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Mille euro/“Precari e contenti” (alcuni). E gli altri? La favola dei co.co.cattivi nella selva precaria...

di Fabrizio Buratto. La settimana scorsa alla LUISS di Roma, facoltà di Giurisprudenza, è stato presentato il libro della giornalista Angela Padrone “Precari e contenti”, edizioni Marsilio. Ero l’unico, a quel tavolo, non solo precario ma neppure contento di tale status, invitato in quanto voce contraria a quelle degli altri relatori: l’autrice del libro, Pier Luigi Celli (Direttore Generale della LUISS), Roberto Pessi (Preside della Facoltà di Giurisprudenza) e il prof. Michel Martone (docente del Diritto del Lavoro), uno dei 9 professori ordinari under 35 del nostro paese. Congratulazioni, ma non tutti possono avere la sua testa. Non mi è stato difficile trovarmi in disaccordo su molti punti del dibattito e sulla tesi di “Precari e contenti”: il precariato è un bene perché i più bravi ce la fanno e gli altri possono sperare almeno in qualche lavoretto, che senza la flessibilità neppure si sarebbero sognati.

“Precari” e “flessibili” non sono sinonimi ma sorvoliamo – Angela Padrone sostiene, inoltre, che ai suoi tempi era peggio perché noi, passando da uno stage all’altro, da un contratto all’altro, spesso possiamo scegliere. Le storie del libro, eccetto una, sono storie di successo, come recita il sottotitolo: “Storie di giovani che ce l’hanno fatta”. Successi spesso aiutati da genitori e parenti mediante case di proprietà, appoggi finanziari e soggiorni all’estero. Pier Luigi Celli porta il suo esempio: “Ho fatto Sociologia a Trento con Renato Curcio e Alberto Franceschini. Loro hanno fondato le Brigate Rosse, io ho preso un’altra strada. Nella vita le scelte sono importanti, e il lavoro non è tutto; si può essere felici al di là del lavoro, il curriculum vitae è solo una parte di voi”.
Uno studente alza la mano e, rifacendosi al mio intervento, domanda: “Ma che mondo del lavoro ci aspetta se a trent’anni suonati non possiamo fare un mutuo perché non offriamo sufficienti garanzie, com’è successo a Buratto?” Tale eventualità non riguarda questa platea, questi studenti – parola di Pessi: “Se a 25 anni non potete comprarvi una bella casa, abbiamo fallito noi come insegnanti e voi come studenti”. Voi – studenti LUISS – i cui genitori pagano una retta salata e condita. E gli altri? “Allora viviamo in una società in cui homo homini lupus”, osservo. “E’ vero, mancano gli ammortizzatori sociali – ammette Angela Padrone – mentre Michel Martone sottolinea come abolendo lo scalone per i cinquantottenni e  mandandoli in pensione, si sono buttati 7 miliardi di euro che potevano essere investiti in ammortizzatori sociali.                                                                                      Il tempo è scaduto (anche lui è precario) e il preside Pessi conclude con una battuta ottimistica: “Ogni libro è una favola. “Precari e contenti” è una favola a lieto fine, mentre il “Curriculum atipico” di Buratto è una favola dei fratelli Grimm.” Già, forse perché non sono stato uno studente LUISS dal futuro sicuro e ridente (ma che favola è?), e la favola della mia vita mi ha fatto incontrare il co co cattivo nella selva precaria.

Commenti

Caro Michel,
domani mattina il commento lo chiedo al ministro damiano

come dimostra l'esperienza di fabrizio, anche alla precarietà si può sopravvivere, anche bene
il problema è che la nostra generazione ha diritto a qualcosa di più di un contratto con la data di scadenza,
io per esempio vorrei meno debito pubblico, più ammortizzatori sociali e un pizzico di merito

ma per soddisfare questi ed altri desiderata, i trentenni e i ventennio di oggi devono cominciare ad impegnarsi,

ed in questo trovo il legame tra le favole un pò ottimiste della padrone e quelle un pò più realiste del curriculum atipico

michel

Caro Pierluigi, il link al blog che ci invii con l'annuncio di lavoro che riprende fa riflettere, a cominciare dalla qualità del lavoro che viene offerto a fronte della richiesta minima di un diploma di scuola secondaria e di esperienza precedente. Ma, ti assicuro, non mi stupisce affatto: a me è capitato, quando curavo le pagine di Lavoro&Carriere sul Sole24ore di ricevere una email dove si cercava "uno stagista con esperienza". Non è una battuta! L'ho naturalmente cestinata. Ciao!

Guardate, io non faccio che allegare un link ad una pagina di un blog. Leggete e pensate.

Poi i benpensanti della flessibilità a senso unico si mettano una mano sulla coscienza

http://www.mentecritica.net/ladri-di-sogni/il-futuro-e-nei-giovani/nino/1856/#comment-8942

Saluti

Precari e contenti? Beh, io direi che dipende da qual è il paese in cui ci troviamo, dipende da qual è la cultura e da qual è la condizione socio-economica del paese.
Infatti, essere precario in Italia è ben diverso che esserlo negli Stati Uniti o in Svezia. Conosco la Svezia per esperienza diretta in quanto ci vivo da 2 anni. Io sono una precaria...sono una dottoranda con un contratto di lavoro a termine e mi ci trovo benissimo, almeno molto meglio di quanto mi troverei nella stessa posizione in Italia. Il fatto è che in Svezia esiste una rete di protezione sociale governata dallo Stato che rende il precariato meno precario, se mi concedete quest'espressione.
Il lavoro è solo lavoro, spesso vissuto con più ironia e distacco che da noi. La disoccupazione è una condizione da superare, ma vi sono sussidi, che ovviamente creano problemi allo stato e sono molto discussi. La maternità è una condizione protetta e rispettata in qualsiasi tipo di lavoro, che sia precario o fisso. I bambini si possono tranquillamente portare sul luogo di lavoro e persino nelle riunioni!!!
Le gerarchie sono meno maschili, meno prepotenti e meno stancanti di quelle italiane e quindi forse ci si stanca anche meno del lavoro fisso di quanto non si faccia in Italia, almeno per una donna, ma secondo anche me anche per un uomo. Questo per rispondere al commento di Melinda.
Insomma la mia riflessione è che i giudizi sul precariato devono considerare il sistema sociale ed economico di contesto, che inevitabilmente ne influenza la percezione e le conseguenze sulla vita delle persone. Quindi, un altro modo di affrontare il precariato forse sarebbe quello di considerare il punto di vista del contesto e lavorare sul contesto per rendere il precariato "meno precario" e "più soddisfacente".
Rosanna, grazie per aver creato questo spazio di discussione intelligente.

Grazie a tutti e due delle risposte. Il tema mi sta a cuore perché la mia è una scelta recente e sto vivendo proprio in questi mesi tutti i pro e i contro di questa nuova vita: molto più tempo libero, la settimana scandita in maniera totalmente diversa da prima, più libertà. Ma anche niente più 13esma e 14esima, premi di produzione, per non parlare della maternità e del terrore di rimanere a piedi da un momento al'altro.

Quello che penso davvero è che ogni situazione sia diversa e del tutto soggettiva: ci sono probabilmente aziende dove si sta molto bene, conosco gente felice dopo 10 anni di lavoro nello stesso posto. Non è solo organigrammi imbalsamati, ...(per usare un'espressione che vedo esservi piaciuta).Io sono stata a modo mio fortunata perché a 30 anni ho già sperimentato tanti diversi modi di vivere nel mondo del lavoro. Speriamo bene. ciao

ps
Per Fabrizio: certo, lo so che ci sono lavori precari molto noiosi e con tutti i giorni uguali eccetera, ma io stavo analizzando la mia esperienza.

Cara Melinda, anch'io la penso come te, e per questo mi capita anche di litigare con amici, conoscenti e colleghi i quali mi obiettano spesso, acidissimi, che "si fa in fretta a parlare, quando si ha un posto fisso". Li capisco benissimo. Capisco, perchè la conosco per averla sperimentata di persona quando ero agli inizi della professione, l'angoscia di non sapere domani o dopodomani che cosa farai, quanto guadagnerai e se ti pagheranno per il lavoro che hai già fatto. Capisco cosa vuol dire non avere le ferie pagate, anzi non avere le ferie perchè potrebbero sempre chiamarti o perchè non hai i soldi per andare da nessuna parte. Conosco lo spaesamento sociale: perchè è vero che tu sei riconosciuto, decodificato, diciamo pure incasellato per il lavoro che fai, come notava qualche mattina fa su Melog a Radio24 il geniale Gianluca Nicoletti, che di essere popolare e rassicurante francamente se ne infischia. Se non hai un lavoro (nel senso di uno, non tanti..), un orario, una busta paga chi sei? Rispetto a qualche anno fa, adesso almeno c'è il vantaggio di essere in buona e numerosa compagnia...
Però capisco e condivido il tuo punto di vista, tanto è vero una volta mi sono licenziata anch'io da un giornale di cui non mi importava niente e che non mi portava da nessuna parte, lo avevo capito, nè professionalmente nè come crescita personale. Sono stata spericolata e incosciente? Forse, ma ho scelto la libertà e ho fatto bene. Posso dirlo adesso che sono qui, tanti anni dopo, a fare un lavoro che mi appassiona con un posto "fisso" in un giornale prestigioso. Ma ne ero convinta anche allora, fin dal mio primo giorno da "non dipendente".
Tutto ha un prezzo, credo, il fattore decisivo è se uno è disposto a pagarlo (o se può permetterselo...), e se uno decide quali sono le sue vere priorità: la "sfida e la libertà" hanno come tassa l'insicurezza, anche economica; ma la stabilità, lo stipendio e il ruolo sociale a volte si incassano a fronte della convivenza coatta cinque giorni su sette, otto ore e forse più con "le gerarchie maschiliste, gli organigrammi imbalsamati, la gente frustrata intorno" come nel tuo efficace ritrattino della vita d'ufficio.
Seconda considerazione: in altri Paesi, entrare e uscire da mercato del lavoro è possibile. Ci sono le reti di protezione, più opportunità, un sistema di collocamento efficiente e, nelle aziende, una prassi di selezione basata sulle competenze e le abilità. Così chi ha cambiato molti lavori o a un certo punto decide di cambiare vita, non viene guardato con sospetto, e chi perde un posto non è condannato a non trovarne più un altro e a farsi piacere per forza il proprio.

Cara Melinda,
complimenti per la tua scelta coraggiosa, a dimostrazione che il lavoro è identità: non si può lavorare solo per lo stipendio. Spero che tu, ora, abbia trovato la tua strada, anche se i lavori precari non sono immuni da giornate tutte uguali, maschilismo e organigrammi imbalsamati. Anzi...

Precari e contenti? Non è detto, ma potrebbe anche essere. Provengo da un impiego fisso, garantito e retribuito più che dignitosamente. Mi sono licenziata perché non ne potevo più di tutte le giornate uguali, di gerarchie maschiliste e valori che non condividevo. Di gente frustrata intorno a me, di organigrammi imbalsamati, di timbrare il cartellino. Ora sono precaria e molto più povera, ma ogni giorno rappresenta una sfida per me. Con questo non voglio dire che è meglio il precariato, non lo penso affatto, ma solamente che non è tutto oro quello che luccica.

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