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Job Fiction&Film/È un mondo interinale …"It’s a free world …" di Ken Loach

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Marco Lombardi é un critico cinematografico che in una sua vita precedente faceva il direttore del personale (bio in "Che cosa ci faccio io qui"). Per JobTalk guarderà i film che escono nelle sale o partecipano ai festival  con uno sguardo particolare. Cioè cercando i temi legati al lavoro, da commentare con noi. E il voto espresso in badge da 1 a 5 valuta la capacità di raccontarlo e rispecchiarlo, il lavoro, con i suoi protagonisti e le sue storie sia in termini realistici, sia in termini simbolici.
di Marco Lombardi - In programmazione da oggi - Valutazione: quattro badge [straordinari (o)]
Quando il cinema di Ken Loach, per sua natura sociale, trova la forza di raccontare i singoli in quanto persone che vivono di vita propria, fra slanci e miserie e contraddizioni, i risultati sono eccellenti. Era già successo nel 2002 col bellissimo “Sweet sixteen”, ed ora ricapita con “It’s a free world”, vincitore del premio per la migliore sceneggiatura all’appena conclusasi Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Its_a_free_world05_2 Protagonista del film, infatti,  non è tanto la collettività, in questo caso vista attraverso gli occhi del lavoro interinale, bensì Angie, un essere umano che agisce in maniera complessa, rinunciando al proprio (demagogico) ruolo di simbolo nelle mani della politica. Un po’ come succede nel “Pinocchio” di Collodi: nel film Angie sembrerebbe affrancarsi dal suo creatore, lo sceneggiatore Paul Laverty (che lavora in piena armonia con Ken Loach, quasi i due si chiamassero Mogol e Battisti), così passando dalla sterile condizione di burattino a quella attiva di persona a tutto tondo.  Angie non è né buona, né cattiva: nonostante conduca una vita piuttosto sregolata, nonostante abbia parcheggiato il figlio dai genitori, nonostante tradisca gli impegni presi con l’amica Rose, colla quale ha messo in piedi una società di lavoro interinale, e nonostante gestisca questa struttura approfittando della condizione di debolezza degli immigrati clandestini presenti a Londra, è una donna ricca di umanità. Angie ha sofferto: il padre di suo figlio è scomparso, l’azienda presso la quale prima lavorava l’ha tradita, il mondo degli uomini (nel senso del sesso) la costringe a qualche “trucchetto da donna” per farsi sentire. Angie commette molti errori, d’accordo, ma anche quando calpesta i diritti degli altri è rinvenibile nei suoi occhi un profondo senso di sofferenza, quasi volesse dirci: “mi spiace, non volevo, è la violenza del mondo di fuori che mi ha costretta a farlo”. Non che questa sia una valida giustificazione, ma è comunque una condizione che la pone sempre a due passi dalla possibilità del riscatto e ad uno dal nostro volerle bene, come spettatori.
Its_a_free_world06_3 È proprio l’autenticità del personaggio di Angie che permette al film di parlarci del lavoro interinale in maniera sufficientemente equilibrata, senza facili capziosità ideologiche. È vero, Ken Loach finisce per considerare questo strumento di libera gestione del personale come un vero e proprio problema, ma questo a causa dell’incapacità degli uomini di agire secondo le regole. Già, degli uomini in quanto tali, a prescindere dalle imprese e dal sistema economico: perché il capo magazziniere che chiede ad Angie di assumere degli immigrati clandestini, lo fa non in quanto pressato dai suoi capi, ma perché preferisce trovare una scorciatoia rispetto agli obiettivi aziendali che deve raggiungere. It’s a free world? no di certo. È però vero che gran parte delle gabbie dentro cui viviamo, anche in ambito professionale, siamo noi a costruircele: non è la libertà che genera mostri, dice Ken Loach, bensì la nostra incapacità di non approfittarne. Sempre e comunque.

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Commenti

4 badge, 4 badge e mezzo ... insomma, tra lo "straordinari(o)" ed il "colpo di badge", secondo voi. Sembra ci sia bisogno di verità, nell'affrontare le tematiche del lavoro, e non demagogie, belle o brutte che siano. Qualcuno ricorda altri film che siano su questo stesso genere di lunghezza d'onda? film cioè che riescono a "denunciare" senza scadere negli slogan e nella retorica?

Ciao Marco,
trovo interessante la discussione che coinvolge "It's a free world" e "Il grande capo" - due film sul lavoro che hanno due stili completamente diversi ma che sono capaci, entrambi, di affrontare il tema, come hai scritto a proposito de "Il grande capo", con profondità e verosimiglianza. Tra l'altro, credo che anche Angie, la protagonista del film di Loach, a un certo punto utilizzi il trucco del "grande capo", che in realtà non esiste (lei si è appena messa in proprio) e dietro il quale lei si nasconde per giustificarsi con un lavoratore giornaliero...!
Il film di Loach è bellissimo, teso, vero(simile). Ci si identifica nell'umanità della protagonista; non se ne può fare a meno, nonostante tutto. Quattro badge.

Caro Marco, ho visto pochi giorni fa il film di Loach e l'ho trovato di straordinaria intensità (e tanto di cappello anche a Kierston Wareing, grande protagonista!). Anzitutto ho molto apprezzato l'originalità del punto di vista: non quello dei lavoratori, come da Loach era lecito attendersi (penso in particolare, tra gli altri, al magnifico "Paul, Mick e gli altri", per me uno dei vertici della sua cinematografia), ma della titolare dell'agenzia che procura il lavoro agli immigrati. E, in perfetta sintonia con questa scelta, ho trovato decisamente splendida la costruzione del personaggio principale: Angie, come tu giustamente sottolinei, non è né buona, né cattiva, bensì una donna sicuramente piena di contraddizioni e dalla quale quasi inevitabilmente in certi momenti si è tentati di prendere le distanze, ma che proprio per questo appare assolutamente autentica, priva di facili manicheismi (che non sempre Loach in passato ha saputo evitare...). Una figura, insomma, a tutto tondo, che fino alla fine non scivola mai nel luogo comune.
Dunque, bravo Ken, anche per me quattro badge (forse anche quattro e mezzo...) stavolta non te li toglie nessuno!

Con un po' di ritardo, ma ... eccomi qua! Io a "Il grande capo" - che ho presentato e proiettato all'ultimo convegno dell'Associazione dei direttori del personale AIDP di Cervia -darei 5 badge e 1 badge, contemporaneamente. Il massimo perchè il film è aziendalmente acuto, sapendo analizzare con profondità e verosimiglianza quanto sia grottesco l'anonimato delle multinazionali contemporanee, divise come sono fra mille stati e mille sedi e mille manager e mille azionisti (spesso fantasma); il minimo perchè, come succede in gran parte del cinema di Lars Von Trier, il film è troppo tranchant: ogni situazione è ritratta in maniera netta, senza sfumature da interpretare e da colmare, così impedendo a noi spettatori di entrarci dentro fino in fondo, nella pellicola, soggettivizzandola rispetto alle nostre (vere!) esperienze professionali. Tu invece ... "quanti badge sei"?

Buona idea! La giro subito a Marco Lombardi...Io da spettatrice gliene darei quattro. Anche perchè mi è capitato di sentirmi raccontare una storia molto simile da una persona che intervistavo, ambito Internet& comunicazione, e questo dà l'idea di quanto sia paradossale il mondo del lavoro di questi tempi...

Ma si potrebbe fare uno strappo alla regola e recensire un film non proprio in uscita?

Sarei molto curiosa di sapere quanti badge riceverebbe "Il grande capo"!!

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