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Il lato B/Dalla home page: e se obbligassimo i padri a stare a casa come in Norvegia?

Sul Rapporto Donne&Lavoro che avete trovato oggi con il Sole24 Ore in edicola e che abbiamo arricchito di contenuti extra sulla homepage di Job24 e anche su Luxury24 , Laura La Posta (collega caporedattore del Sole e mamma di un bambina piccola che si chiama Sveva) si domanda: come evitare che le donne che tornano al lavoro dopo la maternità vengano discriminate? Una risposta arriva dai soliti Paesi scandinavi, ricchi  e piccoli quanto si vuole, ma anche innegabilmente creativi nel proporre soluzioni ai temi della conciliazione e dei diritti.
In Norvegia, scrive Laura, dove esiste un ministero dedicato ai bambini e all'uguaglianza guidato tra l'altro da un uomo, è allo studio un disegno di legge per obbligare i padri a stare a casa. Un tantino radicale come misura, si può obiettare; come è estremista la legge, sempre norvegese, che impone alle grandi aziende di avere il 40% dei componenti dei consigli d'amministrazione donna pena sanzioni fino alla chiusura,  e che ha fatto imbestialire la presidente (donna) della Confindustria locale.
Ma  allora l'altra soluzione (di cui leggete sull'articolo di Alessandro Valdina), quella proposta in Germania, di dare uno stipendio fino a 1800 euro a chi sta casa a curarsi i figli, incentivo ribattezzato dagli scettici "premio focolare", è meglio del congedo paterno obbligatorio? Personalmente, mi unisco agli scettici tedeschi. La perplessità é condivisa anche da Rosy Bindi, che lo ha detto al nostro Valdina. Da tempo, la ministra delle politiche per la Famiglia vorrebbe mettere mano alla legge 53/2000 sui congedi parentali. Legge illuminata ma che, pur avendo solo sette anni di vita, non è più adeguata ai tempi e ai cambiamenti del mondo del lavoro, e ha perso efficacia. Che cosa pensate di questo interrogativo e degli altri, sempre legati alla presenza femminile quantitativa e qualitativa,  posti dal Rapporto  di oggi? Commentateli su JobTalk

Commenti

Un'evoluzione in Italia da questo punto di vista consentirebbe da una parte alla donna di investire più tempo nella vita professionali e dall'altra permetterebbe anche agli uomini di dedicarsi maggiormente alla loro sfera privata.
E' certo che la prospettiva culturale italiana incentiva il protrarsi della nostra situazione, ma credo che gli elementi alla base della bassa percentuale di uomini che chiedono permessi per paternità siano anche altri.

Ne parliamo anche noi del gruppo Donne di Manageritalia nel primo post del nostro blog: http://donne.manageritalia.it/?p=22.
Saremmo ben felici di discuterne con voi!

Questa mattina nella riunione di maggioranza sulla manovra economica il presidente del gruppo per le autonomie, senatore oskar peterlini, ha ricordato che "il governo si é impegnato a esaminare la proposta di un eventuale prolungamento degli attuali sei mesi del congedo parentale, attualmente retribuiti con un'indennità del 30% dello stipendio". Impegnandosi a trovare i fondi necessari.
Secondo me si otterrebbero risultati migliori aumentando la percentualità dell'indennità, per esempio raddoppiandola, più che allungare la durata della paternità. Non credo che siano stati tanti i papà che hanno richiesto tutti i mesi previsti dalla legge.

Consiglio la "paternità" a tutti i papà perché è un'esperienza bellissima. Io l'ho fatto per un mese con mia figlia Gaia quando aveva 11 mesi. Alla fine di questo periodo mi sono reso conto che si era legata molto a me perchè trascorrere da soli tutti i giorni feriali dalla mattina alla sera vuol dire compiere molte azioni insieme: la pappa, cambiare i pannolini, farle il bagnetto... ma soprattutto giocare. Farlo quotidianamente, e a lungo, aumenta moltissimo la considerazione che tuo figlio/a può avere di te. Probabilmente sto esagerando perché stravedo per mia figlia ma sono felice che una legge mi abbia consentito di vivere questo periodo di felicità. Credo che la proposta norvegese sia troppo estrema: è importante che il papà resti di sua volontà con la figlia mentre l'obbligo potrebbe innescare situazioni "spiacevoli" per il bambino e di disagio/nervosismo per il papà. Molto meglio la proposta tedesca che secondo me vedrebbe un'adesione massiccia di papà. Mi auguro anche che si faccia ancora di più, a livello normativo e culturale, per non penalizzare le donne sul posto di lavoro nel periodo della gravidanza/maternità (anche se ho sentito parlare di mamme che se ne approfittano prendendo la maternità a rischio con eccessiva disinvoltura). Inoltre sono convinto che sia necessaria una maggiore diffusione del part-time per mamme e papà: arrivederci al prossimo post in materia.

Vorrei portare la mia testimonianza, quello che sto vivendo in questi giorni. Sono mamma di uno splendido bambino di 9 mesi e tra pochi giorni devo rientrare dopo il mio periodo di maternità.
Sono impiegata in una multinazionale che non perde occasione per affermare sui media quanto è attenta al benessere dei suoi dipendenti e vicina alle donne. Uno dei suoi vanti è il lavoro a distanza.
Ebbene, a giugno ho chiesto alla mia azienda di venirmi incontro perchè mio marito, ha cambiato lavoro e ha cambiato città, da milano a roma, poco dopo la nascita del mio bimbo. Siccome tengo molto al mio lavoro e mi rendo conto che questa mia nuova condizione poteva creare delle difficoltà all'interno del team del quale faccio parte ho fornito delle alternative.
Ho chiesto di cambiare lavoro ed essere spostata a roma dove hanno una sede, ho chiesto di avere un'aspettativa fino all'anno del bambino ed oppure ho chiesto di continuare a fare il mio lavoro dalla sede romana dando ampia disponibilità ad andare periodicamente a milano.
In questi mesi ho aspettato pazientemente una risposta, che è arrivata a tre settimane dal mio rientro.
Mi è stato detto che le mie proposte non potevano essere accettate e che devo necessariamente rientrare in sede.
Tra mille difficoltà mi sono preparata per ritornare al lavoro, sola senza aiuto con un bimbo e con un marito lontano.
Fino a quando in Italia le mamme che hanno voglia di lavorare devono scendere a compromessi e ricatti? A quando politiche che favoriscono le mamme che lavorano?

Personalmente sono molto perplessa sulla misura tedesca. Nel nostro paese è già difficile rientrare dopo il periodo di maternità (soprattutto se prolungato al primo anno di vita del bambino, figuriamoci se addirittura di tre anni). E la preoccupazione non è soltanto legata alla reazione del mercato del lavoro, ma anche della stessa coppia (madre e padre)ç: dopo tre anni totalmente abituati all'idea e alla organizzazione che vede la mamma centrale nel lavoro di cura e il padre centrale nella produzione di reddito.
Penso che si dovrebbe andare verso una operazione tipo "quote rosa" anche per la paternità: ovvero una decisione presa dall'alto; magari non troppo radicale (si potrebbe ragionare su un periodo davvero minimo di congedo paterno per non irrigidire). Sono, però convinta che sarebbe l'unico modo per contrastare la cultura ancora largamente maggioritaria - anche tra le donne - di ruoli per così dire "naturali" per le donne e per gli uomini. Fino a che non si riuscirà modificare in profondità l'immagine pubblica - che però inevitabilmente si proietta sulle proprie soggettività - dei tradizionali ruoli femminili e maschili, sarà molto difficile modificare in modo radicale la situazione. In altre parole serve una forzatura per mettere a confronto giovani donne e giovani padri con l’esperienza della maternità consentendo alle mamme di “fidarsi” della capacità di cura dei papà e ai papà di potersi riconoscere il piacere e la piena titolarità del rapporto affettivo, ma anche di accadimento, con il figlio/a.

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