesso l’umiltà di spulciare nel passato. Ho sentito una neo pensionata dirigente ad un convegno, dichiarare che avrebbe proposto una ricerca per andare a sentire il parere “vero” delle donne. Come se anni non si lavorasse in questo senso. Questo per chi lavora e ricerca sul tema è defatigante, come iniziare a ricostruire un puzzle, quando si è già a metà perché qualcuno pretende di farlo con te, a partire dall’inizio.
Il terzo aspetto, che forse ci riguarda più direttamente è quello dell’azione. Il già citato passare dalle parole ai fatti che ha diversi versanti.
Quello più ampio, e di cui è necessario essere convinte profondamente, è la bontà dell’approccio Womenomics, come sottolinea Donato Speroni nell’ultimo numero di EAST. L’idea di fondo, che è stata condivida anche in diversi momenti pubblici dalla Ministra Barbara Pollastrini, è che l’approccio non sia più “aiutiamo le donne perché ne hanno bisogno”, ma invece, come dimostrano i molti studi citati nell’articolo, a partire da quelli di Goldman Sachs, “le donne sono un elemento tra i più importanti del motore dello sviluppo”.
Una convinzione non ideologica, ma motivata dal contributo del lavoro femminile, dall’innalzamento del reddito che consente una migliore qualità della vita, e, soprattutto, da un punto di vista più ampio, di lungo respiro, più integrato. Se partiamo da questa convinzione sarà più facile negoziare il nostro contributo, decidere di fare carriera con minori sensi di colpa, sentirsi legittimate a muoversi nell’olimpo politico e manageriale senza sentirsi il parente povero, leggere criticamente i meccanismi sociali ed organizzativi che, esplicitamente od implicitamente, lavorano sull’esclusione delle donne.
Insomma signore, un lavoro immane, ma che possiamo fare con la convinzione che questo può servire a tutti. D’altro canto, come molte di voi sanno, capire i meccanismi di esclusione e di inclusione, non è solo un tema al femminile. Riguarda tutti coloro che non appartengono ai gruppi dominanti, alle minoranze ed ai diversi. Così tendiamo la mano al 2008, il nuovo anno che sarà dedicato, negli intendimenti dell’unione europea, alle tematiche culturali. Buon anno, allora, e buon lavoro!
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Scrivi un commento
I commenti per questa nota sono chiusi.