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Il lato B/2 - Ma davvero volete un capo così? Parliamone...

Maschio, cinquantenne, italiano: questo è il capo che gli italiani vorrebbero avere, secondo la ricerca "Che capo vuoi" realizzata da Od&M , Aidp (i direttori del personale) e Job24, pubblicata oggi su "Il Sole24 Ore"  (per leggerlo aprite la pagina 1 di Job24 sulla nostra homepage). Se la figura del capo è in crisi, come da tempo si scrive e si sente raccontare dai guru della leadership, anche i suoi subordinati non si sentono meglio, almeno a quanto si legge nella ricerca. A colpirmi sono soprattutto due reazionI. Una è quella delle donne, che nel 46 per cento dei casi dicono di preferire un capo uomo, virando bruscamente lontano dal dibattito degli ultimi 12 mesi sulla leadership femminile, in azienda come in politica, e da quello degli ultimi venti anni sul "soffitto di vetro", l'ostacolo subdolo che schiaccia le donne ai piani bassi delle gerarchie. L'altra sorpresa è il no così netto al "capo straniero". Paura della globalizzazione certo, ma anche del nuovo. E dei valori positivi della diversità. Commenti aperti...

Commenti

L' indagine fa emergere in prevalenza che un capo è bene accetto da subalterni con età inferiore alla sua o da persone vicine alle pensione (over 50), che tutto sommato non hanno più mire di carriera. Questa situazione di accentua maggiormente quando occorre scegliere dal mercato collaboratori Over 40 con una buona professionalità alle spalle capace di risolvere i problemi. Accade che per il timore di essere contraddetto, il “capo” spesso tende a porre la attenzione su candidati che può controllare, dominare o comunque non concorrenti rispetti le decisioni che dovrà prendere. Così facendo invece di valorizzare maggiormente il suo ruolo arricchendolo di esperienza fatta da altri, impoverisce la sua funzione assegnando al suo ruolo un segno di potere raggiunto e non alla capacità di problem solving. E’ positivo per le aziende? Credo di no.
E per gli Over 40 cosa succede? Spesso sono condannati a rimanere nella loro situazione attuale senza speranza di miglioramenti. Se poi questi over 40 candidati alla posizione sono malauguratamente incappati in una esclusione dal mondo del lavoro essi vengono dal processo di reintegrazione iniziando un calvario psicologico, sociale, e frequentemente familiare che distrugge la sicurezza della persona, rendendoli precari e assillato da problemi economici che portano alla depressione. Se questa è la nuova società!!!!
Giuseppe Zaffarano Presidente Associazione Lavoro Over 40 www.lavoro-over40.it

Sorry questo commento dell'inesperta moderatrice si era perso nel meccanismo di approvazione del blog. Lo riposto sennò non si capisce che si riferisce a un commento sopra.
Riceviamo e pubblichiamo un commento dell'amica Ada Grecchi. Ada è stata per dieci anni vice direttore centrale del personale Enel e poi incaricata dei rapporti con la Ue per gli affari sociali, per cinque anni vice Presidente della Commissione Parità della Presidenza del Consiglio, e dal 1999 al 2004 Assessore al Personale e alle Politiche Femminili alla Provincia di Milano. Adesso scrive romanzi, ma è autrice di cinque volumi giuridico-economici sul tema delle pari opportunità. In arrivo...

Sono d'accordo con te. Credo che sul lavoro, mentre gli uomini sono molto bravi a "fare cordata" e a instaurare rapporti di lealtà (magari solo per opportunismo e tattica, però lo fanno...) le donne siano poco solidali tra loro. Soprattutto, sono ancora molto diffidenti verso quelle che fanno carriera e che magari si trovano ad avere come capo. E'anche vero, forse, che le donne che ce l'hanno fatta non hanno ancora capito quanto sia importante - e strategico per il cambiamento- usare il potere e posizione che occupano per valorizzare le altre donne. Come fanno invece i leader maschi, che tendono a prendere come "delfini" e a premiare i propri simili, quindi altri uomini. In una azienda o ufficio guidato da una donna inoltre l'ambiente di lavoro e la sua organizzazione dovrebbero essere più favorevoli e amici della conciliazione. Questi tra 'altro erano due dei punti di un "dodecalogo" per le donne capo che Il Sole 24 ore aveva promosso mesi fa nell'ambito dell'anno delle Pari opportunità. Continuiamo a discuterne...

Quando le Brambilla andavano all'asilo e di pari opportunità si occupavano persone come la Tina Anselmi o la Elena Marinucci , le donne sembravano desiderose di arrivare lontano ,con i loro mezzi o almeno arrivare agli stessi traguardi degli uomini, cioè famiglia e carriera e pensavano che avrebbero anche potuto diventare loro dei "capi".
Evidentemente, salvo poche, che magari ai discorsi sulle pari opportunità non hanno mai creduto, ma che le hanno utilizzate per arrivare davvero dove noi auspicavamo, le donne di oggi si sono stancate di "correre" per raggiungere i traguardi che alla mia generazione interessavano, e preferiscono riposare all'ombra di un capo, maschio, cinquantenne, magari sensibile alle loro grazie e, soprattutto tanto protettivo... Del resto, non mancano gli esempi di signore che hanno fatto una brillante carriera perché un uomo potente le ha aiutate . Non farò nomi, perché non ho intenzione di rimediare querele, ma basta leggere qualche giornale o dare un'occhiata alla Tv. Oggi, sembra che le più abili tra le donne siano quelle che mettono insieme la loro capacità e...la protezione del cinquantenne di gradevole aspetto. Temo che la ricerca sia veritiera , anche perché vedo molte giovani donne che, più che sperare di fare carriera , fanno una gran fatica a tenersi stretto il lavoro e, se possibile, ancora più fatica che nel passato a conciliare lavoro e famiglia. Sul tema, molte parole e scarsi fatti.
Complimenti per il blog : mi piacerebbe che sul tema che ha aperto parlassero donne di età diverse , ma soprattutto quelle più giovani, quelle che un capo non l'hanno ancora e che si preparano alla vita di lavoro : forse, potremmo trovare qualcuna meno rassegnata , che, con il suo entusiasmo dia la carica a quelle -e sono tante- che l'hanno perduta.

UOMO-DONNA: classificazione ormai logora e superata o antropologicamente incontestabile? Non so, me lo chiedo pensando se possa in qualche modo essere un parametro per scegliere la bontà di un capo. E clamorosamente il sospetto è che se negli ambiti del privato le differenze di genere sono molto meno percepite di un tempo, in quelli pubblici invece persistano e che forse proprio in ambito professionale sia davvero possibile parlare di leadership femminile come di uno stile di comando ben identificato. Ed è uno stile che mi sembra per molti versi "superiore": semmai il vero problema del lavoro al femminile è nella maggior tendenza alla competizione. Sarà forse da qui che deriva quel 46%?

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